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POPULISMO

Poltrona di cittadinanza: stipendi ai grillini non rieletti

I politici del Movimento 5 Stelle che non si sono ricandidati (per rispettare la regola dei due mandati) riceveranno comunque lauti stipendi. Soprattutto ex ministri, presidente e vicepresidente delle camere hanno un futuro di consulenti e docenti nella scuola di partito. E allora chi è "casta", adesso?

Politica 01_10_2022
Roberto Fico e Paola Taverna

L’hanno già ribattezzata “la poltrona di cittadinanza”. In effetti la definizione è alquanto calzante. Dieci anni fa i grillini facevano la guerra alla casta, cioè a quel ceto politico ritenuto parassitario perché viveva di politica sulla pelle dei cittadini. Poi anche loro sono entrati in Parlamento e nelle istituzioni, hanno assaggiato le comodità e i privilegi del potere e, pur di mantenerli, hanno cambiato alleati e compagni di viaggio in base alle convenienze.

In occasione delle ultime elezioni politiche di domenica scorsa alcuni autorevoli rappresentanti del Movimento, a cominciare dal Presidente della Camera, Roberto Fico, hanno mantenuto la promessa di non ricandidarsi, nel rispetto delle norme statutarie che vietavano la terza candidatura a chi avesse già svolto due mandati rappresentativi. In molti avevano apprezzato il suo gesto. Dopo tutto, la terza carica dello Stato che rinuncia a una candidatura sicura per mantenere un impegno con gli elettori sembrava davvero un gesto d’altri tempi.

Tra i non ricandidabili e che si erano adeguati di buon grado alla regola grillina anche Vito Crimi, l’ex Ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, Paola Taverna, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro e altri. Tutte persone che hanno affiancato Giuseppe Conte nella campagna elettorale estiva e che hanno gioito con lui per il buon risultato conseguito. Quando cadde il governo Draghi, il Movimento veniva dato al 5-6%, domenica nelle urne ha raccolto più del 15%. Ma c’è da scommettere che, se gli elettori avessero saputo dell’ennesima presa in giro che si sta consumando ai loro danni, i consensi pentastellati sarebbero stati molti di meno.

Si sa che i gruppi parlamentari ricevono i contributi in base al numero degli eletti. Ora che la situazione è chiara, Giuseppe Conte deve pagare le “cambiali” a tutti quei big che in apparenza hanno servito il Movimento senza nulla pretendere, facendo campagna elettorale gratuitamente. Si è scoperto, infatti, che a loro spetterà uno stipendio, o come consulenti dei gruppi parlamentari, o come docenti nella scuola di formazione politica del Movimento.

Della serie: i politici grillini, che gridavano allo scandalo quando gli altri partiti riciclavano i non eletti, ora fanno esattamente la stessa cosa. Quindi vivono di politica anche loro, puntano a sistemarsi grazie alla politica, secondo uno schema tipico della peggiore partitocrazia. Poi c’è da scommettere che qualcuno di loro verrà sistemato in qualche consiglio d’amministrazione o altro organismo nelle quote spettanti alle opposizioni, con relativi emolumenti.

La fortuna di Conte è che molti deputati e senatori del Movimento si erano illusi di poter tornare in Parlamento passando con “Insieme per il futuro”, vecchia sigla del partitino “Impegno civico”, con cui lo scissionista Luigi Di Maio si è andato a schiantare alle politiche di domenica scorsa, scivolando nell’abisso dell’anonimato. Quindi i non eletti ai quali l’ex premier deve ora garantire uno stipendio, meglio sarebbe chiamarlo “poltrona di cittadinanza”, non sono tantissimi.

I ruoli di partito remunerati ricordano tanto il funzionamento dei vecchi partiti, che avevano strutture pletoriche finanziate grazie a un sistema smantellato con le inchieste di Tangentopoli. I burocrati e i funzionari di partito, pagati con i soldi di tutti i cittadini, erano particolarmente numerosi nelle sezioni della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, ma in verità tutte le forze politiche ne avevano in abbondanza. Nessuno si lamentava di quegli sprechi perché eravamo nell’epoca delle “vacche grasse” e il concetto di risparmio di spesa non esisteva, anzi veniva considerato una bestemmia perché faceva perdere voti.

Ora, in un’epoca di ristrettezze e di disaffezione dei cittadini verso la politica, che i grillini, forza anti-sistema, rispolverino questo vecchio modello di finanziamento del personale politico è davvero una brutta pagina della vita democratica. Offende la sensibilità di chi ha votato Cinque Stelle in nome di un ideale, ma offende in generale tutti i cittadini, perché i soldi erogati ai gruppi parlamentari sono soldi pubblici, che dovrebbero servire a scegliere consulenti fedeli ma, si spera, anche competenti, capaci e soprattutto bisognosi di uno stipendio guadagnato onestamente. Gli ex parlamentari, che possono contare su un assegno di fine mandato (90mila euro) e, in prospettiva, sul vitalizio, non dovrebbero approfittare di queste corsie preferenziali. Al massimo dovrebbero svolgere gratuitamente il ruolo di formatori nelle scuole di partito. Quindi, se Fico, Taverna, Crimi e gli altri ex parlamentari vogliono davvero dimostrare attaccamento alla causa grillina, lo facciano insegnando nella loro scuola di formazione, le cosiddette Frattocchie grilline, ma gratis, per passione e senza secondi fini.

Altrimenti entreranno di diritto nella categoria dei “poltronari”, soprattutto se, ciliegina sulla torta, Conte promuoverà una riforma dello statuto per consentire agli ex parlamentari di candidarsi in Regione o alle europee, superando di fatto il divieto di terzo mandato. Sarebbe l’apoteosi dell’ipocrita perbenismo pentastellato.