Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Roberto di Molesme a cura di Ermes Dovico
santi

Messori, Faà di Bruno e il ritorno del soprannaturale

Ascolta la versione audio dell'articolo

Circostanze non casuali legano lo scrittore al suo "santo di quartiere" prima ancora che sapesse (e scrivesse) di lui e della sua famiglia religiosa. Un legame ancestrale che riaffiora tra i sogni e i segni che manifestano le tracce di Dio nel quotidiano. 

Ecclesia 17_04_2026

Nella doverosa carrellata di tributi e testimonianze su Vittorio Messori susseguitisi nelle due settimane trascorse dalla sua dipartita, lo scorso Venerdì Santo, è rimasto “in secondo piano” un personaggio tutt’altro che secondario: Francesco Faà di Bruno, cui nel 1990 dedicò la biografia Un italiano serio (riedita da Ares nel 2024 col titolo Il beato Faà di Bruno. Cristiano e scienziato nell’età del Risorgimento). Non deve stupire, in fondo, che il beato torinese sia rimasto “nascosto”, in linea con la proverbiale discrezione che lo caratterizzò in vita e in morte e ne rallentò anche la corsa verso gli altari. E non solo per la ritrosia a far parlare di sé né per «debolezza di intercessione», anzi, scrive Messori, «il sospetto è che le grazie da lui ottenute siano invece numerose: ma tali da non renderle testimoniabili dal beneficato» perché particolarmente delicate e bisognose proprio di quella discrezione – da gentiluomo ben prima che da sacerdote – che Faà di Bruno garantiva anche da vivo, sollecito della reputazione di chi si rivolgeva a lui, fossero ragazze madri o nobildonne cadute in disgrazia. 

Singolare coincidenza: l’uno e l’altro morti nella Settimana Santa. Era infatti un Martedì Santo quel 27 marzo 1888 in cui morì il nobile, militare, matematico, fondatore e infine (negli ultimi undici anni di vita) anche prete. Ma quello tra Messori e Faà di Bruno è un legame "ancestrale" che risale agli anni dell’infanzia, quando il futuro scrittore ancora non sapeva chi fosse ma era già affascinato e intimorito dallo smisurato campanile sormontato dall’arcangelo Michele che il «santo di quartiere» (quello di Borgo San Donato) aveva innalzato nella Torino ottocentesca. Di quell’ardita ma ben calcolata opera di ingegneria Faà di Bruno, in pieno clima laicista, volle fare un segno eloquente del connubio tra scienza e fede, secondo per altezza solo alla Mole Antonelliana. Estraneo a qualsiasi discorso religioso, il giovane Messori nulla conosceva di lui né della sua opera di Santa Zita e delle Minime del Suffragio, malgrado fossero “vicini di casa” nel capoluogo piemontese dove la guerra aveva condotto la famiglia dalla natia Sassuolo: «Ciò che sapevo era che quel gigante sovrastato dall’angelo mi faceva paura: così minaccioso sopra la mia casa, con quel sospetto di equilibrio precario sopra le sue colonnine di metallo». E ne ebbe ancora più paura quando, a dodici anni, fu colto in strada dall’uragano del 23 maggio 1953, che invece lasciò intatto il campanile di Faà di Bruno e decapitò della guglia il simbolo del progresso, quella Mole a sua volta concepita così alta perché superasse i campanili cristiani.

Faà di Bruno tornò a “bussare” anni dopo alla porta di Messori, che dopo la conversione ne aveva saputo qualcosa, ma ben poco. Era proprio una delle "sue" religiose, dopo aver letto Scommessa sulla morte, a scrivere all’autore sorpresa dalla consonanza con la spiritualità del suo fondatore, che alle Minime aveva affidato il “suffragio”, ovvero la preghiera per i defunti. Quella lettera era giunta a Messori, nel frattempo trasferitosi a Milano, dai luoghi della sua infanzia, scritta all’ombra del campanile che lo aveva attratto e terrorizzato: «quel “santo di quartiere” sembrava aver comunicato a “uno del quartiere”, cent’anni dopo, almeno un poco del suo modo di affrontare il mistero di speranza del Vangelo». La lettera fu l’inizio di un contatto con quella «comunità di donne di amore e di coraggio» che testimoniavano «di quale essenza, genuina e robusta, fosse l’albero del fondatore».

