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La legge

Suicidio assistito, le contraddizioni di Zaia e della Lega

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Per anni il Carroccio ha costruito parte della propria identità politica sulle radici cristiane, sulla famiglia e anche sulla difesa della vita. Ma oggi lo stesso partito, con Zaia in testa, festeggia l’approvazione di una legge che attenta alla vita e relativizza la dignità umana.

Editoriali 04_09_2026
Luca Zaia e Matteo Salvini nel 2025 (ImagoEconomica)

Quando la vita diventa una questione di principio, la Lega sa essere cristiana. Quando diventa una questione di legge, molto meno. È questa la contraddizione che il voto del Veneto sul fine vita lascia in eredità a un partito che per anni ha costruito parte della propria identità politica sulle radici cristiane, sulla famiglia, sulla tradizione e anche sulla difesa della vita.

Luca Zaia può festeggiare. Nelle ultime ore la sua immagine, con il volto sorridente e il pollice in alto, ha invaso i social. Nella dichiarazione ufficiale parla di «un risultato importante e un atto di responsabilità», di cui si dice «personalmente orgoglioso». Ma nello stesso comunicato precisa che la legge «non introduce il fine vita e non crea un diritto nuovo», perché il perimetro sarebbe stato «tracciato dalla Corte costituzionale», come se il Veneto avesse semplicemente eseguito un compito amministrativo. È una contrapposizione che dice più di mille dichiarazioni: si rivendica il merito quando conviene politicamente e si scarica la responsabilità etica quando arriva il momento di risponderne. Sul piano politico, Zaia può comunque rivendicare di aver raggiunto l’obiettivo che si era prefissato. Per anni, prima da governatore e poi da presidente del Consiglio regionale, ha infatti spinto per l’approvazione di una legge che autorizza il suicidio medicalmente assistito.

Ma proprio mentre festeggia, lo stesso Zaia dovrebbe spiegare come concilia quel risultato con la concezione della persona e della vita che la Lega ha sempre rivendicato. È una questione di coerenza. Sui valori fondamentali non basta essere coerenti quando è conveniente o in campagna elettorale; la coerenza si misura quando due piani entrano in conflitto ed è necessario scegliere a quale dare la priorità. È proprio Zaia, nella lettera aperta al patriarca di Venezia Francesco Moraglia, a richiamare con orgoglio l’identità e le radici cristiane del Veneto. E lo fa nello stesso testo in cui difende la necessità di una legge regionale sul fine vita e sostiene il suicidio medicalmente assistito. Un cortocircuito che è facile vedere. Lo scarto tra le parole pronunciate e la legge promulgata è precisamente ciò che Zaia dovrà spiegare, e dovrà anche chiarire questa pluriennale insistenza sull’argomento.

Sul fine vita, la scelta del Veneto è netta: in determinate condizioni, la volontà individuale può arrivare fino alla richiesta di essere aiutati a morire e la sanità pubblica può disciplinare e rendere possibile questo percorso. È una scelta che può essere giustificata sul piano politico e forse anche giuridico, ma non è neutrale sul piano culturale e delle idee. Per la tradizione cristiana, la vita umana non è un bene disponibile: la dignità non dipende dalla salute o dall'efficienza, una persona non vale meno perché è malata, dipendente dagli altri o incapace di vivere senza assistenza. Non è un'obiezione recente: già nel 2007, rivolgendosi ai vescovi italiani, Benedetto XVI metteva in guardia dal rischio di legittimare l'interruzione della vita «mascherandola con un velo di umana pietà», ricordando che la vera pietà cristiana non consiste nell'assecondare la richiesta di morte, ma nell'accompagnare chi soffre senza abbandonarlo. È il punto esatto in cui la pietà smette di essere accompagnamento e diventa alibi. Se il diritto al divorzio, stabilito per legge, attiene all’ambito delle relazioni, nel caso del suicidio assistito ci troviamo sul medesimo piano dell’aborto: qui è la persona umana a essere direttamente coinvolta, è la vita stessa a essere posta nelle mani di una volontà libera, assoluta e autoreferenziale che, avendo negato Dio, non può che sfociare nel nichilismo.

Si dirà che uno Stato laico non deve imporre la dottrina di una parte a tutti. Vero. Ma qui non si discute cosa lo Stato debba fare, bensì cosa un partito che ha fatto dei principi cristiani la propria bandiera abbia scelto di proporre per tutto il popolo. Ed è qui che il dibattito sulla “libertà” rischia di diventare troppo comodo: libertà non significa che ogni scelta individuale debba automaticamente trasformarsi in un diritto esigibile dallo Stato. Se fosse davvero così, la politica non avrebbe più il compito di decidere quali siano i beni fondamentali da tutelare nella società, ma si limiterebbe a trasformare i desideri, e a volte persino i capricci dei singoli, in prestazioni pubbliche. Sul fine vita è in gioco proprio questo: la decisione di trasformare la morte procurata da fatto strettamente privato a possibilità regolata dall'ordinamento. Chiamarla soltanto “libertà” non risolve il problema, lo rende solo più comodo. E più comodo, in questi giorni, lo è soprattutto per Zaia: gli permette di intestarsi una vittoria politica senza misurarsi con la domanda più scomoda, quella sulla propria coerenza. Non basta evocare la tradizione e parlare di valori cristiani: se quei valori hanno un contenuto politico, devono pesare anche quando si discute di una delle questioni più radicali che una società possa affrontare: il rapporto tra vita, sofferenza, libertà e morte. Altrimenti restano identità dichiarate, e Zaia ne è oggi l'esempio più netto.

Una società seria, davanti alla sofferenza estrema, dovrebbe ascoltare chi chiede di morire. Ma ascoltare non significa accettare che la morte sia la risposta: vuol dire chiedersi se quella persona abbia accesso alle cure migliori, alle cure palliative, al sostegno psicologico, alla vicinanza della famiglia e a una rete capace di farle sentire che la sua esistenza conta anche quando è fragile. C'è una differenza enorme tra il dire a una persona «sei libera di morire» e dirle «non sarai lasciata sola perché sei malata».

Va evitata anche un'altra semplificazione: non è stata semplicemente la “vittoria di Zaia”. Il provvedimento arriva al termine di un percorso civile e politico molto più lungo, alimentato dalla proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi subito”, dalle migliaia di firme raccolte e dal precedente passaggio in Consiglio regionale nel 2024, quando il testo fu respinto per un solo voto, nonostante il sostegno dello stesso Zaia, allora presidente della Giunta. Nemmeno il centrodestra, oggi, ha parlato con una voce sola: proprio per questo, la vicenda è più interessante della semplice celebrazione di una vittoria politica. Mette a nudo una questione che riguarda tutta la destra e la sua rivendicazione di un’identità cristiana. Una questione che Zaia, in prima fila, dovrà porsi per primo. I valori sono principi o sono slogan? Se sono principi, devono orientare anche le scelte difficili; se sono slogan possono essere messi da parte quando diventano ingombranti.

Il Veneto ha approvato una legge. La democrazia ha fatto il suo corso e il voto va rispettato. Se la legge rientri o meno nella costituzionalità, lo stabilirà chi ne ha l'autorità e la competenza. Ma questo non assolve la politica veneta dalla responsabilità di spiegare quale idea di persona abbia scelto di affermare. E non assolve la Lega – né il suo ex governatore – dalla necessità di chiarire una contraddizione ormai impossibile da nascondere dietro le parole. Perché le radici cristiane di un partito contano davvero anche quando il partito ha il coraggio di evitare di fare ciò che il “politicamente corretto” impone.



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