Santanchè si dimette. Ora Meloni apra una nuova fase, oltre il "cerchio magico"
Dopo Andrea Delmastro e Giusy Bartolozzi, si dimette anche Daniela Santanchè, ministro del Turismo. Ora però si pone un problema di selezione della classe dirigente, perché quella di FdI si è rivelata troppo mediocre e compromessa.
Il terremoto politico che ha investito il governo nelle ore successive al referendum non è soltanto il riflesso di un risultato elettorale deludente, ma il sintomo di una tensione più profonda che attraversa l’esecutivo e, in particolare, la leadership della Presidente del Consiglio. Le crepe emerse negli ultimi giorni raccontano di un equilibrio sempre più fragile, stretto tra la necessità di difendere l’azione di governo e quella di preservarne la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.
Dopo le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro e del capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusy Bartolozzi, arrivate martedì, ieri ha fatto un passo indietro anche Daniela Santanchè, ministro del Turismo. In una lettera alla Meloni, ha chiarito di dimettersi solo perché glielo chiedeva lei e non perché si sentisse tenuta a farlo per ragioni giudiziarie né tanto meno per la sconfitta dei Si al referendum («Sono penalmente immacolata e sono abituata a pagare anche per colpe di altri», ha sottolineato dimettendosi).
Se la Santanché non si fosse dimessa, la prossima settimana sarebbe stata discussa in Parlamento una mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dalle opposizioni. Quel passaggio rischiava di trasformarsi in una prova di resistenza non solo personale, ma per l’intera coalizione.
Ma al di là dello scossone post-referendario, il centrodestra e in particolare Giorgia Meloni sono chiamati a riflettere su quello che emerge come il nodo politico più rilevante. La scelta di chiedere un passo indietro a chi è coinvolto in vicende giudiziarie segna un ritorno a una linea rigorista che la leader aveva sostenuto con forza quando sedeva all’opposizione. Oggi, però, quella stessa impostazione rischia di entrare in tensione con il principio del garantismo più volte rivendicato dalla maggioranza. Il richiamo alla “sensibilità istituzionale” appare, in questo contesto, come un tentativo di conciliare due esigenze difficilmente compatibili: salvaguardare l’immagine del governo e mantenere la coerenza politica.
Peraltro le polemiche degli ultimi giorni non si esauriscono nelle singole vicende personali. Esse rimandano a una questione più ampia, che riguarda la qualità della classe dirigente e la struttura stessa del potere costruito in questi anni. La presidente del Consiglio ha governato finora facendo affidamento su un nucleo ristretto di fedelissimi, spesso provenienti da una lunga militanza comune e da un passato politico condiviso all’opposizione. Un “cerchio magico” che ha garantito coesione e lealtà, ma che oggi mostra anche i suoi limiti.
L’accesso al potere, dopo anni di marginalità, ha prodotto in alcuni casi una gestione segnata da eccessiva disinvoltura e da un attaccamento alle posizioni difficilmente conciliabile con l’idea di servizio pubblico. Le dimissioni rassegnate nelle ultime ore da esponenti di governo del partito della premier rappresentano, in questo senso, un segnale emblematico: non un episodio isolato, ma parte di una sequenza che alimenta la percezione di una classe dirigente impreparata alla prova del governo.
Di fronte a questo scenario, limitarsi a “vivacchiare” fino alla fine naturale della legislatura appare una strategia rischiosa. Al contrario, si fa sempre più evidente la necessità di una seconda fase, capace di segnare una discontinuità sia sul piano politico sia su quello culturale. Ciò significa, innanzitutto, aprire il governo a competenze e sensibilità diverse, superando i confini ristretti del gruppo dirigente attuale.
Un allargamento verso ambienti riformisti, cattolici e liberali potrebbe rappresentare non solo un segnale di maturità politica, ma anche un investimento sul futuro. Integrare nuove energie, anche provenienti dalla società civile, consentirebbe di rafforzare la qualità dell’azione di governo e di restituire credibilità a un progetto che oggi appare appannato.
I sommovimenti degli ultimi giorni indicano con chiarezza che il problema non è soltanto contingente. Esiste una questione strutturale che riguarda la selezione della classe dirigente e la capacità di esercitare il potere con visione e responsabilità. Se il centrodestra intende presentarsi competitivo alle prossime elezioni politiche, dovrà necessariamente compiere un salto di qualità.
La mediocrità percepita di alcuni esponenti dell’attuale esecutivo non è solo un tema di immagine, ma un limite concreto all’efficacia dell’azione di governo. Superarlo richiede una scelta coraggiosa: abbandonare la logica della fedeltà come criterio prevalente e puntare su competenza, autonomia e capacità di visione.
In ultima analisi, la sfida che si apre davanti alla presidente del Consiglio è quella di trasformarsi da leader di parte in figura pienamente statuale. Una trasformazione che passa anche attraverso decisioni impopolari, ma necessarie, e che richiede la costruzione di un gruppo dirigente all’altezza delle responsabilità. Il terremoto di queste ore, per quanto destabilizzante, potrebbe rappresentare l’occasione per avviare questo cambiamento. Se invece verrà gestito come una semplice emergenza da contenere, il rischio è che le crepe si allarghino, compromettendo non solo la tenuta del governo, ma anche le prospettive politiche dell’intera coalizione.

