Record di vescovi a veglie Lgbt, così la Chiesa si arrende al mondo
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Dodici vescovi italiani, più del doppio del 2025, alle veglie «per il superamento dell’omotransbifobia», grimaldello per cambiare l’insegnamento della Chiesa. Almeno 23 diocesi coinvolte e varie associazioni, dagli scout all’Azione Cattolica. L’effetto del documento sinodale della Cei. E il monito di Ratzinger.
L’omoeresia nella Chiesa italiana non lascia ma raddoppia. Si può riassumere così la tendenza in atto dal Sud al Nord del nostro Paese, dove per i mesi di maggio e giugno sono in programma decine di veglie, generalmente dette «per il superamento dell’omotransbifobia». Nel momento in cui scriviamo si contano ben 47 eventi di questo tipo, secondo l’elenco, in aggiornamento, tenuto dal sito del Progetto Gionata, una delle ormai varie realtà di “cristiani Lgbt” che da anni agiscono per sovvertire l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità: in buona parte dei casi le veglie sono programmate in chiese o conventi cattolici, ma diverse si tengono anche in luoghi di culto protestanti; altre ancora hanno carattere “ecumenico”.
Ci concentriamo sulla Chiesa cattolica, che registra un nuovo record di vescovi che presiederanno veglie contro la cosiddetta omofobia o comunque vi parteciperanno: quest’anno se ne contano già dodici, più del doppio del 2025, quando se ne contavano cinque, tutti confermati nel 2026. Ecco le conferme: il vescovo di Parma, Enrico Solmi, che ha già presieduto il 5 maggio la “Veglia di preghiera per vincere paure e discriminazioni”; il vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, che presiederà la veglia questa sera nella chiesa di San Giuseppe (Cambonino); l’arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli, che presiederà il 21 maggio la veglia diocesana nella parrocchia di Maria Ausiliatrice (Novoli); il vescovo di Fano, Andrea Andreozzi, e l’arcivescovo di Pesaro, Sandro Salvucci, che anche quest’anno si ritroveranno nella chiesa di San Paolo Apostolo (il 29 maggio a Fano).
Sette, stando sempre al computo del Progetto Gionata, le novità rispetto al 2025: il vescovo di Padova, Antonio Cipolla, che parteciperà alla veglia arcobaleno del 15 maggio nella chiesa patavina di San Bartolomeo Apostolo; il vescovo di Rimini, Nicolò Anselmi (veglia il 17 maggio); il vescovo di Modena, Erio Castellucci (21 maggio); il vescovo di Savona, Gero Marino (22 maggio); il vescovo di Verona, Domenico Pompili (4 giugno); l’arcivescovo di Bari, Giuseppe Satriano (5 giugno); il vescovo di Forlì, Livio Corazza (5 giugno).
Ma non è finita qui perché ci sono diversi altri casi in cui non è prevista/annunciata la partecipazione del vescovo, ma le diocesi sono comunque coinvolte – in vari modi – nell’organizzazione, nel supporto o patrocinio delle veglie Lgbt. Alle dodici realtà diocesane sopra menzionate, bisogna infatti aggiungere la diocesi di Como (veglia il 10 maggio) e, ancora, quelle di Albano Laziale (16 maggio), Bolzano (16 maggio), Catania (17 maggio), Cosenza (17 maggio), Cuneo (18 maggio), Agrigento (19 maggio), Chiavari (20 maggio), Milano (22 maggio), Bologna (29 maggio), Bergamo (5 giugno). Nel complesso, dunque, ad oggi almeno 23 diocesi – tra cui quella retta dal presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), il cardinale Matteo Maria Zuppi – hanno parte attiva nel promuovere queste veglie. Risparmiamo ai lettori l’elenco degli eventi Lgbt organizzati in singole chiese, parrocchie e monasteri, anche questi “contabilizzati” dalla Tenda di Gionata. Da notare che in alcune di queste veglie sono coinvolti diversi gruppi ben noti del mondo cattolico, come gli scout dell’Agesci, l’Azione Cattolica, il Movimento dei Focolari e altri ancora.
I numeri e anche il peso di certe diocesi (su tutte, quella ambrosiana) sono segni evidenti della situazione disastrata della Chiesa italiana, sempre più succube dell’agenda Lgbt. Del resto, il triste record di vescovi presenti alle veglie arcobaleno era già preventivabile dopo la pubblicazione del documento di sintesi del Cammino sinodale italiano (ottobre 2025), in cui la Cei sposa appunto la suddetta agenda. Ricordiamo che in quel documento si mette nero su bianco, tra le varie proposte a tema, quella «che la CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.)». E a questo passaggio si richiama non a caso, come pezza di appoggio, la Diocesi di Como con la sua Equipe Lgbt+, nome che è già tutto un programma.
Ora, soffermandoci su quel che ci interessa qui, ossia l’“omofobia” e la “transfobia”, è chiaro – fuor d’ingenuità – che questi termini sono stati inventati dalle organizzazioni Lgbt come strumento di pressione per cambiare le leggi a livello statale e ribaltare le norme di morale naturale per come sono trasmesse e insegnate dalla Chiesa cattolica. La Chiesa non ha mai detto, né nessun buon cattolico direbbe mai, che una persona vada ferita o discriminata ingiustamente perché ha tendenze omosessuali (si legga il Catechismo ai numeri 2357-2359) o altre caratteristiche ancora: piuttosto, insegna ad accogliere il peccatore, ma non il suo peccato. Distinguo che manca completamente nel documento della Cei, che parla di «riconoscimento» delle «persone omoaffettive e transgender», senza mai accennare alla necessità della conversione e di una vita casta; così come manca in questo tipo di “veglie” secondo lo spirito del mondo.
Singolare anche il tema scelto per quest’anno: «Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Isaia 43, 1). Come negli anni precedenti si cerca di piegare un versetto biblico alle pretese Lgbt, nel solco di una “rilettura” radicale di tutte le Sacre Scritture, attraverso la quale si stravolge il senso anche dei passi più espliciti di condanna degli atti sodomiti. Ma il riscatto riferito dal profeta e che il Signore Gesù, crocifisso e risorto, ci dona, evidentemente, è quello dal peccato: riscatto che richiede la collaborazione dell’uomo, chiamato appunto a convertirsi per guadagnare la salvezza eterna.
Lungi allora dallo strizzare l’occhio a gruppi che rifiutano il magistero costante della Chiesa, l’unica strada è quella di insegnare la verità nella carità, come ricordava di fare l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, nella Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (1986). Oltre a mettere in guardia sulle strategie usate per normalizzare l’omosessualità, Ratzinger avvertiva così i vescovi: «Nessun programma pastorale autentico potrà includere organizzazioni, nelle quali persone omosessuali si associno tra loro, senza che sia chiaramente stabilito che l'attività omosessuale è immorale. Un atteggiamento veramente pastorale comprenderà la necessità di evitare alle persone omosessuali le occasioni prossime di peccato. [...] Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto».
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