Una nuova, decisiva svolta venne nel corso di una notte insonne, quando Messori si aggirava in casa sua «fortemente inquieto, a tratti persino tormentato, per certi miei personali problemi». Cercando qualcosa da leggere l’occhio si posò su una breve vita del non ancora beato Faà di Bruno. «E, qui, la sorpresa: tra le grazie ottenute dalla sua intercessione e attestate in modo inconfutabile (...) ce n’era una il cui oggetto coincideva esattamente con ciò che in quella notte mi impediva il sonno». Quale? «Non dirò di più. Secretum meum, mihi. Dirò solo che seguii anch’io le orme di quello sconosciuto di fine Ottocento che in quell’amico del Cristo aveva riposto una non vana fiducia. Anch’io, nel mio bisogno, non fui deluso». Di qui la «decisione» di scrivere di lui... «ma decisi veramente?», si chiede Messori, «potevo fare altro dopo una vicenda che si era srotolata nei decenni, partendo dall’adolescente di Borgo San Donato sino all’adulto in difficoltà della notte milanese, come per condurmi a un esito obbligato?».

Il «santo di quartiere» riaffiora in uno dei suoi ultimi libri: Quando il cielo ci fa segno, edito da Mondadori nel 2018, un florilegio di quei «piccoli misteri quotidiani» che rivelano la mano di Dio nella vita di tutti i giorni. Come il sogno di Rosy, la collaboratrice domestica di Vittorio e Rosanna Messori. Timoroso che la salute lo costringesse a disdire, lo scrittore era riluttante ad accettare l’invito a un prestigioso convegno su Faà di Bruno organizzato dal Politecnico di Torino. Della questione non fece parola neanche a sua moglie, parlandone solo al protagonista, «allo scienziato salito agli altari» con cui il dialogo nella preghiera era pressoché quotidiano.

Chiese altro tempo agli organizzatori tornati a farsi vivi dopo alcuni mesi, ma il mattino seguente venne sorpreso da Rosy: «Avete qualcosa a che fare con un prete di Torino, uno che si chiama Faà di Bruno?». Del beato la domestica ignorava anche il nome, tanto da confondere la sua foto in camera dei Messori con quella di qualche loro antenato. Ma quella notte lo sognò, in una chiesa di Torino - città in cui non era mai stata – e quel prete «alto, magro, con i capelli neri» che si era presentato come «Faà di Bruno» le indicò la propria lapide, nel punto preciso in cui si trova nella realtà, dicendole che gliel’aveva fatta fare il suo «capo»: esattamente l’appellativo scherzoso con cui Rosy era solita rivolgersi a Vittorio che, sì, aveva fatto realizzare proprio lui quella lapide in latino («in una lingua che non capivo», racconta lei). Ma soprattutto le rivelò che lo scrittore «è titubante se accettare o no di venire a Torino. Ma deve esserci», disse, e le affidò la «missione» di «convincerlo a venire. C’è tempo», aggiunse. Il tempo c’era davvero, come tutto il resto: il sogno risale a giugno del 2017 e il convegno (cui Messori infine partecipò) era previsto il 22 settembre.

Sogni e segni testimoniati da Messori anche in risposta all’«urgenza drammatica», ricordata dal cardinale Carlo Caffarra, «che la Chiesa ponga fine al suo silenzio circa il soprannaturale». Che non si manifesta solo con i miracoli celebri ed eclatanti, ma più di frequente con quei tocchi divini celati – o volutamente rimossi – sotto le apparenze del «caso», che lasciano, per dirla con Pascal, «abbastanza luce per chi vuole credere e abbastanza ombra per chi non vuole credere».



il libro

Il cronista nel sepolcro, l'inchiesta di Messori sul Risorto

08_04_2026 Enrico Cattaneo

La storia c'entra eccome con la fede anche quando è in gioco il soprannaturale. E Messori non ci stava a rinunciare alla verità proprio davanti alla risurrezione, senza la quale il cristianesimo franerebbe.
- Vittorio, cosa restadi Andrea Zambrano

addio vittorio

Messori e Lourdes, luogo della fede rocciosa

09_04_2026 Edoardo Caprino

Vittorio raccolse il testimone degli studi da Don Laurentin. Lourdes ha trovato in Messori uno studioso capace di cogliere appieno il significato e il dono delle Apparizioni. Sarebbe bello che il Santuario gli dedicasse un luogo. 

il ricordo

Messori: al mondo non serve una Chiesa succursale dell'Onu

10_04_2026 Luca Del Pozzo

Un "cristianesimo sociale" senza radici nel divino può apparire compiacente ma è insufficiente. La sfida di Messori alla modernità laica era condotta in nome di una fede tanto più incarnata nella storia quanto più è rivolta alle cose di lassù.

