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CRIMINI DEL PASSATO

L'Onu condanna la tratta degli schiavi. Ma solo quella europea

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All'Onu passa la risoluzione proposta dal Ghana che condanna la tratta degli schiavi (XVI-XIX Secolo) che ha portato oltre Atlantico 12 milioni di africani. Si chiedono lauti risarcimenti. Nessuna parola sulla tratta arabo-islamica, molto più duratura.

Esteri 27_03_2026
Antonio Guterres (AP)

Con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astenuti l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 marzo ha approvato una risoluzione presentata dal Ghana con la quale si riconosce che la tratta transatlantica degli schiavi è “il più grave crimine contro l’umanità” e si chiedono risarcimenti per i danni che ha causato. Il documento esorta i paesi responsabili ad ammettere le loro colpe, presentare scuse formali, concedere risarcimenti finanziari ai popoli danneggiati, restituire i manufatti loro rubati e assicurare di non commettere mai più simili azioni.

Il commercio degli schiavi destinati alle colonie americane è stato per quasi quattro secoli il più ricco dei traffici tra europei e africani. Tra il XVI e il XIX secolo ha portato oltre Atlantico circa 12 milioni di africani. La questione delle riparazioni dovute viene sollevata e discussa da decenni. L’Onu si è impegnata a farsene portavoce fin dal 2001 quando ha organizzato a Durban, in Sudafrica, la “Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza” in realtà voluta proprio con l’intenzione di arrivare alla sottoscrizione di un documento in cui i paesi responsabili della tratta transatlantica si riconoscevano colpevoli, ammettevano di essersi macchiati di crimini contro l’umanità, porgevano scuse ufficiali per i danni materiali e morali arrecati. Gli Stati Uniti e Israele, che già avevano mandato una delegazione di basso profilo, lasciarono la conferenza dopo pochi giorni. I paesi Ue rimasero, ma rifiutarono di firmare il testo così concepito e chiesero sostanziali emendamenti. Insomma, la conferenza fu un fallimento. Ma da allora la richiesta di riparazioni si è fatta sempre più insistente e soprattutto da questione morale, di giustizia storica, è diventata rivendicazione eminentemente economica.

Più volte l’attuale Segretario Generale Onu, Antonio Guterres, è tornato sull’argomento sostenendo che occorre fare un bilancio completo dei danni causati dalla sottrazione al continente africano di milioni di persone, secondo lui tra 25 e 30 milioni, e di quelli che in tutto il mondo tuttora subiscono i discendenti degli schiavi deportati. La tratta transatlantica degli schiavi da sola avrebbe sottratto all’Africa 100mila miliardi di dollari, ai quali bisogna aggiungere quelli risultanti dal calcolo dei danni causati dalla colonizzazione europea. Guterres ammette che calcolare gli importi dei risarcimenti è complesso, ma sostiene che è doveroso farlo, non può essere rimandato.

L’Unione Europea da alcuni anni si è unita al coro delle condanne morali sollecitando passi avanti nella definizione dei risarcimenti, da farsi eventualmente anche sotto forma di remissione del debito estero dei paesi africani che ne sono sempre più pesantemente gravati. Il risarcimento per la tratta transatlantica e per colonialismo europeo è stato, insieme alla cancellazione del debito estero, al centro del 38° vertice dell’Unione Africana, nel febbraio del 2025 ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia dove l’organizzazione panafricana ha una delle due sedi ufficiali (l’altra è a Midrand, in Sudafrica). La questione è di importanza prioritaria, hanno convenuto in quella sede i capi di stato e di governo dei 54 paesi africani. A conferma di ciò avevano scelto come tema dell’Unione Africana per il 2025: “Giustizia per gli africani e le persone di discendenza africana attraverso le riparazioni”.

Tanti sono gli argomenti di chi invece respinge ammissioni di colpa e risarcimenti, pur concordando sul fatto ovvio che schiavitù e commercio di schiavi sono gravissime violazioni dei diritti umani.

Il più scontato è che gli africani venivano acquistati, non catturati dai mercanti europei e americani. A venderli erano gli africani che li catturavano o a loro volta li acquistavano. In termini economici, la perdita di milioni di persone è stata compensata da un enorme e costante afflusso di denaro che ha dato un contributo consistente, in certi casi decisivo allo sviluppo delle tribù e dei territori costieri. Ammesso che gli eredi dei protagonisti della tratta, dopo tante generazioni, si debbano sentire tenuti a risarcimenti economici – il che è ampiamente contestato – allora debitori, oltre ai paesi europei e americani, sono anche i paesi africani che hanno tratto profitto dal commercio.

Le risoluzioni dell’Assemblea Generale Onu non sono vincolanti. Ma l’approvazione a schiacciante maggioranza della risoluzione ha un peso e un valore politico. È un ulteriore attacco messo a segno contro l’Occidente di cui da decenni si vuol far credere che sia la civiltà peggiore mai concepita, responsabile di tutti i mali che hanno afflitto e che continuano ad affliggere l’umanità. Alla tratta transatlantica degli schiavi l’Onu ha dedicato una giornata celebrativa che ricorre ogni anno il 23 agosto, occasione per ribadirne la colpa a europei e americani – i mercanti e chi sfruttò il lavoro degli schiavi – e mai agli africani. Non bastava. La tratta transatlantica secondo la risoluzione è “il più grave crimine contro l’umanità”.

Sarebbe ora di denunciare al mondo e portare in discussione presso sedi internazionali – Nazioni Unite, Unione Africana, Unione Europea – i crimini contro l’umanità e i danni materiali di cui è stata responsabile la tratta arabo-islamica degli schiavi che fece commercio di almeno 14 milioni di africani dal VII secolo, inizio della colonizzazione arabo-islamica del continente africano, al XIX. All’Unione Europea spetterebbe, per dignità e onore alle vittime, commemorare gli europei – oltre 1,2 milioni solo dall’Europa occidentale, molti gli italiani – catturati dai musulmani, ridotti in schiavitù e venduti sui mercati del nord Africa.

Solo Argentina, Israele e Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione di condanna. L’Italia è uno dei 52 paesi che si sono astenuti.