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pace lontana

Il No di Netanyahu è inaccettabile e mette in difficoltà Trump

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Il rifiuto di Netanyahu porta con sé una questione che riguarda direttamente il futuro dell’ordine mediorientale: se neppure la Casa Bianca riesce a convincere il governo israeliano ad accettare un percorso per fermare la guerra, quale sarà il peso degli Stati Uniti nella fase successiva?

Esteri 11_08_2026

Netanyahu dice no a Trump. E mentre il primo ministro israeliano respinge il piano americano per Gaza, ogni giorno, un bambino palestinese continua a morire. È questo il doppio terremoto che scuote il Medio Oriente: da una parte il premier israeliano che rifiuta la proposta della Casa Bianca, dall’altra una Striscia nella quale, quello che il mondo chiama cessate il fuoco, continua a produrre vittime. Il rifiuto di Netanyahu non è soltanto l’ennesimo ostacolo sulla strada di un accordo. È una frattura politica dentro l’alleanza più importante della regione, perché questa volta il no non arriva contro una proposta generica della comunità internazionale, ma contro un piano sostenuto direttamente da Donald Trump e costruito dalla sua Amministrazione per chiudere la guerra.

Il progetto americano prevede un percorso nel quale il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano da Gaza procedano insieme, accompagnati da una nuova fase politica e da una presenza internazionale destinata alla stabilizzazione della Striscia. Netanyahu ribalta l’ordine e mette una condizione preliminare: Israele non ritirerà le proprie forze finché Hamas non sarà completamente disarmato. Non è una differenza da poco. È il cuore del negoziato. Significa decidere chi debba compiere il primo passo e chi debba assumersi per primo il rischio di perdere una parte della propria forza. Netanyahu considera il disarmo indispensabile per impedire che Israele si ritrovi davanti a una nuova minaccia.

Trump ha invece bisogno che i due processi procedano parallelamente, perché solo un meccanismo di reciprocità può creare un incentivo concreto per entrambe le parti. Se Hamas fosse chiamato a deporre le armi, senza avere la garanzia di un contestuale ritiro israeliano, non avrebbe alcuna certezza che il proprio sacrificio si traduca realmente nella fine della presenza militare israeliana nella Striscia. Se Israele dovesse ritirarsi prima di avere la certezza che Hamas sia completamente disarmato, Netanyahu esporrebbe il proprio Paese a un nuovo pericolo. È una contraddizione che rischia di trasformare la trattativa in un vicolo cieco: ciascuno pretende dall’altro la garanzia necessaria per compiere il proprio passo.

Per Trump la posta in gioco è enorme. Il rifiuto di Netanyahu è inaccettabile. Il presidente americano non può permettersi che il suo piano venga trasformato in un semplice documento di discussione, perché la sua credibilità dipende anche dalla capacità di dimostrare che gli Stati Uniti possono ancora orientare gli eventi in Medio Oriente. Se Washington propone un accordo, Hamas ne accetta l’impostazione generale e Israele lo respinge, la Casa Bianca si trova davanti a una scelta difficile: o esercitare una pressione maggiore su Netanyahu o accettare che l’architettura del piano venga modificata da Gerusalemme. Nel primo caso rischia di aprire una frattura con un governo alleato, nel secondo si espone al rischio di far passare l’influenza americana in subordine al punto di vista israeliano. Ma la questione riguarda anche gli altri attori regionali. I paesi arabi, alleati dell’Occidente, stanno osservando quanto Washington sia realmente in grado di garantire un accordo e di farlo rispettare anche al proprio alleato.

La credibilità americana non si misura soltanto dalla capacità di ottenere concessioni da Hamas, ma anche di convincere Israele ad accettare un compromesso. Netanyahu, dal canto suo, afferma una precisa visione strategica: Israele deve conservare il controllo delle proprie condizioni di sicurezza anche quando questo significa entrare in collisione con Washington. Incastrato tra due fuochi, Netanyahu rispolvera la vecchia e conosciuta strategia. Se accetta perde la coalizione. Se rifiuta pubblicamente crea frizione con Washington. Di fronte all’impasse, ha scelto la via mediana classica della sua gestione dei rapporti con gli alleati americani: rifiuto pubblico e disponibilità privata. Ma proprio qui emerge il problema politico: se il disarmo completo di Hamas è la condizione per il ritiro, quello che va costruito è un percorso credibile che permetta di arrivare a questo risultato. Altrimenti una condizione pensata per rendere possibile la pace rischia di diventare ciò che la impedisce.

Hamas ha le proprie responsabilità e non può essere trasformato in un interlocutore incolpevole. Ma se il punto di arrivo dichiarato è la fine delle ostilità, la politica deve anche indicare una strada concreta per raggiungerla. Non è sufficiente affermare che Hamas dev’essere disarmato: bisogna stabilire come, da chi e con quali garanzie. Ed è qui che irrompe la seconda notizia, quella che rende il conflitto diplomatico unito alla tragedia umana. Secondo l’Unicef, dal cessate il fuoco annunciato nell’ottobre 2025, sono stati uccisi a Gaza 265 bambini palestinesi, una media di circa uno al giorno per oltre otto mesi. L’organizzazione ha definito quella tregua una crudele e mortale illusione. Centinaia di altri bambini sono stati feriti, vittime innocenti di questa tragedia. È un dato che non può essere confinato alla cronaca umanitaria, come se esistessero da una parte la grande geopolitica e dall’altra le sue conseguenze. Le due cose sono inseparabili. Il modo in cui viene costruito un accordo determina anche quanto a lungo una popolazione resterà esposta alla guerra. Ogni giorno di stallo significa per gli abitanti di Gaza continuare a vivere tra distruzione, sfollamenti, strutture sanitarie fatiscenti e tanta paura. Un bambino al giorno che muore significa che dietro la parola negoziato c’è una popolazione che non può più aspettare.

Ogni piccolo ucciso è una perdita irreparabile e una nuova ferita che renderà più difficile qualsiasi convivenza. La superiorità militare può garantire sicurezza, ma non può diventare un surrogato permanente della politica. Ed è questa la prova davanti alla quale si trovano Trump e Netanyahu. Trump deve dimostrare che il suo piano è qualcosa di più di una proposta e che gli Stati Uniti hanno la volontà di portarlo fino in fondo. Netanyahu deve spiegare quale sia l’alternativa concreta al percorso americano e come intenda arrivare alla fine della guerra se considera inaccettabile la questione del disarmo di Hamas proposta da Washington. E quest’ultimo dovrà dimostrare se è realmente disposto a rinunciare alla propria capacità militare in cambio di una fine credibile del conflitto. E l’Europa? Dovrà decidere se restare spettatrice, oppure assumere un ruolo politico più incisivo.

Il rischio, adesso, è che la diplomazia rimanga bloccata proprio nel momento in cui avrebbe davanti una possibile via d’uscita. Il rifiuto di Netanyahu porta con sé una questione che riguarda direttamente il futuro dell’ordine mediorientale: se neppure la Casa Bianca riesce a convincere il governo israeliano ad accettare un percorso per fermare la guerra, quale sarà il peso degli Stati Uniti nella fase successiva?