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DIPLOMAZIA

Marò in India, la pazienza è agli sgoccioli

Qualcuno lo chiama un "urlo", l'appello lanciato da Latorre e Girone, in videoconferenza con il Parlamento dall'India. Dopo più di due anni di prigionia senza processo, la pazienza è agli sgoccioli. Qualche apertura arriva da New Delhi.

Politica 04_06_2014
Latorre e Girone

«Abbiamo ubbidito agli ordini, e mantenuto la parola, quella che ci era stato chiesta e quella che continuiamo a mantenere. Ma siamo ancora qui». Collegati in videoconferenza con la Sala del Mappamondo di Montecitorio, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò costretti a restare in India in attesa di un giudizio o almeno di un capo d’imputazione, alzano i toni e invitano Italia e India a «dialogare per trovare una soluzione». L'occasione è un'audizione alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato organizzata in concomitanza con le celebrazioni della Festa della Repubblica. «Auspico che due grandi nazioni come l'Italia e l'India abbiano modo di parlarsi e di esprimere la loro democrazia» ha detto Massimiliano Latorre dopo aver ringraziato gli italiani per la loro vicinanza e prima di ricordare che loro continuano a «soffrire con dignità», nell'attesa che «questa storia possa avere finalmente termine». Gli fa eco Girone sottolineando che «non è certamente bello» non essere tra i militari che hanno sfilato lungo via dei Fori Imperiali. «Anche questa volta siamo costretti a essere lontani. È da due anni che, con dignità e serietà, continuiamo ad affrontare tutto questo» - ha proseguito Girone. «Abbiamo ubbidito a degli ordini e oggi siamo ancora qui. Vogliamo che venga riconosciuta la nostra innocenza».

Un appello che ha indotto la rappresentanza dei militari della Marina Militare (Cocer) a sottolineare che «più passerà il tempo e peggio sarà» aggiungendo che «la musica è cambiata e la pazienza dei due marò è agli sgoccioli». «I nostri fucilieri sono stanchi per essere stati ignorati a lungo, per essere stati usati, per le promesse non mantenute, per le famiglie lontane, per una situazione che non trova sbocco» scrive l'organismo di rappresentanza in una nota in cui si chiede l’intervento diretto del premier Matteo Renzi.

Anche se qualcuno ha definito “urlo” le esternazioni di Latorre e Girone in realtà i loro toni sono sembrati piuttosto pacati, soprattutto se si tiene conto degli sviluppi vergognosi della vicenda, con tre governi italiani rivelatisi pavidi e incapaci di tutelare i militari e di mettere alle strette l’India. Un contesto in cui ci si sarebbe potuti aspettare ben altre proteste da parte dei due fucilieri e dei loro famigliari oltre a iniziative al limite dell’insubordinazioni da parte dell’intero apparato militare nazionale. Vale la pena ricordare che, forse anche con l’obiettivo di scoraggiare prese di posizione polemiche e roboanti, dalla fine del 2012, ai due viene riconosciuto lo status di assistenti dell’addetto militare presso l’ambasciata a Nuova Delhi. Un incarico che non consente certo ai due marò di tornare a casa, ma offre uno stipendio di 6.400 euro netti mensili, utile certo a ripagare solo in minima parte le privazioni e le sofferenze patite a causa dello Stato che hanno difeso. Da sottolineare del resto che anche le ultima dichiarazioni di Latorre e Girone non hanno sortito nulla di più che dichiarazioni di comprensione da parte delle forze politiche e delle istituzioni.

Il ministro degli Esteri Federica Mogherini ha annunciato la costituzione di un “comitato dei giuristi" che si occupa della "nuova fase" di internazionalizzazione del caso. Il team è guidato da Sir Daniel Behtlehem, ex capo del servizio giuridico del Foreign Office, uno dei maggiori esperti di diritto internazionale e che ha una grande esperienza sul campo. «Il gruppo è al lavoro da diverse settimane», ha spiegato il ministro Mogherini precisando che «l'insediamento del nuovo governo non ci fa tornare indietro dalla nostra strada, ovvero la riaffermazione che non è l'India a dover esercitare la giurisdizione e che i due fucilieri essendo in missione antipirateria erano e sono coperti da immunità funzionale».

Nei giorni scorsi il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, aveva invece sottolineato che l’Italia ha «fatto tutti i passaggi necessari per arrivare all'arbitrato internazionale. L'ultimo, prima di partire con l'arbitrato, prevede, anche giuridicamente, che si provi ad avere ancora un'intesa con il paese con cui c'è il contenzioso». Tenuto conto che l’arbitrato aprirebbe la strada a un lungo procedimento giudiziario che lascerebbe ancora a lungo Latorre e Girone in India, è comprensibile che Roma lasci aperta la porta al negoziato bilaterale con il nuovo esecutivo del partito nazionalista indù (BJP) guidato da Narendra Modi.

Proprio dal governo indiano sembrano giungere segnali di una possibile volontà di chiudere la questione al più presto con la nomina a Procuratore Generale di Mukul Rohatgi, l'avvocato che ha tutelato gli interessi dello Stato italiano e dei due Fucilieri di Marina davanti alla Corte Suprema nell'ultimo anno di schermaglie giudiziarie. Rohatgi, nominato nei giorni scorsi, aveva assunto la difesa dei marò nella scorsa primavera dopo che l’avvocato Harish Salve aveva rinunciato all'incarico per protesta contro la decisione (temporanea) di Roma di non far ritornare in India i due militari dalla licenza elettorale in Italia.

Anche se ogni ipotesi va valutata con la massima prudenza è possibile che la nomina tutta politica di Rohatgi, che ben conosce il dossier, abbia l’obiettivo di trovare una soluzione rapida e onorevole alla crisi tra Roma e Nuova Delhi, che sta coprendo di ridicolo i due Paesi, ostacolando i rapporti commerciali. Nei mesi scorsi, da difensore di Latorre e Girone, Rohatgi aveva sostenuto che i due marò non potevano essere processati in India. Possibile che da Attorney General cambi radicalmente la sua posizione?