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Asia

Sentenza storica in Pakistan

Un tribunale ha restituito ai genitori una bambina cristiana rapita e ha disposto l’arresto dell’uomo che la voleva costringere a sposarlo

Ragazzine sequestrate, costrette a convertirsi all’islam e a sposare il loro rapitore. È questa una delle forme assunte in Pakistan dalla persecuzione contro i cristiani. Spesso le poverette vengono rapite da vicini di casa o da uomini incontrati sul posto di lavoro. Costoro, se denunciati, mostrano documenti falsi o estorti, attestanti la conversione e il matrimonio. Nel caso – il più frequente – che si tratti di minorenni, i documenti dovrebbero essere invalidati in ogni caso perché in Pakistan è proibito il matrimonio di minorenni e perché la conversione di un minore deve essere approvata dal padre o da chi ne fa le veci. Eppure le famiglie che si rivolgono ai tribunali per riavere le loro figlie incontrano ostacoli e difficoltà a farsi valere. Spesso non riescono a liberare le figlie perché il giudice interpellato dà ragione ai rapitori. Succede inoltre che i famigliari subiscano minacce e intimidazioni da parte dei rapitori o addirittura che vengano denunciati e rischino sanzioni invece di ottenere giustizia. È quindi da considerare una sentenza storica quella pronunciata l’11 gennaio dall’Alta Corte di Lahore che ha ordinato la liberazione di una bambina cristiana di 13 anni, Aneeqa, rapita il 29 dicembre scorso. La Corte ha disposto l’arresto dell’uomo che l’ha rapita respingendo la sua versione dei fatti. Aslam, questo il suo nome, ha dichiarato che Aneeqa era maggiorenne, falsificando i documenti relativi, e che si era convertita all’islam per sposarlo. Ma i documenti ufficiali presentati alla Corte, rilasciati dalla National Database and Registration Authority, hanno confermato che Aneeqa è minorenne. Basandosi su questi documenti, l’Alta Corte di Lahore ha quindi respinto le argomentazioni della difesa e ha ordinato la custodia giudiziaria dell’imputato. Il giudice Tariq Saleem Sheikh, basandosi sulle leggi in materia, ha affermato che un minore è incapace di acconsentire all’unione o di cambiare religione e ha sottolineato che dovere dello stato è proteggere i minori, in particolare quelli appartenenti a comunità vulnerabili. Inoltre ha ricordato che coercizione e manipolazione non possono essere legittimate con il pretesto del consenso. Il giudice ha quindi ordinato l’immediato rilascio della bambina, ne ha restituito la custodia ai genitori e ha incaricato le forze di polizia di garantire il suo ritorno in famiglia in sicurezza.