Quando anche Fellay guardava a Roma e temeva lo scisma
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Per l'anima profonda della San Pio X nessun accordo con la Sede Apostolica era ed è possibile. Un atteggiamento scismatico denunciato nel 2012 dall'allora Superiore generale, ma ormai radicato anche ai vertici del mondo lefebvriano. La parola d'ordine è: proseguire i colloqui purché inconcludenti.
1. Le tappe di un accordo sempre rifiutato
- Dossier: il caso FSSPX
Ripartiamo dalla lettera che mons. Alfonso de Galarreta, mons. Tissier de Mallerais e mons. Richard Williamson inviarono all’allora Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, mons. Bernard Fellay, e ai suoi assistenti, il 7 aprile 2012. Si tratta di una lettera personale, che però venne fatta girare e messa su internet il 10 maggio (qui la traduzione italiana); una lettera che venne inviata quando la possibilità di un accordo con la Santa Sede per la regolarizzazione della Fraternità appariva molto vicino e concreto.
I tre vescovi volevano far conoscere «l’unanimità della loro opposizione formale ad ogni accordo del genere», ossia ad un accordo che non comportasse la “conversione dottrinale” di Roma dalle deviazioni conciliari. «La realtà che domina tutto e alla quale devono cedere tutti questi sinceri desideri, è che a partire dal Vaticano II le autorità ufficiali della Chiesa si sono staccate dalla verità cattolica, ed oggi esse dimostrano […] di voler rimanere fedeli alla dottrina e alla pratica conciliari». A sostegno della propria posizione, i vescovi chiamavano in causa una conferenza tenuta da mons. Lefebvre a Ecône, pochi mesi prima della sua morte, nella quale il presule arringava: «Più si analizzano i documenti del Vaticano II e la loro interpretazione da parte delle autorità della Chiesa, e più ci si rende conto che non si tratta di errori superficiali, né di alcuni errori particolari […] quanto piuttosto di una totale perversione dello spirito, di tutta una filosofia nuova fondata sul soggettivismo. [...] Una perversione totale!».
Un eventuale accordo avrebbe fatto scivolare la Fraternità «in un quadro di pluralismo relativista e dialettico», che avrebbe zittito presto o tardi la sua voce di critica nei confronti dell’«apostasia universale». Ancora una volta, veniva chiamata a sostegno una confidenza che Lefebvre fece ai quattro futuri vescovi, allorché molti spingevano per l’accettazione dell’accordo proposto dalla Santa Sede nel 1988; questo accordo avrebbe certo dato «un ampio spazio all’apostolato, forse, ma nell’ambiguità, seguendo insieme due direzioni opposte, cosa che avrebbe finito col farci marcire». Sempre sulla base della posizione manifestata da Lefebvre, i tre vescovi mettevano in guardia Superiore e Consiglio dal «mettersi adesso nelle mani di modernisti e liberali dei quali abbiamo appena constatato la pervicacia», conducendo la Fraternità «ad un punto dal quale non potrà più cambiare strada, ad una profonda divisione senza ritorno e, se concluderete un tale accordo, sotto delle potenti influenze distruttive che essa non sopporterà».
Questi tre vescovi rappresentavano in verità un’anima profonda della FSSPX, un’anima che, come vedremo, si affermerà e riprenderà le briglie della stessa con l’elezione di don Davide Pagliarani. La sostanza di questa posizione è che, finché “Roma” non si convertirà, condannando gli errori conciliari e abbandonando tutte le riforme seguite al Concilio, ogni accordo dovrà essere evitato, perché metterebbe la Fraternità «nelle mani dei modernisti». Mons. Fellay vi rispondeva una settimana dopo, mettendo in luce anzitutto la mancanza di senso soprannaturale, una visione della Chiesa «troppo umana e perfino fatalista». «Nel leggervi, ci si chiede seriamente se voi credete ancora che questa Chiesa visibile la cui sede è a Roma sia proprio la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo», ribatteva. Fellay ammetteva che nella FSSPX si stava affermando una visione esagerata degli errori del Concilio, ritenuti «delle super eresie», esattamente come dalla parte modernista lo si considerava un super-dogma, «il male assoluto, peggiore di tutto». «Questo è grave – aggiungeva –, perché questa caricatura è fuori dalla realtà e nel futuro sfocerà logicamente in un vero scisma. E questo fatto è uno degli argomenti che mi spinge a non più tardare a rispondere alle istanze romane».
