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INTERVISTA/p. ABDO RAAD

«Il Libano alla mercè di Israele, sarà ridotto come Gaza»

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Sono circa 400 le vittime accertate di una settimana di bombardamenti israeliani sul Libano; centinaia di migliaia gli sfollati, che mancano di tutto. E torna il rischio di guerra civile. La testimonianza di padre Abdo Raad.

Esteri 09_03_2026

A più di una settimana dall'aggressione israelo-americana all'Iran, la Repubblica Islamica sembra essere un nemico più ostico - o un boccone più indigesto - di quanto Stati Uniti e Israele si aspettassero. L'estensione del conflitto - per adesso - al Medioriente e ai Paesi del Golfo non lascia presagire una conclusione rapida delle ostilità, né tantomeno la vittoria schiacciante o il regime change che Trump e Netanyahu avrebbero desiderato, nonostante i discorsi trionfalistici di questi giorni.

Mentre l'Iran resiste e l'esito del conflitto resta incerto il Libano è in balia dello Stato Ebraico, che mentre cerca di sconfiggere definitivamente Hezbollah sta facendo strame del Paese e della sua popolazione civile: domenica 8 marzo le vittime sono salite a 394, di cui 83 bambini e 42 donne, con 1300 persone ferite, di cui 254 bambini e 274 donne, secondo i dati del Ministero libanese della salute pubblica.
Gli sfollati che si sono registrati sulla piattaforma predisposta  dal  governo sono 454.000, secondo il Ministro libanese degli affari sociali.

Il Partito di Dio, che ha dimostrato fedeltà cieca all'Iran affiancandolo nel conflitto, non ha ricevuto in cambio altrettanta abnegazione: la Repubblica Islamica, già impegnata in casa propria, com'era prevedibile ha abbandonato a sé stesso il suo proxy con tutto il Libano in sovrappiù. La milizia sciita, o quel che ne resta, continua a impegnare le truppe israeliane (IDF) sul confine con Israele e a lanciare razzi sulla Galilea, ma non può fare altro che aggravaree le condizioni del Libano.

Se le intenzioni di Israele nei confronti del Libano sono chiare, dal canto loro gli USA non si sono pronunciati ufficialmente riguardo al piccolo Paese dei cedri, lasciando  di fatto campo libero all'alleato. Sabato 7 marzo, quando le vittime libanesi erano già salite a 294 morti e 1023 feriti secondo le stime del ministero libanese della salute pubblica,  le Nazioni Unite si sono espresse per bocca della coordinatrice speciale per il Libano, Jeanine Hennis-Plasschaert, che in un comunicato ha auspicato «colloqui tra il Libano  e Israele»  per impedire che «le future generazioni» rivivano senza tregua «lo stesso incubo».

Frattanto IDF sembra effettuare spedizioni punitive contro i civili, soprattutto coloro che non hanno potuto o voluto lasciare le loro case nonostante gli ordini di evacuazione. La zona a sud del fiume Litani, la più vicina al confine di Israele, sembra essere divenuta una vera e propria “riserva di caccia” di IDF che sorvola continuamente l'area e colpisce con precisione chirurgica le abitazioni in cui riscontri la presenza di abitanti. Così stanno morendo decine di uomini, donne e bambini.

Nel villaggio di Nabi Sheet nella valle della Bekaa, l'uccisione di 41 abitanti del luogo è stata invece giustificata da IDF con un'operazione (fallita) volta a recuperare i resti di Ron Arad, un pilota di caccia catturato in Libano nel 1986.
L'hotel Ramada, un centralissimo cinque stelle di Beirut affacciato sui Rauchi Rock, i faraglioni simbolo dellà città, è stato invece colpito (almeno quattro le vittime dell'attacco, dieci i feriti e alcuni bambini dispersi) perché vi avrebbero alloggiato “comandanti iraniani” attivi in Libano.

