Trump bombarda, anzi no. Minacce vuote che non piegano l’Iran
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I proclami “sbruffoni” di Trump che annuncia nello stesso giorno nuovi raid e poi la loro sospensione e la tenacia con cui Teheran si oppone ai diktat di Washington fanno tornare alle stelle la tensione nel conflitto iraniano. Dopo l'Europa, il presidente degli USA se la prende anche con gli iracheni nel tentativo di scaricare su altri gli errori disastrosi di pianificazione.
- Tre lezioni per un conflitto, di D.B. Panetta
Una cinquantina di missili da crociera statunitensi Tomahawk hanno colpito l’Iran per spronarlo ad accettare l’accordo con gli Stati Uniti da molte settimane dato per imminente da Donald Trump. Altre decine di missili balistici iraniani hanno colpito le basi statunitensi in Giordania, Bahrein e altri stati arabi del Golfo mentre numerosi droni hanno colpito le antenne dei radar dei sistemi di difesa antimissile THAAD e Patriot dimostrando ancora una volta la vulnerabilità delle installazioni militari americane, ma soprattutto la tenacia con cui Teheran si oppone ai diktat di Washington.
Diktat non giustificati poiché finora la guerra combattuta la sta vincendo l’Iran che di conseguenza non accetta di subire condizioni capestro o comunque da nazione sconfitta. Trump, ha avvertito ieri l'Iran che Washington tornerà a bombardare il Paese «domani sera» se Teheran non firmerà una proposta di accordo presentata dai negoziatori statunitensi. L’ennesimo ultimatum poco credibile come quelli precedenti. Infatti in serata ha annunciato la sospensione dei raid e l'imminente sigla di un accordo per il quale verranno annunciati luogo e data. Progressi, invece, negati da un alto funzionario iraniano a Channel 12 che ha smentito a stretto giro di posta il presidente Usa.
Insomma, il solito copione un po’ sbruffone ma che conferma la volontà di Washington di tenere aperte le trattative a cui Teheran però risponde smentendo con fermezza ogni ipotesi di intesa e definendo le dichiarazioni provenienti da Washington un tentativo di copertura politica privo di riscontro nei fatti. Il Ministero degli Esteri iraniano descrive un quadro di aperta violazione degli impegni presi. Il cessate il fuoco concordato l’8 aprile 2026 è considerato, a seguito dei recenti raid statunitensi nel sud del Paese, "privo di significato".
Del resto Trump non lesina provocazioni. «La mia preferenza è stata sempre per la conquista dell'isola di Kharg, non so se l'America abbia lo stomaco per farlo» ha detto ai conduttori di Fox News dopo aver anticipato su Truth la volontà di conquistare l'isola che ospita i più grandi terminal petroliferi iraniani. Un’operazione militare non proprio agevole che potrebbe costare molte navi e molti caduti agli statunitensi. Teheran infatti ha messo in guardia gli Stati Uniti dalle conseguenze di decisioni definite impulsive.
«Strategie sbagliate e decisioni impulsive azzereranno l'intero scenario in peggio, faranno saltare le infrastrutture energetiche e i mercati e creeranno una palude senza fine in cui resterete impantanati per anni», ha avvertito Mohammad Ghalibaf, presidente del parlamento e capo negoziatore. «Vedrete un Iran diverso», ha ammonito.
Il Central Command statunitense ha fatto sapere che lo Stretto di Hormuz «rimane aperto al traffico marittimo» e che «sono stati aperti corridoi sicuri per il transito delle navi commerciali». Tali corridoi sono disponibili a tutte le navi «che non violino il blocco Usa contro l'Iran».
Tra le possibili contro rappresaglie, l’Iran valuterebbe anche di colpire, secondo i media statali iraniani, le attività di Elon Musk in Medio Oriente. Il governo di Teheran, riferisce l'agenzia di stampa Fars, ha infatti accusato gli eserciti di Stati Uniti e Israele di utilizzare i servizi internet forniti da Starlink. Fra gli obiettivi nel mirino dei pasdaran ci sono dunque le stazioni di terra situate in Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Oman, e gli stessi azionisti di SpaceX.
La tensione sembra quindi tornare alle stelle e le reiterate dichiarazioni di Trump sembrerebbero paradossalmente perseguire proprio questo obiettivo. Con sprezzo del ridicolo ieri il presidente ha affermato che gli iraniani «si sono già arresi, ma non se ne rendono conto», minacciando di utilizzare fondi sequestrati all’Iran per risarcire le nazioni arabe colpite da missili e droni di Teheran.
Frasi che ricordano quelle degli europei impegnati, finora invano, a cercare una via legalmente accettabile per mettere le mani sui fondi russi congelati in Europa. «Qualsiasi danno arrecato ai nostri alleati nel Golfo sarà risarcito utilizzando fondi sequestrati dai conti iraniani», ha annunciato il segretario del Tesoro americano Scott Bessent su X, senza specificare il meccanismo previsto per attuare concretamente una simile iniziativa. «Ogni attacco lanciato dall'Iran non farà che aggravare le conseguenze economiche e finanziarie che l’Iran deve affrontare», ha aggiunto.
Non pago di aver compromesso i rapporti con gli alleati europei accusati di codardia per non aver partecipato alle operazioni militari contro l’Iran, Trump ha messo nel mirino anche le milizie curde irachene, che non accettarono di attaccare l’Iran dal confine iracheno per tentare di rovesciarne il regime. Trump ha confermato che gli Stati Uniti hanno tentato di fornire armi al popolo iraniano nel tentativo di rovesciare il regime di Teheran ma gli alleati regionali, cioè i curdi, avrebbero deluso le aspettative di Washington. Secondo Trump i curdi avrebbero trattenuto le armi destinate all’insurrezione in Iran. «I curdi ci hanno deluso e non lo dimenticherò» ma lo stesso presidente ha aggiunto di essersi inizialmente opposto al piano, affermando di sospettare che i curdi avrebbero «tenuto le armi». Frasi che celano malamente il tentativo di Trump di scaricare su altri, alleati e membri della sua amministrazione, gli errori disastrosi di pianificazione e conduzione delle operazioni nella cosiddetta “Guerra dei 40 giorni”.
Errori il cui costo salato viene pagato da tutti, contribuendo al crollo reputazionale e di credibilità degli Stati Uniti nel mondo.
In Europa, secondo le ultime proiezioni della BCE legate alla crisi mediorientale, in uno "scenario grave" i prezzi del petrolio e del gas raggiungerebbero i 145 dollari al barile e 106 euro/MWh rispettivamente entro la fine del secondo trimestre del 2026. Cioè domani.

