Il testamento, la base per conoscere il san Francesco vero
Districarsi tra le fonti, da quelle agiografiche a quelle più divulgative, guardando agli scritti dello stesso Poverello d’Assisi. Tra cui spicca il testamento, che il santo inizia richiamando la sua conversione. Dal videoincontro con il professor Renato Mambretti.
Come conoscere il Francesco d’Assisi autentico? Questo il tema che è stato al centro della diretta di ieri dei Venerdì della Bussola, intitolata San Francesco, quello vero. Una diretta condotta da Stefano Chiappalone, che ha avuto come ospite Renato Mambretti, firma della Bussola Mensile e già docente di Storia della Chiesa medievale.
Una figura con molte sfaccettature, quella di san Francesco, il quale nei secoli è stato spesso vittima di letture ideologiche o distorte (da quella ecologista a quella pacifista) che oscurano la sua molla fondamentale: il suo amore per Cristo. Da qui l’importanza di districarsi tra le varie fonti, antiche e moderne. Mambretti spiega che nei 50 anni successivi alla morte del santo sono sorte agiografie molto ricche – come ad esempio la Vita prima e la Vita seconda di Tommaso da Celano, la Legenda trium sociorum – «che cercano di presentare momenti dell’esistenza di frate Francesco e di dimostrarne immediatamente la santità». Ma le diverse versioni agiografiche complicano anche «la scena interpretativa».
Prima ancora che dall’agiografia è meglio partire dai molti scritti dello stesso Francesco, tra cui spicca il suo testamento, «scritto sicuramente dopo il maggio del 1226», dunque in una data vicina alla sua morte († 3 ottobre 1226). «Probabilmente – precisa Mambretti – Francesco era negli ultimi giorni di vita, si trovava alla Porziuncola, aveva presso di sé un frate incaricato di scrivere. Ricorre spesso la frase scribe, sicut dico tibi, cioè “scrivi come ti sto dicendo”». Un testo poco elaborato, con una sola citazione scritturistica (diversamente da altri scritti del santo), dettato da Francesco «quasi certamente in lingua volgare e poi tradotto dal frate scrivano in modo affrettato» e che inizia in questo modo: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo».
Un inizio che mostra come san Francesco ricordasse benissimo, pur alla fine della sua vita terrena, il momento in cui il suo modo di vedere il senso della vita si ribaltò. «Questo senso lo aveva cercato da giovane», ricorda Mambretti, «lo aveva cercato tra le ricchezze di suo padre, lo aveva cercato facendo la guerra, lo aveva cercato inseguendo il mito del cavaliere, lo aveva cercato per farsi accogliere tra i maggiorenti della città. E invece inaspettatamente viene condotto in un altro luogo», cioè tra i lebbrosi nella Valle Spoletana, «e qui l’amaro si trasforma in dolcezza di animo e di corpo».
Poi, avvenne l’uscita dal secolo, cioè dallo stato di laico, iniziando la sua vita da penitente, sempre in umile obbedienza alla Chiesa. Così il testamento: «Il Signore mi diede tale fede nelle chiese che così semplicemente pregavo e ti dicevo: Ti adoriamo Signore Gesù Cristo qui e in tutte le tue chiese che sono in tutto il mondo, e ti benediciamo perché con la tua croce santa hai redento il mondo». E subito dopo: «Il Signore mi diede tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo le prescrizioni della Santa Chiesa Romana, a causa del sacramento del loro ordine, che anche se mi perseguitassero vorrei ricorrere ad essi». Commenta Mambretti: «Francesco incontra la croce di Cristo, il volto di Cristo crocifisso. Incontrò in quel tempo la logica “folle” per cui Dio, l’Altissimo e Onnipotente, si era fatto povero e impotente, uno di noi, per essere tra di noi un dono totale e gratuito». Insieme all’incontro con Dio nella croce, l’altro incontro decisivo è quello con Dio, Gesù, nell’Eucaristia.
Presto, molti, attratti dal suo esempio, si avvicinarono a Francesco. «Il Signore mi concesse dei fratelli», ricordava il santo nel testamento. Alla domanda di Chiappalone, che chiedeva quale fosse la particolarità del francescanesimo all’inizio del XIII secolo rispetto ad altre famiglie religiose (e alla luce delle disposizioni del Concilio Lateranense IV), Mambretti ha spiegato che le fonti dicono che «Francesco utilizzò le sortes Apostolorum, cioè insieme ai compagni entrò nella chiesa che era solito frequentare e dopo aver pregato aprì tre volte il Vangelo in modo che, attraverso le parole del Vangelo, Dio potesse parlargli e indicargli la strada». Queste parole furono trascritte nel testo poi presentato a Innocenzo III, che nel 1209 diede la sua approvazione orale, primo “sì” pontificio alla forma di vita francescana. «Le adesioni a questa esperienza religiosa si moltiplicano vorticosamente», tanto che Francesco, che «non è un organizzatore», afferma Mambretti, «a un certo momento rinuncerà alla guida stessa dell’Ordine». E chiederà aiuto al cardinale Ugo d’Ostia, futuro Gregorio IX, il papa che lo canonizzerà a meno di due anni dalla morte.
