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Solo un Diritto con la maiuscola garantisce la pace al mondo

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Tutti invocano il "diritto internazionale" ma pochi ne riconoscono il fondamento oggettivo: l'ordine naturale, che non piace né all'islam né al pensiero dominante in Occidente. Una visione del mondo non vale l'altra, nemmeno nel campo delle relazioni fra gli Stati.

Editoriali 11_03_2026
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

Diritto internazionale: tutti ne parlano e nessuno lo applica. Qualcuno si chiede perfino se esista davvero. Se andiamo con la mente all’Ucraina, al Venezuela, a Gaza e ora all’Iran, possiamo vedere che tutti i protagonisti lo hanno violato. Violato per promuovere i propri interessi o perché non lo si riconosce? Di solito si punta al primo di questi due motivi, trascurando il secondo. Ci sono però visioni del mondo che non ammettono un diritto internazionale, il che rivela un fatto interessante: il diritto internazionale non va bene per tutte le visioni del mondo, ma richiede un pensiero adeguato. Il diritto internazionale, e quindi anche le sue violazioni, pongono un problema di pensiero, e non solo di interessi da difendere e promuovere.

Questo spiega anche la situazione di impasse dell’ONU, che continuamente richiama il diritto internazionale ma esprime una visione contrastante con esso, come del resto moltissimi dei suoi Stati membri. La debolezza dell’ONU nasce certamente dall’esprimere la situazione successiva alla Seconda guerra mondiale molto diversa da quella attuale, però deriva anche dal fallimento della previsione di Jacques Maritain che fosse possibile una nuova etica pubblica internazionale fondata sul concetto di persona umana. Egli si illudeva che tutte le religioni e tutte le culture si potessero incontrare su questo concetto, il che non è mai avvenuto perché non poteva avvenire.

Il diritto internazionale ha bisogno di un pensiero adeguato. A questo proposito può essere opportuno ricordare che le due visioni del mondo che si stanno fronteggiando in Iran, ossia quella “occidentale” e quella “islamica” nella versione sciita, sono incapaci di fondare in modo adeguato il diritto internazionale. Il motivo è che ambedue negano l’esistenza del Diritto ed è impossibile avere il diritto internazionale senza il Diritto. Per Diritto, che scriviamo con la lettera maiuscola per distinguerlo dal diritto soggettivo previsto dalle leggi positive, si intende l’ordine naturale, il giusto che corrisponde per natura a questo ordine oggettivo, finalistico e indisponibile. Si tratta di un diritto non-scritto, ma in-scritto nell’ordine della realtà a cui devono poi ispirarsi gli ordinamenti giuridici, compresi quelli internazionali. Esso è «l’ordine della ragione nelle azioni umane» (san Tommaso).

Ora, la religione islamica, che è immediatamente cultura e civiltà non conoscendo alcuna articolazione di piani tra la ragione e la fede, non riconosce il Diritto nel senso visto sopra. Quel Diritto presuppone che si dia un ordine della natura e della ragione dotato di una propria autonomia rispetto a quello della fede religiosa. Pensa anche che su questo si fondi la legittimazione prossima dell’autorità politica, come bene spiegò Benedetto XVI davanti al Parlamento federale di Germania (2011). Per l’islam questo piano della ragione naturale a cui afferiscono la morale e il diritto in via autonoma non esiste, perché l’unico Diritto possibile è costituito dagli insondabili decreti di Allāh, che sono religiosi, giuridici, civili e penali nello stesso tempo. La loro fonte è superiore alla stessa razionalità e alla stessa verità: ricordiamo il discorso di Benedetto XVI a Regensburg… Anche qui è il Diritto a fondare l’autorità politica, tuttavia non in quanto autonomo dalla religione, ma proprio in quanto diritto religioso.

Il Diritto, nell’islam, non riguarda l’universalità degli uomini, ma l’universalità della Ummah, la comunità musulmana, che è superiore sia al diritto degli Stati sia a qualsiasi forma di diritto tra gli Stati, appunto il diritto internazionale. Davanti alla scelta tra obbedire alla Ummah o al diritto internazionale, il musulmano obbedirà sempre alla prima. Qualsiasi adesione di un Paese musulmano ad una organizzazione internazionale avviene con riserva mentale.

Se ora voltiamo pagina, troviamo che anche per l’attuale cultura dominante in Occidente risulta difficile o impossibile pensare il Diritto, perché questa cultura nega il concetto di “natura”. Il presidente Trump aveva fatto pensare di voler riprendere, almeno in parte, questa tradizione di pensiero, sulla spinta dell’ala cristiana e cattolica del movimento MAGA, ma sul piano delle relazioni internazionali sembra aver preso un’altra strada, da qui l’attuale tensione interna a quello stesso movimento. Negando di poter conoscere un ordine naturale espressione di un Diritto universale e oggettivo, non rimane che pensare che la misura del diritto sia l’utilità, come pensava Hobbes; o al massimo «l’insieme delle condizioni per mezzo delle quali l’arbitrio dell’uomo può accordarsi con l’arbitrio dell’altro», come riteneva Kant: una specie di compromesso tra egoismi che vale sia per i rapporti tra i cittadini che per quelli tra gli Stati.

Il positivismo è la grande corrente della cultura occidentale moderna che ha sostituito il Diritto con i diritti. Non è la sola, ma certamente è la prevalente.  Per essa le regole delle relazioni internazionali hanno in se stesse la propria legittimazione solo per il fatto di essere decise e poste dai soggetti statali che le formulano e le firmano. Ma una legittimazione fondata sulla effettualità del consenso può essere delegittimata da un nuovo e diverso consenso che dia luogo ad una nuova e diversa effettualità. E diventa perfino legittima una effettualità senza consenso. Ciò accade quando cambiano gli interessi particolari in gioco, ma prima di tutto capita perché quella filosofia lo permette, anzi lo postula.


Al tema del diritto internazionale sarà dedicato il primo piano del prossimo numero de La Bussola Mensile (aprile 2026).
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