UK, il cattolico Burnham vuole dire la sua in casa anglicana
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Il primo "papista" a Downing Street è deciso ad abolire il divieto per cattolici ed ebrei di consigliare il re sulle nomine anglicane. Prerogativa preclusa a lui ma non all'induista Sunak: paradossale quanto la battaglia del premier in continuo dissenso dalla Chiesa di Roma ma desideroso di intromettersi in quella d'Inghilterra.
Abolire una legislazione ingiusta che nel Regno Unito permette, sì, a un cattolico di diventare primo ministro ma non di esercitare appieno le sue competenze. Detta così, suonerebbe sacrosanta la proposta di legge annunciata nei giorni scorsi da Andy Burnham, il leader laburista che dal 20 luglio è diventato il primo premier britannico appartenente alla Chiesa di Roma, almeno formalmente, dai tempi della Riforma. Appartenenza che nella sua azione politica spesso passa in secondo piano quando sono in ballo i principi non negoziabili, ma Burnham si è mostrato pronto a dar battaglia sul divieto per cattolici ed ebrei di consigliare il re sulle nomine nella Chiesa d’Inghilterra, il cui capo è il sovrano stesso. Una «anomalia antiquata e arcaica», da correggere al più presto, ha dichiarato giovedì 10 settembre, trasferendo per ora tale prerogativa al Lord Cancelliere.
Nel giro di pochi giorni è arrivato il Repeal Bill, letteralmente il “disegno di legge di abrogazione” presentato martedì 15 settembre al fine di rimuovere la «legislazione arcaica che impedisce a un primo ministro di fede cattolica romana o ebraica di esercitare pienamente le proprie responsabilità costituzionali di consulenza al monarca in materia di nomine ecclesiastiche». Le norme da abolire sono contenute rispettivamente nel Roman Catholic Relief Act del 1829 e nel Jews Relief Act del 1858, che rimossero le restrizioni fino ad allora vigenti contro cattolici ed ebrei, ma non tutte.
Il primo, detto anche Emancipation Bill stabiliva di eliminare «certi vincoli e limitazioni imposti ai sudditi cattolici romani di Sua Maestà, ai quali gli altri sudditi di Sua Maestà non sono soggetti», dichiarando loro lecito «sedere e votare in una delle due Camere del Parlamento» con un nuovo apposito giuramento «in sostituzione dei giuramenti di fedeltà, abiura e supremazia» (che fino ad allora avrebbero implicato di abiurare alla fede cattolica). Rimaneva, però, e rimane tuttora illecita «a chiunque professi la religione cattolica romana» qualsiasi consulenza diretta o indiretta sulle Chiese (ovviamente “riformate”) d’Inghilterra e di Scozia. E la medesima restrizione viene ripetuta per gli ebrei nel 1858.
All’epoca nessuno avrebbe immaginato un primo ministro cattolico o ebreo, ma nel frattempo si sono comunque succeduti vari non anglicani. Differenza di non poco conto, poiché in assenza di analoghe norme relative ad altre fedi o confessioni, la restrizione ricade su cattolici ed ebrei e soltanto su di loro. L’attuale inquilino di Downing Street pone quindi un problema finora inedito: tra i cattolici non si possono infatti annoverare Tony Blair, convertito dopo la conclusione del suo mandato, e nemmeno Boris Johnson, battezzato cattolico ma cresciuto anglicano. Per definizione né il Roman Catholic Relief Act né il Jews Relief Act si applicavano a metodisti, atei, agnostici e nemmeno all’induista Rishi Sunak, il quale a differenza di Burnham poteva esercitare la citata consulenza ecclesiastica nei confronti del sovrano.
Il problema è inedito, ma il cortocircuito era già visibile nello stretto intreccio britannico tra la Corona e la Chiesa di Sua Maestà, dove l’istituzione ecclesiastica è subordinata a quella politica. Paradossale il divieto, che sulla Chiesa d’Inghilterra dà voce in capitolo a chi non crede o non è cristiano e la nega a chi invece cristiano lo sarebbe, ma non della confessione “di Stato”. Ma a dirla tutta è paradossale anche la battaglia di Burnham: che interesse può avere un cattolico a suggerire al re i candidati all’episcopato di un’altra confessione (per di più dagli ordini sacri invalidi, come ebbe a dichiarare Leone XIII con la lettera apostolica Apostolicae Curae del 13 settembre 1896)?
D’altro canto Burnham non si accontenta di voler dare consigli sulla Chiesa anglicana, ma lo ha già fatto con la “sua”, quella di Roma, cui continua ad appartenere sia pure in endemico dissenso. «Se la Chiesa deve cambiare vedo in questo Papa (Francesco, ndr) la persona giusta per guidarla. Un conto è dire che passeranno dalla situazione attuale al riconoscimento e all'attuazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma non opporsi attivamente sarebbe già un inizio», suggeriva nel 2015 in una intervista alla testata LGBT Pink News, dichiarandosi «ripetutamente in disaccordo con la Chiesa cattolica per tutto il periodo in cui sono stato parlamentare». Disaccordo espresso anche nel 2011 riguardo all’aborto, intervistato dal sito di area cristiano-progressista High Profiles. Più di recente sull’eutanasia si è astenuto, ma solo per ribadire la neutralità del governo e non senza aver dichiarato che sul punto «non esiste un'unica posizione giusta», come riferiva il 28 agosto 2026 The Guardian.
Perché allora ricordarsi improvvisamente di essere cattolico su una questione che a un cattolico non dovrebbe poi interessare granché? Forse è rivelatore quell’«arcaico», «antiquato», con cui nelle recenti dichiarazioni bolla il divieto che intende superare. Ed è altrettanto rivelatrice la citata intervista ad High Profiles in cui esprimendo le sue varie divergenze rispetto alla Chiesa cattolica diceva che essa «è come un partito politico, no? Sai, a un certo punto una corrente di pensiero è in ascesa e poi un'altra». Lui stesso dichiara le priorità: «credo nel Partito Laburista e questo non cambierà mai; ma la religione è entrata e uscita dalla mia vita molto più spesso». Poco importa di quale Chiesa occuparsi, che sia quella di Roma o quella di Sua Maestà: al primo premier “papista” d’oltremanica più che la fede cattolica sembra stare a cuore la “fede progressista”, da travasare ovunque, sul Tevere o sul Tamigi.
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