La realtà nata attorno al santo, spiega il docente, «prende la piega di un ordine che è più canonico rispetto a quello che ha in mente Francesco con la primitiva fraternitas». Se si confrontano la Regola non bollata del 1221 e quella bollata (approvata da Onorio III nel 1223), si può notare che la prima «è una regola sullo stile delle regole antiche, dai tratti parenetici, esortativi, così come facevano gli antichi abati che dettavano alle proprie comunità la loro regola: così voleva fare Francesco. Per la Chiesa di Roma è importante che questa esperienza religiosa si incanali nelle istituzioni conosciute» e così, su spinta peraltro dei frati provenienti dall’università di Parigi, l’Ordine assume «anche una formazione chiericale».
In tutto questo, a differenza degli iniziatori di movimenti ereticali, san Francesco si muove sempre nell’obbedienza filiale alla Chiesa, perché sa che questa è la chiave della salvezza. Da qui il suo richiamo nel testamento: «E non dicano i fratelli: “Questa è un’altra Regola”, perché questa è un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco, il più piccolo fra di voi, lascio a voi, fratelli miei benedetti, affinché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore».
Nell’intervista di Chiappalone a Mambretti è stata trattata anche la questione di come il corpo di san Francesco sia stato in qualche modo conteso, segno dell’importanza che i medievali davano alle reliquie, nella consapevolezza della peculiarità della nostra fede e del sacrificio redentivo di Gesù: «Con il cristianesimo si salva anche la carne degli uomini», ricorda il docente, «e la reliquia del santo porta con sé la comunicazione del divino e quindi ha anche capacità taumaturgiche». Da qui, appunto, la contesa di cui sopra: «La grande preoccupazione di frate Elia (...) era salvare il corpo di Francesco soprattutto dalle mire dei perugini, da quello che si riesce a capire. Per cui provvede a una sepoltura assolutamente rinforzata, chiusa e soprattutto nascosta, di cui si perdono un po’ le tracce. Tant’è vero che il luogo della sepoltura di Francesco verrà recuperato poi agli inizi dell’Ottocento, in una modalità molto avventurosa».
Tra i tanti equivoci sulla figura di Francesco c’è quello sul dialogo interreligioso. Il santo, in realtà, aveva l’unico fine di evangelizzare. E lo conferma il fatto che «la missione di Francesco presso il sultano è una missione alla ricerca del martirio», cioè, aggiunge Mambretti, il santo intendeva «offrire la sua vita per Cristo». Come faranno, pochi mesi dopo l’incontro tra Francesco e Al-Malik al-Kalim, i cinque protomartiri francescani († 16 gennaio 1220).
Le ossa di Francesco proclamano che Dio ha redento la carne
C'è un filo rosso che unisce le contese attorno al corpo del Poverello e i nostri contemporanei che in questi giorni ad Assisi ne venerano i resti mortali. Il cristianesimo non è spiritualismo: il Verbo si lascia vedere e toccare anche nelle tracce materiali lasciate da una vita santa.
Quanto piace (e fattura) il San Francesco senza Cristo
In 3000 ad ascoltare Cazzullo e Barbero su un San Francesco svuotato di Cristo. Un modo per vendere libri nel segno del poverello d'Assisi. Con uno sfondone sul Purgatorio, che tradisce l'anticlericalismo dello storico.
Francesco, il santo che canta l’amore per Gesù e per la vita
Il Sole sorto ad Assisi, il genio del Duecento, il gioioso mendicante: così la straordinaria avventura spirituale del "Poverello" è narrata da tre grandi autori come Dante, Chesterton e de Wohl.
San Francesco, modello del genio italico
Il ripristino della festa nazionale per il 4 ottobre ha suscitato una discussione su come considerare l’Assisiate: italiano tipico o anomalo? Se guardiamo storicamente all’essenza del “genio italico”, non c’è dubbio che Francesco sia stato un italiano modello e il più italiano dei santi.

