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STATI UNITI

Venezuela, partita ancora aperta. L'Europa teme per la Groenlandia

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Destabilizzazione dell'America Latina, ripercussioni interne, accesso alle risorse, rapporti con l'Europa: il blitz americano in Venezuela pone diversi interrogativi e potrebbe aprire scenari imprevisti.

Esteri 07_01_2026

Le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per l'intervento militare statunitense in Venezuela, avvertendo che l'azione degli Usa «ha minato un principio fondamentale del diritto internazionale. Nessuno Stato - ha dichiarato Ravina Shamdasani, portavoce dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani - dovrebbe minacciare o usare la forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di un altro Stato. Gli Stati Uniti hanno giustificato il loro intervento sulla base della lunga e terribile storia di violazioni dei diritti umani da parte del governo venezuelano, ma la responsabilità per tali violazioni non può essere ottenuta con un intervento militare unilaterale che viola il diritto internazionale. Temiamo che l'attuale instabilità e l'ulteriore militarizzazione del Paese derivanti dall'intervento degli Stati Uniti non faranno che peggiorare la situazione», si legge nella nota.

La dichiarazione delle Nazioni Unite arriva all'indomani della prima udienza di fronte a un tribunale federale statunitense del presidente venezuelano Nicolas Maduro, che si è dichiarato «non colpevole» delle accuse, a lui contestate, di traffico internazionale di droga e narco-terrorismo.

Nella narrazione anti-narcos di Trump il sequestro e il processo di Maduro stona con la vicenda dell’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, arrestato nel 2022 ed estradato negli Stati Uniti dove è stato condannato a 24 anni di carcere con l’accusa di traffico di droga, cospirazione per importazione di cocaina negli Stati Uniti e altri crimini legati al narcotraffico. Il 2 dicembre 2025 Trump ha però concesso la grazia a Hernández, il cui ritorno in Honduras è utile a contrastare il consolidamento del governo di sinistra guidato da Xiomara Castro, non gradito a Washington.

Il termine “destabilizzazione” utilizzato dal documento dell’ONU è forse quello che dovrebbe preoccupare maggiormente per diverse ragioni.

Innanzitutto il blitz compiuto dagli Stati Uniti non ha per il momento fatto collassare il governo di Caracas, ancora in mano ai fedelissimi di Maduro. Se vi saranno intese o compromessi con Washington per cedere alle società petrolifere americane lo sfruttamento del petrolio lo vedremo nelle prossime settimane ma per ora il governo retto da Delcy Rodriguez presidia le città e ha varato un decreto per arrestare chiunque sostenga l’intervento americano.

Trump, che senza esitazioni ha più volte affermato che saranno gli Stati Uniti a decidere il futuro governo del Venezuela e a controllarne le risorse petrolifere (le più ampie del mondo), non sembra cercare toni concilianti con Rodriguez che ha chiesto rispetto per la sovranità venezuelana.
Al tempo stesso, pur minacciando nuove azioni militari, Trump non sembra in grado di scatenare un’Operazione “Venezuela Freedom”, cioè inviare truppe a conquistare la vasta nazione sudamericana: un’invasione che mobiliterebbe probabilmente tutta l’America Latina contro i “gringos” e che alcuni analisti prevedono potrebbe diventare un “nuovo Vietnam” per gli USA.

Trump del resto aveva promesso di non scatenare guerre e di voler passare alla Storia come il “pacificatore”: per questo l’operazione a Caracas rischia di alienare molti consensi nell’ambito dell’elettorato del movimento Make America Great Again (MAGA).

Secondo le rivelazioni del Wall Street Journal, il presidente '«privatamente aveva espresso ai collaboratori la sua perplessità circa un'operazione militare» ma sarebbe stato convinto a dare il via all’attacco e al rapimento di Maduro e della moglie dal segretario di stato Marco Rubio e da altri “falchi”: il capo del Pentagono Pete Hegseth, il vice capo dello staff della Casa Bianca Stephen Miller, il direttore della Cia John Ratcliffe e il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore riunito.