il libro

Quando Messori infranse la congiura del silenzio sulla morte

Con Scommessa sulla morte Messori sfidò il tacito divieto di parlare della fine: senza escatologia non si saprebbe come affrontarla. Eppure essa include la domanda delle domande, quella sul destino eterno di ogni uomo.
- Messori: al mondo non serve una Chiesa succursale dell'Onudi Luca Del Pozzo

il ricordo

La devozione a Maria era il "segreto" dell'opera di Messori

11_04_2026 Marco Begato

Indebolita la memoria, deposta la penna, del grande scrittore emergeva ciò che conta davvero: la pietà mariana, fondamento autentico di ogni apologetica.

i venerdì della Bussola

Messori e l'apologetica, l'eredità e l'impegno per chi resta

11_04_2026

Un fuoriclasse ma non un eroe solitario: l'opera di Messori implicava anche una "paternità" verso le nuove generazioni di scrittori e giornalisti desiderosi di difendere e promuovere le ragioni della fede. La testimonianza di Gianpaolo Barra e Riccardo Cascioli.
L'ultima intervista: «La Madonna ce l'ho sempre davanti»di Riccardo Caniato
-
La devozione a Maria era il "segreto" dell'opera di Messori, di Marco Begato

il ministro mazzi

L'omaggio del Governo a Messori: «L'Italia gli riconosca un posto»

13_04_2026 Andrea Zambrano

Alle esequie dello scrittore in rappresentanza del Governo, il neo ministro del turismo Mazzi: «Affascinato dai suoi libri, ha avuto il coraggio della libertà in un mondo dominato dal materialismo e dalle mode. Il Paese gli riconosca un posto adeguato perché è stato "sale della terra" nel dibattito culturale sul ruolo del cristianesimo nella società». 

IL FUNERALE

Vittorio Messori, l'ipotesi è diventata una certezza su Gesù

13_04_2026 Riccardo Cascioli

Una liturgia tanto sobria quanto solenne e intensa - presieduta dal vescovo di Verona, mons. Domenico Pompili - che ha trasmesso la certezza della presenza di Cristo. Così l'11 aprile si è celebrato nell'abbazia di Maguzzano il funerale di Vittorio Messori.
- Il ministro Mazzi: «L'Italia gli riconosca un posto», di Andrea Zambrano

ricordo

Ipotesi su Messori che ora sa com'è andata la sua "scommessa"

14_04_2026 Aurelio Porfiri

Un maestro all'apparenza burbero, ma capace di grande delicatezza. E un'amicizia profonda che prosegue oltre la morte, perché radicata in quella fede che era al cuore dell'opera di Messori, avvicinando a Cristo tante anime smarrite.

Il ricordo

Messori, amico e scrittore pieno di ironia. E quella volta in autogrill…

15_04_2026 Sara Martín

La conoscenza nel 2008, il rapporto professionale, la sua ritrosia ad essere trattato come “personaggio”, l’amicizia e il suo tratto paterno. Ecco il Vittorio Messori raccontato dalla giornalista e traduttrice Sara Martín, che con il marito ha voluto lo scrittore come padrino del loro terzogenito.

intervista

Bux: fede e ragione il lascito di Messori a chi cerca la Verità

16_04_2026 Marino Pagano

«Vittorio era l’incarnazione del vero cristiano» che aveva fatto suo il pensiero di Cristo e rifiutava l'utopia di un mondo "giusto" senza Dio. Così il teologo e liturgista rievoca l'itinerario dell'apologeta scomparso il 3 aprile (che oggi compirebbe 85 anni) e la profonda amicizia che li univa.

bicentenario

Francesco Faà di Bruno, apostolo nella Torino laicista

Militare, scienziato e infine sacerdote e fondatore, pose i suoi mille talenti al servizio della carità. A 200 anni dalla nascita del beato torinese pubblichiamo alcuni estratti da La Bussola Mensile di marzo.

ricordo

Così Vittorio Messori divenne talent scout dell'apologetica

07_04_2026 Rino Cammilleri

Due vite parallele, una lettera e un romanzo che inizialmente nessuno voleva pubblicare, ma che attirò l'attenzione del già celebre autore di Ipotesi su Gesù. Ne venne fuori una trentennale amicizia tra due grandi firme dell'apologetica, fondata su una sintonia più forte di qualche screzio che pure non mancò.
- "Non era un apologeta", la sciocchezza di Avvenire, di Riccardo Cascioli