L'islamo-comunismo vince anche a Berlino. Ormai è tendenza
Dopo i casi di Sadiq Khan a Londra e Mamdani a New York, anche Berlino potrebbe avere una prima cittadina musulmana e di estrema sinistra: Elif Eralp. I voti li deve ancora prendere dall'assemblea cittadina, ma il suo partito, la Linke, ha vinto con un programma simil-Mamdani.
Domenica, Berlino ha votato e la Linke, la sinistra estrema tedesca, è diventata il primo partito con il 25%, quasi raddoppiando il proprio peso. Il merito è in larga parte di Elif Eralp, 45 anni, giurista e anticapitalista dichiarata, che ora punta a diventare la prima tedesca di origini turche alla guida della capitale e, con ogni probabilità, il primo sindaco musulmano della sua storia.
Ma la poltrona non è ancora sua. Berlino è uno Stato federato e il Regierender Bürgermeister va eletto dall’assemblea cittadina, dove la Linke siede con 47 rappresentanti su 158: servono alleati, e i partner naturali sono i Verdi, fermi al 14,3% con 26 seggi e in calo di 4,1 punti, e i Socialdemocratici, al 12,1% con 22 seggi. Solo se la trattativa andrà a buon fine, il trionfo si trasformerà in governo.
Così, dopo Sadiq Khan a Londra e Zohran Mamdani a New York, tocca dunque a Berlino. Le tre capitali hanno in comune molto più del peso economico e culturale: sindaci di estrema sinistra, figli di immigrati, di fede musulmana, con programmi che uniscono ricette economiche da socialismo reale e un’ambiguità pericolosa verso islamismo e antisemitismo. Se Londra poteva essere un caso e New York un esperimento, Berlino è la tendenza.
La Eralp è nata a Monaco nel 1981 da genitori esuli turchi. È cresciuta tra Dortmund e Amburgo, ha studiato Giurisprudenza e ha lavorato a lungo dietro le quinte del partito come referente per le politiche giuridiche del gruppo parlamentare al Bundestag, prima di approdare al Parlamento berlinese. L’immagine è essenziale e riconoscibile: rossetto rosso, un ciondolo al collo con la scritta «Mietendeckel», il tetto agli affitti, che è la sua battaglia simbolo e un’ostentata identità anticapitalista.
Con Mamdani il legame è concreto e non soltanto ideale: lo scorso novembre, prima ancora del voto newyorkese, quattro dirigenti di primo piano della Linke sono volati a New York per confrontarsi con gli strateghi del futuro sindaco, a partire dal suo capo campagna Morris Katz, i cui consigli hanno poi accompagnato la corsa di Eralp. Porta a porta e una comunicazione semplice: la confezione è statunitense, il contenuto molto meno. A premiarla sono stati soprattutto gli under 35, i più esposti al rincaro della vita, ma anche i sedicenni chiamati alle urne per la prima volta e affascinati dalla linea filopalestinese, la più marcata fra i partiti tedeschi. Lo stesso aspetto che, però, ha spinto molti elettori, seppur tentati dalla sinistra estrema, verso Verdi e Spd, percepiti come meno antisemiti.
Il cuore del programma della Linke è stata la casa, prima preoccupazione di una città in cui l’85% vive in affitto e i giovani si contendono una stanza in appartamento condiviso a 700 euro al mese. La Eralp vuole calmierare i canoni e attuare la «socializzazione» dei grandi gruppi immobiliari: in pratica, l’esproprio con indennizzo e il passaggio alla proprietà collettiva di oltre 200mila abitazioni. A ciò va aggiunto il progetto di mense di quartiere con pasti a tre euro, una tassa sulle ville di lusso, più Stato nell’economia e il ritorno della patrimoniale, sotto lo slogan «Sì, chiamateci socialisti». Promesse irrealizzabili, raccontano gli economisti, mentre il governo del cancelliere Friedrich Merz si sta già muovendo con un disegno di legge «per tutelare gli investitori».
Eppure il malcontento ha basi solide. Berlino era una delle città più a buon mercato d’Europa, per il mattone come per la tavola, ma l’emergenza sanitaria con il Covid prima e la guerra in Ucraina poi, hanno rotto l’incanto: il biglietto base della Bvg è passato da 2,90 euro nel 2020 ai 4 euro oggi, un aumento del 38%; la bolletta energetica è aumentata di circa il 10%, tra le più care in assoluto — parliamo di un Paese dove il prezzo puro dell’energia era tra i più bassi d’Europa, il resto erano tasse della Merkel. Ed è per questo che tutto il cibo da strada ha visto negli ultimi sei anni un aumento del 50%.
Ma tornando al tema case e al caro affitti. Chi giustifica il voto di Berlino come naturale non sa che la città ha una delle regolazioni statali più rigide d’Europa.
Ecco come funziona. Il Comune pubblica una tabella ufficiale, il Mietspiegel, che controlla e indica il livello degli affitti. Inoltre, per legge, i contratti non hanno scadenza (da noi, per esempio, durano 4+4 anni). Quindi un inquilino può restare nella stessa casa per tutta la vita, e il proprietario la riprende solo in casi rarissimi. Questo significa che a Berlino non c’è un mercato vero. Chi ha firmato tanti anni fa paga poco, non se ne va più, o a volte subaffitta. Chi arriva adesso non trova nulla, e quel poco che trova costa molto di più per ovvie ragioni. La crisi abitativa di Berlino nasce quindi da decenni di socialismo reale praticato da Spd e CDU, e il successo della Linke non farà che aggravarla.
Sono passati 37 anni dalla caduta del Muro, e la Germania unita somiglia sempre più alla scomparsa Ddr comunista. La Linke vuole anche chiudere gli ospedali in passivo per creare grandi complessi come la Charité, che stava al di là del muro. L’ospedale più grande al mondo con 5mila letti, un grattacielo costruito allo scopo di dimostrare la superiorità del sistema ospedaliero socialista.
Poi c’è il capitolo islam: immigrazione e identità religiosa, su cui la Linke tiene da anni una linea altrettanto chiara. Le prime stime indicano che l’82% dei musulmani berlinesi ha votato a sinistra, con un 51% per la Linke e un 31% per Spd o Verdi: forse la prima elezione in cui questo elettorato è stato decisivo come gruppo, un voto etnico che è il preludio, o già la conseguenza, di una società balcanizzata. Alla festa elettorale della Linke, come raccontano le foto, erano presenti Ibrahim Ibrahim, attivista palestinese sostenitore di Hamas, e Issa Remmo, leader di un clan criminale turco-siriano. Tant’è che il probabile nuovo sindaco ha dovuto aggiustare il tiro: «Farò tutto il possibile perché gli ebrei, così come i musulmani, le persone queer e tutti gli altri cittadini della nostra città, possano sentirsi al sicuro».
Già nel 2022, Eralp chiedeva di abolire il divieto del velo previsto dal Neutralitätsgesetz, la legge berlinese sulla neutralità religiosa nel pubblico impiego, sostenendo che escludere le donne con l’hijab significa discriminarle. Il contrasto al cosiddetto «razzismo antimusulmano» è per lei una priorità. Ha chiesto organismi pubblici di vigilanza e contributi permanenti alle associazioni che si occupano di immigrati: una linea che rischia di scoraggiare la denuncia dei reati, delle violazioni dei diritti delle donne e della penetrazione della legge coranica nei quartieri di Berlino, mettendo risorse in mano a sigle ambigue, spesso copertura di ambienti islamisti.