Il Consiglio generale si rendeva dunque perfettamente conto che all’interno della FSSPX c’erano dei problemi piuttosto seri: una comprensione errata della Chiesa ed una valutazione eccessiva della crisi, che avrebbero condotto ben presto la Fraternità verso uno scisma; una deriva percepita come molto concreta, al punto da far ammettere a mons. Fellay che una risposta positiva alla Santa Sede diventava urgente anche proprio per evitare questa deriva. L’8 giugno dello stesso anno, Fellay, in un’intervista, tornava ancora una volta sul problema: «Ciò che accade negli ultimi tempi mostra chiaramente alcune delle nostre debolezze di fronte ai pericoli creati dalla situazione in cui ci troviamo. Uno dei pericoli maggiori è di finire con l’inventarsi un’idea di Chiesa che parrebbe ideale, ma che in realtà non trova riscontro nella storia reale della Chiesa. Alcuni pretendono che per lavorare “in sicurezza” nella Chiesa occorra che essa sia preliminarmente ripulita da ogni errore. È questo che si dice quando si afferma che prima di qualsiasi accordo Roma deve convertirsi, o che, perché si possa lavorare, prima gli errori devono essere stati eliminati».
Il Consiglio generale dovette però prendere atto che questa corrente contraria ad ogni accordo pratico, rappresentava il sentire della maggioranza; di fatto Fellay si rassegnò ad andare a Roma e ritirare ogni proposta di accordo. Mons. Williamson raccolse attorno a sé il dissenso di una quarantina di sacerdoti della FSSPX e di altri religiosi delle comunità amiche, per formare la “Resistenza”, che oggi conta sei vescovi, più di cento sacerdoti, alcune comunità religiose e migliaia di fedeli sparsi in tutto il mondo.
Ma il problema maggiore non era mons. Williamson. Con il suo allontanamento dalla Fraternità, dovuto non alle sue posizioni contrarie all’accordo, ma perché ormai agiva in modo indipendente, diventando un rischio per l’unità interna della FSSPX, era de Galarreta a diventare il punto di riferimento della linea scismatica. Il vescovo spagnolo stava lavorando per portare avanti la candidatura del suo “delfino”, don Davide Pagliarani. Il quale, nel 2016, in occasione della riunione dei superiori maggiori, aveva già manifestato chiaramente quale sarebbe stata la road map della Fraternità nei suoi rapporti con la Santa Sede: «Forse è giunto il momento di considerare, in modo definitivo, la situazione canonica della Fraternità (cioè la sua “irregolarità” canonica) non come un’anomalia, e neppure come un’ingiustizia, ma piuttosto come l’espressione giuridica coerente con la realtà delle cose: si tratta, molto semplicemente, dell’impossibilità di identificarci nell’universo e nelle dinamiche che il Concilio ha prodotto». Questa situazione viene ormai compresa come «lo stato nel quale ci ha posto la Provvidenza stessa. Da 15 anni soffriamo troppo a causa di una prospettiva ciclica di “regolarizzazione” che ogni volta si rivela prematura. Questo appare sempre più chiaro. La Provvidenza sembra non volerlo».
