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RESA DEI CONTI

Rimozione di Strickland, un atto di arroganza del potere

Il caso del vescovo texano segna un punto di svolta, somiglia a una dichiarazione di guerra nella Chiesa, una sorta di scisma in atto. Una situazione che richiede ai vescovi una obiezione di coscienza attiva.

Editoriali 13_11_2023
Papa Francesco e il vescovo Strickland

La rimozione del vescovo Joseph Strickland dalla diocesi di Tyler, nel Texas, è un atto altamente simbolico e segna certamente un punto di svolta. Perché parlo di un atto altamente simbolico? Perché Strickland si era distinto in molte occasioni e con coerenza nel ribadire verità di fede e di morale cattolica riguardanti punti precisi dei cambiamenti attuati e voluti da Francesco. I suoi non erano interventi generici sull’esigenza di mantenere la tradizione, la genericità non dà fastidio a nessuno.

Si trattava invece di prese di posizione molto puntuali sull’aborto, sull’ammissione dei politici pro-aborto alla comunione, sulla benedizione delle coppie omosessuali, sul gender, sulla nuova sinodalità. Tutti i punti dell’”agenda Bergoglio” venivano contestati in nome di quanto la Chiesa ha sempre insegnato. Se pensiamo a Francesco come il relatore ad un convegno, dobbiamo vedere Strickland come uno seduto in aula che continuamente alza la mano e interviene per contraddire il relatore. L’atto di rimuovere il disturbatore equivale – nell’esempio ora fatto – a chiamare la sicurezza e a farlo espellere dall’aula del convegno.

Questa scelta punitiva di Francesco segna quindi un tempo nuovo, come era successo con la nomina di Fernández alla Dottrina della Fede. In quel caso Francesco aveva nominato il personaggio meno nominabile, o nominabile solo con un atto di grande spavalderia e disprezzo. Con quella nomina veniva già tracciata l’agenda futura, come vediamo che sta puntualmente avvenendo. La nomina doveva chiarire definitivamente che indietro non si sarebbe tornati e che veniva esclusa anche una certa cautela politica che Francesco aveva invece adoperato in altri settori, quando aveva frenato il raggiungimento di esiti da lui certamente pianificati ma per i quali il tempo si era rivelato non ancora maturo.

Il riferimento è per esempio al Sinodo sull’Amazzonia che, secondo la pianificazione preventiva, avrebbe dovuto approvare ben altre innovazioni di quelle effettivamente decise, o lo stesso recente Sinodo sulla sinodalità che è stato ridimensionato ad una grande chiacchierata tra gruppi di amici. La stessa cosa della nomina di Fernández accade ora con la defenestrazione di Strickland: un atto fortemente simbolico che assomiglia molto ad una dichiarazione di guerra nella Chiesa: indietro non si torna, lo scisma è in atto.

A proposito di scisma. Tornando dalla visita in Mozambico, Madagascar e Mauritius il 10 settembre 2019, Francesco aveva detto che avrebbe pregato per l’unità della Chiesa, ma non avrebbe avuto paura di uno scisma. Quanto ai vescovi americani dichiarò che «le critiche aiutano e quando uno riceve una critica, subito deve fare autocritica. Io sempre delle critiche vedo i vantaggi … A me piace quando si ha l'onestà di dirle. Non mi piace quando le critiche stanno sotto il tavolo, magari ti sorridono con tutti i denti e poi ti pugnalano alle spalle. La critica è un elemento di costruzione e può avviare un dialogo. Invece la critica delle pillole di arsenico è un po’ buttare la pietra e nascondere la mano». Sicuramente Strickland ha avuto l'onestà di "dirle” ma è stato colpito lo stesso e l’atto contribuisce indubbiamente ad accelerare il processo scismatico. Ma chi spinge per questo esito? Strickland o Francesco?

Si potrebbe dire che la sospensione di un vescovo è un atto disciplinare, mentre la Chiesa è tenuta insieme dalla fede e quindi dalla dottrina come verità rivelata creduta. Ma Francesco ci ha ormai abituato – e la Bussola ne parla da molto tempo – ad attuare i cambiamenti per via di prassi, come è appunto questo ultimo caso. Chi aspettasse dichiarazioni rivoluzionarie formali aspetterebbe invano. Tutt'al più ne possiamo leggere di ambigue e volutamente pasticciate come nel caso delle recenti risposte della Dottrina della fede. Questo conferma che la rimozione di Strickland è un atto di politica ecclesiastica, un atto di arroganza del potere, l’esercizio di una “sovranità” politica che afferma se stessa non con dichiarazioni o documenti ma agendo come tale. Ormai questi atti leviatanici escono sempre più allo scoperto, segno che si vuole accelerare i tempi, i cambiamenti vanno implementati in fretta e i nemici eliminati senza fare prigionieri.

Dopo il “caso Strickland”, seguito in tempi stretti al “caso Fernández”, bisogna chiedersi come atteggiarsi davanti a questo nuovo tempo caratterizzato dall’accelerazione del nuovismo imposto con la forza. Finora, quanti erano in disaccordo con tendenze e processi aperti e guidati da Francesco, se la cavavano distinguendo tra le cose che diceva e faceva e le cose che egli esprimeva in documenti ufficiali. A parte che anche in questi ultimi ci sono diversi aspetti fortemente criticabili, come per esempio nell’Esortazione Amoris laetitia, la suddetta distinzione finiva per nascondersi dietro la frase: «Ma tanto questo non è magistero». La rimozione di un vescovo?: «Ma tanto non è magistero».

Da qui una specie di astensione e di silenzio di molti fino a quando non fossero espresse delle gravi novità dottrinali non solo con degli atti ma con un documento ufficiale. Dopo la nomina di Fernández e dopo il licenziamento di Strickland, una simile posizione non è più sufficiente, ammesso che lo fosse prima. L’opposizione attendista deve uscire allo scoperto. Staremo a vedere quanti vescovi, oltre a Schneider che è già intervenuto, e quanti laici lo faranno. L’obiezione di coscienza va esercitata non solo tacitamente ma attivamente.



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