• GIUSTIZIA

Referendum: cinque quesiti per una riforma incompleta

Francesco Cavallo, avvocato del Centro Studi Livatino, ci spiega cosa si può ottenere (e non ottenere) con i cinque referendum sulla Giustizia. Lo stesso strumento del referendum abrogativo è inadeguato a costruire un nuovo sistema. E anche nella migliore delle ipotesi ne uscirebbe una riforma monca. 

Giuliano Amato

In tema di Giustizia, come’è noto la Corte Costituzionale ha ammesso cinque dei sei quesiti presentati, dichiarando inammissibile quello sulla responsabilità civile diretta dei magistrati.

Come Centro Studi Livatino abbiamo posto dei rilievi che non equivalgono a una presa di posizione contraria, men che mai alle soluzioni che i referendum prospettano. Infatti, siamo sempre stati:

  • per una effettiva separazione delle carriere;
  • per un uso accorto ed equilibrato delle misure cautelari;
  • per una revisione delle fattispecie incriminatrici dei pubblici amministratori;
  • per una riforma del Comsiglio Superiore della Magistratura (Csm) che ridimensioni le cosiddette correnti;
  • perchè la giustizia non sia riservata in via esclusiva ai magistrati, ma veda il coinvolgimento degli avvocati e del personale delle cancellerie e ausiliari.

Come siamo convinti che i referendum non costituiscano un atto ostile nei confronti della magistratura, così riteniamo che esprimere perplessità tecniche sullo strumento abrogativo e sui correlati esiti normativi non va inteso come contrarietà ai referendum e soprattutto alle motivazioni riformatrici che li animano. Le perplessità che abbiamo sollevato riguardano, infatti linadeguatezza dello strumento referendario per affrontare questioni complesse, per le quali loperazioni del togliere, per quanto chirurgicamente esercitata, non sempre permette di ottenere allesito un quadro coerente; oltre che la rinuncia, da parte delle forze politiche, soprattutto quelle promotrici dei referendum, a considerare seri interventi sullarchitettura costituzionale, in particolare sullassetto del Csm e sul sistema di autogoverno della magistratura. Ma veniamo ai referendum sui quali saremo chiamati a votare.

Separazione delle carriere o delle funzioni? Lintervento non comporta la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, per la quale sarebbe necessario un intervento costituzionale, ma determina piuttosto una separazione delle funzioni giudicanti e requirenti, cancellando le già limitate possibilità di passare da una funzione allaltra durante la carriera. Il quesito interviene quindi solo su un piccolo aspetto del problema relativo alla contiguità tra pubblici ministeri e giudici, ma questi ultimi continuerebbero comunque a essere reclutati attraverso il medesimo concorso, a rispondere al medesimo Csm e a seguire la medesima scuola di formazione, soprattutto a restare sottoposti a organi composti anche dal pubblici ministeri quanto a carriera, incarichi e disciplina.

Custodia cautelare. Il quesito esprime opportunamente la necessità di contrastare l’abuso dell’istituto delle misure cautelari (carcerazione preventiva, arresti domiciliari, ecc.) troppo spesso utilizzato in spregio dei principi costituzionali che sanciscono la eccezionalità della privazione della libertà personale prima di una sentenza di condanna. Tuttavia il quesito mira a limitare questo abuso “tagliando” tutta quella parte della norma che legittima il ricorso alle misure cautelari nel caso di pericolo di reiterazione del reato per tutti i delitti non ascrivibili alla criminalità organizzata e al terrorismo e/o commessi senza armi e senza mezzi di violenza, ma anche quando gravi e reiterati. Tanto, senza contare che l’abuso della custodia cautelare avviene anche facendo errata applicazione della parte della norma sul pericolo di inquinamento delle prove e sul rischio di fuga dellindagato.

Legge Severino. Il quesito referendario è relativo alla abrogazione di questa legge che prevede l'incadidabilità e la decadenza da cariche elettive, dunque incide sul diritto di elettorato passivo, per i cittadini che abbiano subito una condanna anche non definitiva (dunque anche solo di primo grado, ovvero che può essere ribaltata o modificata nei successivi gradi) che supera i due anni. Se il referendum venisse approvato, però, si tornerebbe al regime vigente prima del 2013 che, per molti versi, alla Severino si sovrappone.

Le pagelle ai magistrati. I referendari chiedono che venga consentito il voto degli avvocati che siedono nei Consigli giudiziari anche sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. La misura rientra già nella riforma Cartabia, ma solo nei casi in cui il Consiglio dell’Ordine degli avvocati abbia segnalato comportamenti scorretti da parte del magistrato che si deve valutare. Lintento di allargare leffettivo controllo e svolgimento degli affari giudiziari del distretto a tutti coloro che indossano la toga, dunque anche agli avvocati, non facendo della giustizia qualcosa ad appannaggio dei soli magistrati è certamente condivisibile. Resta, però, il dubbio che sia sufficiente questo modesto intervento abrogativo, in assenza di un accompagnamento sia normativo che culturale sulla partecipazione realmente paritaria di tutti i soggetti involti nella amministrazione della giustizia e nei processi.

Elezione componenti del Consiglio Superiore di Magistratura. Il quesito si pone come obiettivo quello di contrastare lo strapotere delle correnti togate allinterno dellorgano di autogoverno della magistratura, superando le logiche spartitorie e consociative messe tristemente in luce dagli scandali ma che continuano immutate. Alla prova dei fatti, però , il quesito risulta a dir poco modesto, anzi quasi di nessun rilievo e interesse. Esso infatti si limita ad abrogare lobbligo per un magistrato di raccogliere da 25 a 50 firme per presentare la propria candidatura al Csm. Si tratta di un intervento che non incide in alcun modo sul sistema di elezione dei componenti togati del Csm, su cui le correnti esercitano la loro influenza.

Auspichiamo, in conclusione, che intorno ai referendum - ed alla riforma Cartabia nel frattempo proposta - si sollevi un serio confronto per autentiche riforme dell’ordinamento giudiziario, che passano dalla reale separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, dall’interruzione della commistione tra potere giudiziario e potere esecutivo che passa non dal Parlamento ma dal distacco di magistrati presso i ministeri, da un serie modifica della riforma dei criteri di valutazione della professionalità dei giudici che ponga fine alla progressione automatica delle carriere, restituendole al merito ed alla responsabilità del magistrato.

*Centro Studi Livatino

Dona Ora