In Europa, quanto accaduto sta aumentando la diffidenza nei confronti di Trump e degli Stati Uniti, già piuttosto elevata, ma è soprattutto in America Latina che gli USA rischiano di trovarsi isolati dalla gran parte delle nazioni e delle opinioni pubbliche. Una prospettiva da valutare con la massima attenzione considerato che Washington ha in più occasioni usato la forza (militari e CIA) in America Latina per rovesciare governi non graditi o imporre dittature mentre oggi gli USA sono pieni di cittadini e immigrati latinos, che costituiscono anche una fetta importante delle forze armate.

Al di là degli aspetti politici e strategici, Trump ci ha già abituati proprio negli accordi con il governo di Kiev per la gestione delle risorse minerarie ucraine, a voler impostare una politica muscolare tesa all’incasso finanziario ed economico più che all’ideologia.
In Venezuela materie prime, terre rare e soprattutto petrolio fanno gola agli USA ma per tornare a far produrre ingenti quantità di greggio dopo anni di embargo e sanzioni comporterà molti miliardi di investimenti e potrebbe, almeno sul breve periodo, non rientrare negli interessi di Washington.
Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’autosufficienza energetica nel 2010, divenendo poi grandi esportatori di gas e petrolio, grazie al fracking, tecnica estrattiva dalla frammentazione delle rocce, costosa e che non risulta conveniente se le quotazioni del greggio non raggiungono almeno i 60/65 dollari al barile.
L’immissione sul mercato di una ingente produzione venezuelana abbasserebbe le quotazioni, anche per questo non stupisce che Trump abbia ribadito le sanzioni all’export di Caracas pur pretendendo di controllarne direttamente i giacimenti.

Sul piano geopolitico Trump punta a riproporre nelle Americhe una rinnovata Dottrina Monroe, ribadita in dicembre nel documento di Strategia di Sicurezza Nazionale; non a caso minacce sono state rivolte in questi giorni dagli Stati Uniti anche a Cuba e alla Colombia.
Ma il presidente James Monroe nel 1823 si rivolgeva a nazioni americane all’epoca ancora sotto il giogo coloniale europeo e lo faceva da unica nazione che da 50 anni si era resa indipendente da tale dominio. Monroe ammonì lo potenze europee di non interferire negli affari delle nazioni indipendenti delle Americhe, definendo una sfera d'influenza americana abbinata all'impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari dell’Europa.

Oggi però la pretesa egemonica statunitense sull’Emisfero Occidentale ha più il sapore dell’imperialismo che della autodeterminazione dei popoli. In questi giorni diversi analisti valutano che USA, Russia e Cina abbiano forse raggiunto un’intesa per consolidare le proprie aree di influenza e avere carta bianca rispettivamente in Venezuela, Ucraina e Taiwan.
Solo il tempo potrà dirci se si tratta di un’ipotesi fondata ma resta il dubbio che un accordo avrebbe portato più facilmente Maduro ad accettare l’esilio a Mosca o a Pechino, scongiurando il grottesco show mediatico della sua cattura e della detenzione e processo a New York.

Infine, quanto accaduto in Venezuela in base alla Dottrina Monroe rinnovata da Trump, suona come un campanello d’allarme anche per l’Europa. Poche ore dopo aver compiuto un’azione che avremmo definito terroristica, criminale e illegale se l’avesse compiuta una qualsiasi altra nazione o gruppo armato, Trump ha ribadito che la prossima “preda” sarà la Groenlandia, dipendenza della Danimarca ma esterna all’Unione Europea. «Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia per la difesa», ha detto Trump in una intervista alla rivista The Atlantic in cui ha descritto l’isola come «circondata da navi russe e cinesi».
Un’altra bugia ma, in attesa di un’incursione della Delta Force nella capitale Nuuk, in Europa nessuno ha avuto il coraggio di farglielo notare.



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