Il futuro Superiore generale continuava illustrando la nuova strategia della Fraternità, contrassegnata dal rifiuto “cordiale” di ogni proposta proveniente dalla Sede Apostolica: «“cordiale passività” nei confronti delle avance romane. Non bisogna cercare una regolarizzazione canonica adesso, e neppure spingere il Papa ad un atto unilaterale […]. In questo contesto il nostro scopo ultimo deve essere di non firmare nulla di dottrinale, nemmeno un giuramento antimodernista. La cosa può sembrare esagerata, ma, nell’attuale contesto molto pragmatico, una firma acquisisce un valore politico: “è un passo, un segno che ritornano all’ovile, un segno di obbedienza, un segno di rifiuto dello scisma”. [...] Poco importa il contenuto oggettivo del testo». Ma per mascherare l’atteggiamento chiaramente scismatico, bisognerà agire in modo da dare l’impressione di voler tenere aperto un canale comunicativo con Roma: «In questa prospettiva, si potrebbero anche designare dei teologi della Fraternità sufficientemente dialettici, capaci di mantenere sempre aperte delle discussioni (anche se sostanzialmente inutili). Non bisogna discutere necessariamente per arrivare a concludere qualcosa: è la lezione degli anni 2011-2012».
Al Capitolo generale del luglio 2018 venne eletto proprio don Davide Pagliarani. Qualche mese appena dopo la sua elezione il nuovo Superiore inaugurava nei fatti il nuovo corso, mettendo fine ai rapporti con la Santa Sede finalizzati ad una regolarizzazione della Fraternità. Il 22 novembre comunicava a tutti i sacerdoti i motivi di questa scelta, confermando la sua posizione pre-Capitolo: «Durante questi sette anni si è compiuto un lungo lavoro in vista di redigere una dichiarazione dottrinale che la Fraternità potesse accettare di firmare, al fine di dimostrare […] che essa è “veramente cattolica”. [...] Paradossalmente, invece di manifestare al mondo che la Fraternità è perfettamente cattolica, le varie versioni di questa dichiarazione dottrinale l’avrebbero messa in una posizione che le avrebbe impedito di testimoniare al mondo e alle anime la sua fede veramente cattolica, in particolare a causa dell’esigenza relativa all’accettazione del Concilio e della legittimità del Novus Ordo Missæ». Ma anche se la Santa Sede dovesse in futuro proporre una soluzione «in via di principio accettabile, cosa ci garantirebbe che, il giorno dopo, questa dichiarazione resterebbe ancora sufficiente per i nostri interlocutori?».
Il nuovo Superiore traghetta così la FSSPX nella linea di un rifiuto a prescindere di ogni proposta di accordo, per dare invece spazio ad una «discussione teologica, ben coscienti che il Signore non ci domanda necessariamente di convincere i nostri interlocutori, ma innanzitutto di portare di fronte alla Chiesa la testimonianza incondizionata della fede» (questo testo e parte dei precedenti sono tratti da un documento disponibile qui di un sacerdote ex-FSSPX, don Angelo Citati). La “testimonianza” sappiamo in realtà essere un teologico menare il can per l’aia, con l’unico scopo di mantenere aperte delle discussioni infinite, e rifiutando a priori ogni offerta, anche se accettabile, di regolarizzazione. Il «futuro scisma» paventato da Fellay è divenuto realtà.
Si capisce dunque perché don Pagliarani sia stato piuttosto contrariato dal silenzio della Santa Sede alle sue proposte del gennaio 2019 di riprendere i colloqui; e perché si sia stizzito per le condizioni imposte dal cardinale Müller (26 giugno 2017) per arrivare ad una conclusione fattiva: la Fraternità non vuole in nessun modo un accordo, ma ha nel contempo bisogno di «mantenere sempre aperte delle discussioni» per poter continuare a ripetere il ritornello: “riconosciamo il Papa, manteniamo rapporti con Roma; quindi non siamo scismatici”. Qualcuno scrisse: excusatio non petita, accusatio manifesta.
2. Continua
Roma e la San Pio X, le tappe di un accordo sempre rifiutato
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- Dossier: il caso FSSPX
Vescovi senza gerarchia, la Chiesa fai-da-te della San Pio X
Per non dirsi scismatica la San Pio X reinventa la definizione di scisma e aggira il nodo della questione: non c'è episcopato legittimo fuori dalla comunione gerarchica. Vantandosi di restare in equilibrio tra “chiesa conciliare” e sedevacantismo, si è in realtà infilata in un vicolo cieco.
- L'analisi / 1: Potere d'ordine e di giurisdizione, di Luisella Scrosati
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Müller rispedisce al mittente il j'accuse dei lefebvriani
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