La Bussola ha parlato della grave crisi in corso in Libano con  padre Abdo Raad, sacerdote libanese fidei donum in forza alla diocesi di Campobasso – Bojano. La sua creatura, l'associazione Annas Linnas, si sta concentrando in questi giorni sull'aiuto agli sfollati (qui): i volontari  distribuiscono materassi, coperte, medicinali, cibo e bevande a chi dorme in strada a Beirut, e visitano le scuole e i centri di accoglienza predisposti nella regione del Mount Lebanon e nella cittadina cristiana di Zahle.

Padre Abdo, qual è al momento la situazione degli sfollati interni al Libano?
Difficilissima, perché la maggior parte di loro non ha potuto portare con sé nulla, nemmeno la biancheria intima. Soprattutto le persone con bisogni speciali soffrono molto a causa della mancanza di tutto. Le cose sono aggravate dal fatto che per motivi di sicurezza è vietato comunicare con gli sfollati, fotografarli o parlare con loro se non per motivi strettamente necessari;  fortunatamente Annas Linnas come associazione può entrare a constatare le condizioni della gente e determinarne i maggiori bisogni.

Lei che ha vissuto l'invasione israeliana del 2006 (la cosiddetta guerra dei trentatre giorni) che differenze riscontra con l'aggressione odierna al Paese?
La situazione attuale è molto peggiore. In più, stavolta la maggioranza dei libanesi rifiuta la scelta di Hezbollah di entrare in guerra, dunque oltre al resto c'è anche la paura di una nuova guerra civile.

C'è il rischio che Israele adotti una  sorta di “soluzione finale” con il Libano, come molti paventano?
Forse siamo davanti a qualcosa di simile. Israele non accetta più milizie armate alla sua frontiera e Hezbollah non si arrende, quindi è probabile. La devastazione di Israele in Libano ci ricorda Gaza: la guerra continua e non si vede una finestra di dialogo, almeno finché durerà la guerra in Iran.

Quali sono i bisogni della gente in questo momento?
La gente ha bisogno di una vera pace, durevole e sostenibile, di un governo fedele che non derubi il popolo, di un sistema sociale che funzioni nelle catastrofi. Per quanto riguarda i bisogni materiali, ha bisogno di tutto: acqua, luce, vestiti, pacchi alimentari, denaro d'emergenza per comprare cibo e medicine, supporto sociale e psicologico..

A suo parere, che futuro aspetta i cristiani del Libano?
Il Libano resta l'ultimo grande centro cristiano del medioriente, una porta tra cristianesimo e mondo arabo, tra occidente e oriente. Il rischio è che la presenza cristiana venga meno a causa dell'emigrazione dovuta a motivi economici e, ora, alla guerra. Il futuro che vedo per i cristiani al momento non è bello; senza di loro, però, il Libano perderebbe la missione a cui è chiamato, cioè vivere nella diversità rispettando l'unicità di ognuno. Questa è da sempre una sfida, ancora più difficile sotto la pressione delle guerre, che seminano odio e paura. Tengo a dire che i cristiani libanesi sono invitati a non dimenticare il loro ruolo di testimoni dell'amore di Gesù in medioriente.

Noi cristiani d'Occidente come possiamo aiutare i fratelli libanesi?
Prima di tutto mi chiedo: chi sono i cristiani d'Occidente? Che forza hanno? Pensi a come l'Iran ha aiutato gli sciiti in Libano: dovremmo fare lo stesso – naturalmente non in senso militare – portando aiuti materiali attraverso  associazioni trasparenti e non attraverso lo Stato, creando progetti sostenibili che rafforzino dall'interno le comunità cristiane. Dovremmo poi sensibilizzare il mondo occidentale alla causa parlando del Libano e dei suoi cristiani, difendendoli dal fanatismo, sia musulmano che ebraico, organizzando incontri e lavorando insieme per il loro bene. Soprattutto dovremmo ricordare che i cristiani in Libano e in medioriente sono nostri fratelli in Cristo.



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