Più pigri a scuola per colpa dell'IA, l'antidoto è la fatica
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Il Rapporto INVALSI 2026 fotografa il crollo del rendimento fra gli studenti, confermando una tendenza in corso da anni. Fare i compiti con ChatGPT riduce i tempi ma anche il senso critico, meglio spegnere gli schermi e riscoprire il "sacrificio" dell'apprendimento.
Il Rapporto INVALSI 2026, l'indagine annuale dell'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo, conferma una tendenza ormai in corso da diversi anni. In terza media solo il 57% degli studenti raggiunge un livello adeguato in italiano, nove punti in meno del 2018. In matematica la situazione è analoga, con una quota sopra la sufficienza pari al 55%, sei punti meno dell'inizio della serie. In breve, rispetto al 2018, in terza media nessuna regione è migliorata.
La spiegazione più frequente chiama in causa gli alunni di origine straniera, e un peso lo hanno: per quelli di prima generazione INVALSI stima in italiano quasi 23 punti in meno, il divario di circa due anni di scuola. I numeri regionali, però, si prestano a una lettura diversa. La Lombardia, che accoglie il maggior numero di studenti stranieri (circa 237 mila), nel 2026 vede il 61% di adeguati in italiano, sopra la media nazionale. Dal 2018 la perdita lombarda è di dodici punti contro i nove nazionali, ma le differenze tra territori sono ampie (da -17 a Bolzano a -2 in Basilicata) e il calo li attraversa tutti. In pratica: non incide solo la percentuale di stranieri.
A parte le prove di listening di lingua inglese, si vede un sostanziale calo, laddove più forte laddove più lieve, nelle diverse discipline in tutta Italia. Le cadute più evidenti le troviamo tra il 2019 e il 2021 e dopo il 2023, e la seconda di queste è notevole. In pratica, il Covid ha messo i ragazzi davanti a computer e cellulari, mentre ChatGPT, uscito a fine 2022 e tornato disponibile in Italia dall'aprile 2023 dopo lo stop del Garante, ha offerto il modo di usarli per aggirare la fatica dei compiti. Una concordanza di date non dimostra un nesso causale, ma è difficile archiviarla come puro caso.
Il quadro di questo calo è pesante e internazionale. A settembre l'OCSE ha pubblicato i risultati di PISA 2025, l'indagine sui quindicenni, su cui si è soffermata anche Sarah O'Connor sul Financial Times. Le medie OCSE di lettura e matematica sono le più basse mai registrate. I «lettori frettolosi», che rispondono in fretta e sbagliando, salgono dal 6,6 all'11,4% tra 2018 e 2025. L'OCSE stessa collega il fenomeno alla digitalizzazione, con più ore davanti agli schermi e meno per la lettura di piacere.
Insieme a uno scenario educativo tutt’altro che felice, se ne presenta un altro non meno preoccupante, quello del lavoro. A settembre Anthropic ha pubblicato un documento contenente le previsioni di tre scenari economici da qui al 2030. Nello scenario più “estremo”, si ipotizza una crescita del PIL del 32,4%, un calo dei salari di oltre il 10% e una disoccupazione che va oltre i livelli visti durante le fasi di recessione economica. A perdere maggiormente lavoro, saranno i profili tecnici di alto livello, come programmatori e data scientist.
Sono semplificazioni, ma da questi dati si possono ricavare tre considerazioni. La prima riguarda la capacità di pensare e di elaborare informazioni. Molti ragazzi della prossima generazione rischiano di avere una misura limitata di senso critico, perché averlo costa la fatica di mettersi in discussione. La manipolazione si fa forte del benessere e della possibilità di essere pigri, di non sentire il bisogno di riflettere sulla realtà.
La seconda ha come materia il tempo. La scuola può lavorare perché gli alunni imparino “attraverso” la fatica e si concedano il tempo dell'apprendimento. Se però il lavoro calibrerà le prestazioni sui ritmi dell’Intelligenza Artificiale chiedendo risultati immediati, di quella competenza resterà una bella morale priva di mercato.
La terza è una promessa infranta. I Millennials sono cresciuti con due dogmi: che le professioni scientifiche sarebbero state sempre più appetibili, e che studiando e lavorando duro avrebbero guadagnato più dei genitori. Il secondo si è visto com'è andato; il primo rischia di seguirlo molto più in fretta, con le professioni scientifiche più esposti all'evoluzione delle IA.
Le misure in discussione, come limitare i dispositivi in classe o vietare l'IA a scuola, sono cure legittime ma palliative. Nel momento in cui abbiamo iniziato, come società relativista e incapace di dar “valore alla realtà”, a vedere nella fatica non più la possibilità umana di incidere nel mondo, ma una condizione di pseudo schiavitù, abbiamo condannato la prossima generazione a preferire gli agi dell’IA. Un antidoto a questa malattia potrebbe essere quello di portare gli studenti a scoprire il gusto di un risultato ottenuto con fatica: una fatica che impreziosisce e non scandalizza.

