• COMUNISMO CINESE

Stazioni di polizia cinese all'estero: record in Italia

L’Italia è penetrata dall’apparato di sicurezza cinese e non è neppure consapevole della sua vastità. L'inchiesta pubblicata dall’Ong Safeguard Defenders dimostra come siamo stati i primi ad aprire le porte alla polizia cinese, con Renzi e Gentiloni. Abbiamo il maggior numero di avamposti in Europa e siamo fra i pochi che non indagano.

Polizie cinese e italiana in pattuglia a Roma

L’Italia è penetrata a tal punto dall’apparato di sicurezza cinese, da non essere neppure consapevole della vastità della sua rete. È questo il risultato più eclatante, per noi italiani almeno, della seconda indagine, in due mesi, pubblicata dall’Ong Safeguard Defenders, associazione con sede in Spagna che monitora la violazione dei diritti umani in Asia, in particolar modo in Cina e in Vietnam. Non solo l’Italia ha 11 sedi della polizia cinese d’oltre mare, ma ha anche svolto, consapevolmente o meno, il ruolo di apripista della penetrazione in Europa da parte dell’apparato di sicurezza cinese.

Safeguard Defenders si è occupata delle stazioni di polizia cinesi all’estero perché in alcuni casi già documentati hanno contribuito al rimpatrio forzato di cittadini cinesi. L’origine della loro diffusione, infatti, deriva dalle campagne lanciate da Xi Jinping per dare la caccia a funzionari corrotti (operazione Fox Hunt), criminali finanziari (operazione Sky Net), ma anche dissidenti politici. Difficile distinguere fra le categorie criminali, perché in almeno un caso, quello di una cittadina cinese emigrata in Cambogia, l’arresto era giustificato da un crimine finanziario, ma il motivo reale era evidentemente politico. In ogni caso, arrestare e riportare in Cina sospetti, senza passare dai canali ufficiali dell’Interpol, senza processo e senza garanzie per l’imputato, è e resta un’attività criminale da regime totalitario. E non dovrebbe essere accettata da nessun Paese europeo.

Secondo Safeguard Defenders, oltre alle 54 stazioni di polizia all’estero individuate all’epoca del precedente rapporto, ve ne sono almeno altre 48, portando il totale a 102 centrali, in 53 Paesi del mondo. La maggior parte delle centrali sono state costituite a partire dal 2016 da parte di due autorità locali cinesi, quelle di Nantong e di Wenzhou, che si aggiungono a quelle di Qingtian e Fuzhou. La data di inizio delle loro attività confuta quanto detto precedentemente dal governo cinese, secondo cui si sarebbe resa necessaria la presenza di più polizia all’estero a causa della pandemia di Covid (dunque solo dal 2020).

Il nuovo rapporto ha individuato un altro caso di rimpatrio forzato, condotto dalla stazione di polizia oltremare di Wenzhou a Parigi. Inoltre vi sono 80 casi sospetti di rimpatri non volontari a cui avrebbe contribuito la rete delle stazioni di Nantong, oltre a operazioni simili condotte in Spagna e in Serbia. Secondo il governo di Pechino, le stazioni oltremare dovrebbero avere solo funzioni di sostegno ai cittadini cinesi all’estero che devono sbrigare pratiche burocratiche. A quanto risulta, fanno ben di più.

E l’Italia è stata uno dei Paesi apri-pista. Leggiamo nel rapporto: «Un accordo bilaterale del 2015 del Ministero della Pubblica Sicurezza sui pattugliamenti congiunti di polizia con il governo italiano sembra aver contribuito direttamente alla successiva istituzione di stazioni “pilota” europee a Milano nel 2016 (da parte della polizia di Wenzhou) e nel 2018 (da parte della polizia di Qingtian). Nel dicembre 2018, il China News Service ha riferito dell'istituzione da parte delle Procure di Qingtian di sei stazioni di collegamento all'estero in Italia: a Prato, Roma, Milano, Bolzano e in Sicilia».

