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DOTTRINA SOCIALE

Non è lo Stato a dare alla Chiesa il diritto di cittadinanza

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Leone XIV riprende un’espressione di Giovanni Paolo II sui rapporti tra Chiesa e società, da leggere senza la deformazione laicista che subordina tutto al beneplacito statale. Il fondamento è il posto di Dio nel mondo. E non un "dio" qualunque.

Editoriali 24_01_2026
Foto Vatican Media/LaPresse

Nel discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio scorso, ripreso da molti commentatori e anche da noi data la sua importanza, Papa Leone ha adoperato una espressione non nuova a proposito della relazione della Chiesa con la società e la politica. Ha detto che la Chiesa vanta un “diritto di cittadinanza” nella vita pubblica. Lo ha affermato per via negativa: «il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio», ma non per questo in modo meno chiaro. La frase riprende concettualmente l’esigenza di “un posto per Dio nel mondo” ripetutamente proposta da Benedetto XVI. Il diritto di cittadinanza della Chiesa deriva dal diritto di cittadinanza di Dio, e non di un dio  generico, ma del Dio di Gesù Cristo che è anche il “Dio dei filosofi” e molto di più.

L’espressione “diritto di cittadinanza” era stata adoperata da Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus annus (1991). Ricordando la Rerum novarum nel suo centesimo anniversario, disse che con quell’enciclica Leone XIII rivendicava per la Chiesa uno «statuto di cittadinanza nelle mutevoli realtà della vita pubblica … in effetti per la Chiesa insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice» (n. 5). Anche qui vediamo che la Chiesa non chiede direttamente per sé, ma quanto chiede per sé lo pretende per i diritti di Dio, cui essa risponde con la sua missione evangelizzatrice. La Chiesa deve essere presente per rendere presente Dio.

Però l’espressione che stiamo esaminando può essere letta in modo sbagliato e riduttivo. Le parole “cittadino” e “cittadinanza” oggi vengono intese in senso completamente laicizzato. A stabilire chi è cittadino e chi no, secondo Hegel ma anche secondo qualsiasi positivista, pensa lo Stato. Nella concezione moderna della politica, non più naturale ma artificiale, l’essere cittadino dipende da un riconoscimento formale del potere in atto. Sono cittadini coloro che sono riconosciuti tali e da questo riconoscimento derivano poi i loro diritti, non più basati sui doveri di una legge naturale ma su quelli stabiliti da una Carta, frutto anche essa del potere politico. Viste le cose in questo modo, il diritto, o statuto, di cittadinanza pone la Chiesa sullo stesso piano di una qualsiasi aggregazione sociale che deve la sua esistenza al riconoscimento del potere politico e i suoi fini ultimi a quelli della Carta costituzionale. La Chiesa diventa una delle tante “agenzie” di animazione sociale, uno dei tanti soggetti culturali, di formazione eticheggiante o di solidarietà. Quanto a presenza pubblica il suo Dio è equiparato a tutti gli altri.

Che si sarebbe arrivati a questo esito era stato già previsto a fine Ottocento. Nella Immortale Dei (1885), Leone XIII vedeva lontano: «La Chiesa non sarà più per lo Stato altro che una associazione tra le altre, che sono e vivono in esso; e se gode diritti e azione legittima, si dirà che ne gode per concessione e beneplacito dello Stato». Del resto, uno Stato artificiale è logico che «si ritenga sciolto da qualunque dovere verso la divinità, che non professi ufficialmente nessuna religione, né si creda obbligato a ricercare quale sia tra le molte la sola vera, né ad anteporne una alle altre, né a favorirne una più di un’altra».
Gli insegnamenti di Giovanni Paolo II e di Leone XIV sul “diritto di cittadinanza della Chiesa” nella pubblica piazza non vanno certamente intesi in questo modo, ma una loro strumentalizzazione in questo senso è da ritenersi possibile e, anzi, molto probabile.

Se guardiamo il posizionamento della Chiesa italiana su questo problema, notiamo agevolmente che non viene da essa adoperato nessun motivo “religioso” per fondare il proprio diritto ad esserci. Quando la Chiesa esce dai sagrati, sostiene di farlo in virtù della libertà di religione, per un qualche servizio alla persona umana, per dare il proprio contributo alla pacifica convivenza, per aiutare la reciproca tolleranza e l’accoglienza. Non mancando mai di aggiungere, per essere ancora più chiari, che gli scopi che la guidano in queste escursioni fuori dal religioso sono i valori della Costituzione, e non il religioso stesso. Né la Chiesa pretende di avere nella pubblica piazza una verità “maggiore” o superiore agli altri, men che meno una verità “unica” - non nel senso di una sola ma in quello di qualcosa di irripetibile - da ribadire in pubblico. Da qui la sostanziale “assenza” della Chiesa in quanto Chiesa, per una presenza come agenzia di animazione sociale.

Per questo siamo abbastanza sicuri che l’espressione dei due pontefici – “diritto di cittadinanza” – come non è stata molto seguita ai tempi di Giovanni Paolo II, così non lo sarà granché nemmeno con Leone XIV. Tutta una teologia parla da tempo dell’interpretazione non-religiosa del cristianesimo. «Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona, un Dio che si lascia cacciare fuori dal mondo, un Dio impotente e debole. Il credente, quindi, è uno che vive davanti a Dio e con Dio, ma senza Dio». Così Dietrich Bonhoeffer, il quale però era protestante e non cattolico.



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