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DIBATTITO SBAI-BRIGNONE

Il dibattito sull'islam: quanto l'accademia è lontana dalla realtà

L’intervento del professor Brignone, islamologo della fondazione Oasis, in Commissione Affari Costituzionali, inducono a riflettere su quanto l'accademia italiana sia lontana dalla realtà. Ne emerge una visione edulcorata e giustificatoria dell'islam che non corrisponde ai fatti.

Editoriali 24_09_2026
Saman Abbas (La Presse)

La lettura dello scambio di lettere tra l’onorevole Souad Sbai e il professor Michele Brignone e quella del testo dell’intervento del professore in Commissione Affari Costituzionali inducono a riflettere: prima di tutto su quanto spesso l’accademia italiana si dimostri disattenta ai fatti, forse anche per scarsa disponibilità dei fondi necessari per svolgere ricerche sul campo. In certi casi è possibile che manchino anche gli strumenti. Bisogna aver studiato metodologia della ricerca, statistica e altre discipline per poter svolgere indagini, analizzare dati, capire se le ricerche e le analisi altrui sono fondate e attendibili.

Per questo si capisce e non si può che condividere l’invito dell’onorevole Sbai al professore: «venga a conoscere il territorio, venga nelle nostre realtà». Peraltro è ingiusto accusare, come fa il professore, l’onorevole Sbai di aver usato forzature e scorciatoie per attribuirgli posizioni che non ha espresso e tesi che non ha formulato.

Venendo a quelle, durante il suo incontro in Commissione Affari Costituzionali, il professore ha detto che considerare le moschee il luogo più frequente «di arruolamento di ‘combattenti’ della Jihad appariva già anacronistico 11 anni fa e risulta ancora più opinabile oggi» perché i principali vettori non sono i luoghi di culto, ma gli ambienti virtuali.

Sorvolando su quelle virgolette al termine combattenti e sull’uso del femminile e della lettera maiuscola per il termine jihad, le moschee sono in tutto il mondo luoghi primari di indottrinamento e arruolamento al jihad, insieme alle pareti domestiche, cioè alla famiglia, e ad altri luoghi di socializzazione. In Italia lo sono anche le carceri. Gli “ambienti virtuali”, intendendo canali digitali, social media e simili, sono oggi tra i maggiori mezzi di comunicazione, usati quindi in tutti quei luoghi e ormai, forse, da gran parte delle persone che li frequentano.

Quali luoghi e quali mezzi di diffusione siano più efficaci dipende dai contesti, dai destinatari. Le reti digitali rappresentano il principale mezzo per raggiungere un vasto pubblico globale. Ma il reclutamento passa soprattutto attraverso rapporti tra pari – famigliari, amici, conoscenti… – e con guide spirituali, “jihad mentors”, tra i quali si annoverano gli imam.

Altra tesi del professore che fa riflettere è quella espressa in relazione al caso di Saman Abbas, la «ragazza pakistana residente in Italia presumibilmente (sic) uccisa dai parenti per essersi sottratta a un matrimonio forzato e per la sua volontà di integrarsi pienamente nel contesto sociale in cui viveva». Il professore cita il caso di Saman per mettere in discussione che esista un rapporto diretto tra l’islam e l’omicidio: in sostanza, che il comportamento dei parenti di Saman abbia a che vedere con il fatto che sono musulmani.

Il professor Brignone ritiene infatti che l’omicidio di Saman Abbas si configuri invece «innanzitutto come un delitto d’onore radicato in una determinata cultura più che come un atto direttamente riconducibile all’Islam. La giurisprudenza islamica tradizionale contempla degli istituti che possono essere invocati per legittimare talune forme di imposizione, ma non si può sostenere che il matrimonio forzato sia in quanto tale una prescrizione dell’Islam».

Il matrimonio forzato, è vero, non è stato istituito dall’islam, come non lo sono stati il matrimonio combinato, il matrimonio infantile, la poliginia, il prezzo della sposa, le mutilazioni genitali femminili e altre istituzioni tipiche delle società arcaiche, che praticavano economie di sussistenza ed erano società patriarcali, gerontocratiche e autoritarie. L’islam è nato in quelle società e ne è la manifestazione fino ai giorni nostri perché ne ha assimilato principi e istituzioni. Erano ritenute immutabili e inviolabili per rispetto e timore degli antenati, fondatori di clan e lignaggi, ai quali se ne attribuiva l’istituzione. Lo sono diventate ancora di più, anche quelle non prescritte nel Corano, perché presenti nella Sunna, la seconda fonte della legge, l’insieme di ciò che Maometto ha detto, fatto o tacitamente approvato, riportato negli Hadith, i racconti sulla vita del profeta tramandati oralmente di generazione in generazione.

Anche il cristianesimo si è radicato in società arcaiche, ma per il valore che attribuisce a ogni figlio di Dio, indiscriminatamente, non ha assimilato certe istituzioni; ed è grazie al cristianesimo che si è formata una civiltà, quella occidentale, fondata sulla certezza che esistono diritti inerenti alla persona, quindi inalienabili e universali. C’è voluto del tempo prima che istituzioni come i matrimoni combinati e quelli infantili fossero banditi. Le attenuanti previste per l’omicidio d’onore sono state abolite in Italia nel 1981.

L’islam discrimina per fede, istituendo status diversi per fedeli e infedeli, liberi e schiavi, uomini e donne. È per questo che diventano leciti e anzi dovuti l’omicidio d’onore, la soggezione delle donne e altre violazioni delle libertà e dei diritti della persona. I fatti lo dimostrano: è tra i musulmani che sono più diffuse.

Tuttavia la Casa reale giordana, ad esempio, musulmana, da decenni tenta di far emendare i due articoli di legge che riducono le pene per chi commette omicidio d’onore, al punto da lasciare liberi i colpevoli. Il Marocco, per volere dei suoi reali che sono discendenti di Maometto, ha il diritto di famiglia più avanzato di tutto l’islam. Ben venga che l’Ucoii abbia espresso la contrarietà della religione islamica: può contribuire a convincere qualche musulmano che non è volontà di Allah uccidere una figlia che rifiuta di sposare l’uomo scelto dai chi i suoi genitori.