Il rapporto scende maggiormente nei dettagli sul caso italiano, considerato uno degli “abusi della cooperazione volontaria”. I due governi avevano concordato pattugliamenti comuni, i cinesi ci avrebbero preso la mano. «Il 27 aprile 2015 - un anno dopo l'avvio dell'operazione Fox Hunt da parte del Ministero della Pubblica Sicurezza e l'anno di avvio dell'operazione Sky Net – l'allora ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni (governo Renzi, ndr) ha firmato con il suo omologo Wang Yi quattro accordi di cooperazione bilaterale, tra cui un Memorandum per pattuglie congiunte di polizia “nell'ambito del contrasto al terrorismo, alla criminalità organizzata internazionale, alla migrazione illegale e al traffico di esseri umani”. Dal 2 al 13 maggio 2016 si svolgono le prime pattuglie congiunte di polizia a Roma e Milano».

Il rapporto prende subito una piega ocura: «Al loro ritorno, i quattro uomini che compongono la squadra di polizia della Repubblica Popolare Cinese vengono accolti dal viceministro della Pubblica Sicurezza Meng Hongwei, che poco dopo diventerà anche presidente di Interpol prima della sua scomparsa di un mese in circostanze sospette - presumibilmente nelle carceri segrete di Liuzhi della Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari - e della successiva condanna a tredici anni di carcere con l'accusa di corruzione. La moglie rimane sotto protezione della polizia in Francia per timore di un rimpatrio forzato». Ebbene, in Italia…  «Proprio nello stesso periodo - maggio 2016 - l'Ufficio di pubblica sicurezza di Wenzhou avrebbe "pilotato l'istituzione di un punto di contatto della polizia cinese all'estero" a Milano, in Italia. Nell'agosto dello stesso anno, ha istituito altri due punti di contatto a Prato (Italia) e Parigi (Francia). Nel luglio 2017, l'allora viceministro dell'Interno italiano Filippo Bubbico (governo Gentiloni, il titolare del Viminale, allora, era Marco Minniti, ndr) ha firmato un accordo bilaterale di cooperazione in materia di sicurezza con una delegazione del Ministero della Pubblica Sicurezza della Repubblica Popolare Cinese guidata dall'omologo Xia Chongyuan».

Di questo accordo, firmato dal governo Gentiloni, si legge: «"Nell'ambito della consolidata amicizia tra i due Paesi di antica civiltà, l'iniziativa mira a intensificare i proficui rapporti tra i rispettivi organi di pubblica sicurezza". Per Bubbico, l'accordo fa seguito alla "significativa importanza dei pattugliamenti congiunti di polizia", mentre Xia ha espresso il "valore fondamentale dell'accordo odierno nell'ambito del Partenariato strategico sino-italiano, con un rafforzamento della cooperazione bilaterale in materia di sicurezza". Il contenuto esatto dell'accordo non è stato reso noto» (corsivo nostro, ndr).

Fra l’altro, l’Italia, due anni dopo sarebbe stato il primo Paese a firmare i protocolli di intesa politici della Nuova Via della Seta. E tre anni dopo sarebbe stata la prima ad accettare i consigli della Cina su come combattere la pandemia di Covid con i lockdown. Insomma, se c’è da influenzare un Paese in Europa, la Cina si rivolge prima di tutto all’Italia. E in questo gli ex membri dei governi Renzi, Gentiloni e Conte hanno ancora molto da spiegarci. Soprattutto vorremmo sapere quante e quali siano le attività (reali) della polizia cinese in Italia. E quante siano le sue stazioni, visto che è un’Ong con sede in Spagna ad averci detto, finora, qualcosa della loro esistenza.

Le conclusioni del rapporto sull’Italia di Safeguard Defenders suonano disarmanti: «Ad oggi, nonostante abbia il maggior numero di avamposti sul proprio territorio, il governo italiano è tra i pochissimi in Europa che non ha ancora annunciato pubblicamente un'indagine sulle stazioni di polizia cinesi d'oltremare o dichiarato la loro illegalità. In una dichiarazione rilasciata a settembre a Il Foglio, il Ministero dell'Interno sotto il precedente governo Draghi (titolare era Luciana Lamorgese, ndr) ha affermato che "non destano particolare preoccupazione". I pattugliamenti congiunti di polizia sino-italiana sono stati interrotti nel 2020, a seguito dello scoppio della pandemia Covid 19. Non sono stati fatti annunci ufficiali sullo status futuro degli accordi di sicurezza». Ora che il governo è cambiato, forse potremmo saperne di più.

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