Ungheria: epurazioni di Magyar. Se il buongiorno si vede dal mattino
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Come in Polonia dopo la vittoria di Tusk, anche Magyar promette vendetta contro il sistema politico di Orban, chiedendo addirittura le dimissioni del presidente e senza alcun rispetto per le istituzioni e le leggi che le regolano.
“Vendetta ad ogni costo” questo il grido che abbiamo dovuto penosamente ascoltare da Donald Tusk, con le conseguenti decisioni illiberali e scristianizzanti attuate in Polonia da dopo le elezioni ‘pilotate’ da Bruxelles nel 2022. Questo stesso grido e desiderio di violenta vendetta, in barba a qualsiasi rispetto istituzionale e regola democratica, lo stiamo ascoltando da Péter Magyar che a pochi giorni dalla vittoria elettorale, ha mostrato coerenza con quelle dichiarazioni fatte nell’immediatezza dei risultati, circa la “liberazione del paese”, nello stesso solco vergognoso delle parole di Ursula Von der Leyen che aveva paragonato la «sconfitta di Viktor Orbán alla rivolta antisovietica del 1956 e alla rottura con il comunismo del 1989.» Non ne sono sorpreso per nulla, solo chi non conosceva questi tre figuri poteva immaginarli campioni di democrazia e rispettosi delle istituzioni.
Ebbene, con questo spirito antidemocratico e con il piglio del vendicatore, Péter Magyar, ha chiesto nei giorni scorsi le dimissioni di diversi responsabili delle istituzioni indipendenti del paese che, nonostante le minacce autoritarie, hanno giustamente assicurato che continueranno a operare in conformità con la legislazione vigente, come riportato dall'agenzia di stampa hirado.hu. Così l'Ufficio di controllo dei conti statali ha precisato che il suo presidente è eletto da una maggioranza di due terzi dell'Assemblea nazionale per un mandato di dodici anni e che la cessazione del suo mandato è regolata dalla legge. Lo stesso vale per il presidente della Corte Costituzionale Péter Polt, entrato a far parte della Corte lo scorso maggio e come gli altri membri dell’organismo è chiamato a svolgere il mandato per 12 anni. Stesso senso del dovere e del rispetto istituzionale per il presidente dell’Autorità ungherese per la concorrenza, Csaba Balázs Rigó, che ha ricordato al prossimo premier ungherese che «l'Autorità ungherese per la concorrenza è soggetta solo alla legge, non può essere vincolata da istruzioni e svolge le sue funzioni in modo indipendente da altri organismi e libera da qualsiasi interferenza».
Non contento di aver già dimostrato di che pasta illiberale, vendicativa e autoritaria è fatto, Péter Magyar ha dichiarato anche di voler chiudere servizi di informazione dei media statali, definendoli bugiardi e propagandisti, oltre ad aver chiesto le dimissioni del Presidente della Repubblica Tamás Sulyok, già Presidente della Corte Costituzionale. Il 15 aprile infatti, dopo essersi recato alla residenza ufficiale del Presidente della repubblica Sulyok, Magyar lo ha definito un «burattino»e ha affermato che lo avrebbe rimosso perchè «indegno di rappresentare l'unità della nazione ungherese (…) Non è idoneo a svolgere il ruolo di garante della legalità. Non è idoneo a fungere da autorità morale o da modello da seguire», ha affermato Magyar. Se questi rappresentanti istituzionali non dovessero dimettersi, Magyar ha già assicurato che attiverà riforme costituzionali ‘ad-hoc’ per dimissionarli e nominare, con la maggioranza dei due terzi che dispone in Parlamento, al loro posto uomini di sua stretta fiducia. Una mossa che va ben oltre la tirannia della maggioranza e il minimo rispetto istituzionale e che, in un contesto europeo serio e preoccupato dei valori democratici, sarebbe immediatamente censurato e impedito o sanzionato.
Ma l’Europa di Von der Leyen ci ha abituato in questi anni all'applicazione di norme e sanzioni secondo l’unico criterio della convenienza politica. Peter Magyar ha inoltre dichiarato che nazionalizzerà i beni concessi alla “Fondazione Mathias Corvinus Collegium” (MCC), un'azione mirata e punitiva verso un think tank conservatore ungherese ed europeo che ha ricevuto dal 2010 fondi e sostegno statale, oltre a voler invece rilanciare e promuovere la libertà accademica universitaria. Non a caso, il novello ‘torquemada’ liberalconservatore ha ricevuto le calde congratulazioni per la vittoria da Alex Soros, erede e gestore della Open Society Foundations e della Università CEU di cui Orban aveva limitato le azioni di sistematica interferenza nel paese. Proprio Orban nei giorni scorsi ha rilasciato una video dichiarazione nella quale ha rilanciato l’organizzazione del partito nel territorio e dato appuntamento al 28 aprile per una prima riunione ricordando che la coalizione Fidesz-KDNP hanno ottenuto al momento 56 seggi nel parlamento composto da 199 membri, mentre TISZA ne ha 136 e ci sono buone possibilità di ottenere nuovi seggi sia nelle liste di partito che nei singoli collegi elettorali, poiché sono in corso nuove verifiche in molti distretti, i voti degli elettori all’estero e degli indecisi sono ancora in sospeso e anche lo spoglio delle schede per corrispondenza è ancora in corso. Solo sabato si avranno i risultati finali e alle opposizioni bastano altri 4 seggi per poter impedire che le minacce di abuso di potere, vendetta e tirannia della maggioranza di due terzi si attuino.
In ogni caso anche quest’anno si è confermato lo spappolamento continuo delle sinistre politiche del paese, evidentemente causato dalle impopolari proposte politiche. Proprio di questo suicidio né i socialisti e le sinistre italiani ed europei, nè le istituzioni di Bruxelles si sono resi conto. Sì, l'Ungheria si è liberata come nel 1956, stavolta speriamo definitivamente, delle sinistre.


