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REPORTAGE

Libano. I bombardamenti continuano, nonostante i colloqui di pace

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Primi colloqui diretti fra Libano e Israele, mediati dagli Stati Uniti. Dal punto di vista israeliano, è l'occasione per "liberare" il Libano da Hezbollah e dalle influenze dell'Iran. Ma le operazioni militari dell'Idf continuano, con molte vittime civili.

Esteri 16_04_2026
Beirut bombardata (foto di Elisa Gestri)

Martedì 14 aprile a Washington si sono tenuti i primi “negoziati diretti” tra Libano e Israele dall'inizio dell'aggressione israeliana ad Hezbollah, e dunque al Paese dei Cedri, del 2 marzo scorso. I colloqui si sono svolti sotto la supervisione e con la mediazione degli Stati Uniti, nella persona del segretario di Stato Marco Rubio, che li ha definiti «un'opportunità storica» per liberare «quella parte del mondo» da «20 o 30 anni di influenza di Hezbollah».

Al termine delle due ore di riunione, nella dichiarazione trilaterale congiunta l'ambasciatrice libanese in America, Nada Hamadeh Moawad ha chiesto un immediato Cessate il fuoco su tutto il Paese – domandando l'implementazione di quello già in vigore dal 27 novembre 2024, mai rispettato da Israele - e misure concrete per alleviare la crisi umanitaria in corso a causa del conflitto. Ha anche sottolineato la necessità di ripristinare l'integrità territoriale del Libano e la legittima sovranità dello Stato. Israele dal canto suo ha offerto al Paese dei Cedri, tramite il suo ambasciatore negli Usa, Yechiel Leiter, il suo supporto per «disarmare tutte le entità armate non statali» (leggi Hezbollah, ndr) e «smantellare tutte le infrastrutture del terrore in Libano», onde garantire «la sicurezza della popolazione da entrambi i lati del confine» e «rafforzare la sicurezza, la pace e la stabilità nella regione».

Gli Usa hanno sottolineato che le trattative in corso hanno il potere di «sbloccare aiuti significativi per la ricostruzione e la ripresa economica del Libano, e assicurare opportunità di investimento per entrambi i Paesi». Tutte le parti hanno acconsentito a continuare i negoziati diretti, in tempi e luoghi da stabilire. Hezbollah, non interpellato, ha comunque dichiarato di “rifiutare” i negoziati di Washington, definendoli “inutili”, e invitando piuttosto il governo libanese a «respingere l'aggressione israeliana».

In parallelo con la dichiarazione congiunta, l'ambasciatore israeliano Leiter ha inoltre dichiarato che «il Libano è sotto occupazione iraniana» sottolineando che «il governo libanese e Israele si trovano dallo stesso lato dell'equazione», addirittura «uniti nel liberare il Libano» da Hezbollah.

Al di là della retorica della diplomazia, è emerso chiaramente dalla breve riunione che le priorità dei due Paesi sono drammaticamente diverse, e che il Paese dei Cedri è – una volta di più - totalmente impotente, stretto tra la logica mercantilistica americana e l'aggressività di Israele. Nonostante i negoziati imminenti, il Premier israeliano Netanyahu ha descritto domenica scorsa il Libano come un'enorme “zona cuscinetto” con Israele, affermando, durante un sopralluogo che si è concesso nel “territorio occupato” del sud del Libano, che "la guerra continua".

Per ribadire il concetto, durante e dopo i negoziati a Washington, Idf ha continuato le proprie operazioni militari nel sud del Libano – quarantatre le vittime totali delle ultime 24 ore - mentre Hezbollah ha sparato almeno quaranta razzi verso il nord di Israele, perlopiù intercettati o caduti in aree disabitate.

Quale sia il “supporto israeliano al Libano” nel disarmo di Hezbollah è sotto gli occhi di tutti: secondo gli ultimi dati del Ministero libanese della Salute Pubblica, dal 2 marzo scorso le vittime provocate dagli attacchi israeliani sono 2167, di cui 260 donne, 172 bambini, 121 operatori sanitari, sette giornalisti, tre Caschi Blu del corpo di pace Unifil. I feriti sono 7061, gli sfollati più di un milione, di cui solo una minima parte (circa 120-130 mila) sono alloggiati in strutture pubbliche. Sei ospedali e 108 ambulanze sono stati colpiti.

Dal numero delle vittime sono esclusi gli operativi di Hezbollah – la milizia sciita non rende noto il numero dei suoi caduti – ma secondo un recente comunicato del Capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano Eyal Zamir, dal 2 marzo Idf ne avrebbe eliminati 1700. Zamir ha contestualmente reso noto di aver dato ordine alle truppe presenti in territorio libanese di trasformare il sud del Paese fino al fiume Litani in una “kill zone”, un poligono di tiro in cui uccidere “tutti i terroristi di Hezbollah”.

Mentre il Consiglio di sicurezza israeliano si riunisce – su richiesta americana - per discutere di un eventuale Cessate il fuoco in Libano, percorriamo Beirut in cerca di opinioni: cosa pensano i libanesi dei negoziati? L'atmosfera del tardo pomeriggio beirutino è sonnolenta; c'è poca gente - e poca voglia di parlare - in giro, mentre è tanta la paura dopo gli attacchi israeliani multipli dell'8 aprile scorso, il “mercoledì nero”: sono morte 357 persone in tutto il Paese, ma il bilancio è provvisorio perché si cercano ancora i dispersi.

Dopo qualche diniego incontriamo Elie, (nome di fantasia) un trentacinquenne seduto a un tavolino di un locale che acconsente a parlare con noi. Pensa che i negoziati di Washington sortiranno qualche risultato? Gli domandiamo. «Molta gente qui non approva per principio le negoziazioni con Israele, e nemmeno io penso che la normalizzazione della guerra – quello che nella migliore delle ipotesi uscirà dalle trattative - sia una buona cosa. Nel migliore dei casi potremmo diventare come l'Egitto, o la Giordania – “amici” dello Stato Ebraico, ma a che prezzo? Ormai siamo talmente abituati ad essere attaccati e occupati militarmente da Israele che non ci facciamo più caso, e questo non è giusto. Intendiamoci, non concordo né con l'occupazione israeliana né con le pretese iraniane: sono libanese, ho la mia identità e la mia nazionalità, perché mai dovrei piegarmi ai desideri di uno o di un altro Paese straniero? E mi creda, tantissima gente, soprattutto chi ha ricevuto una buona istruzione, la pensa come me». Mentre parliamo ci raggiunge un amico di Elie, pressappoco suo coetaneo, che lo smentisce immediatamente: «Personalmente lo spero. Mi auguro che si raggiunga un accordo: se gli israeliani vogliono il sud che se lo prendano, basta che smettano di ammazzare la nostra gente. Tanto noi libanesi non possiamo fare niente, viviamo in uno stato di continua frustrazione e rassegnazione».

Cambiamo quartiere e incontriamo Adnan (nome di fantasia), quarantenne siriano, laureato, in Libano dal 2012. Pensa che le trattative con Israele sortiranno qualche risultato positivo per il Libano? Gli chiediamo. «Il punto è che il Libano non ha la forza di imporre nessuna decisione, non ha nessuna carta da giocare al tavolo delle trattative. Dunque non gli resta che fare il servo obbediente di Usa e Israele. La situazione in ogni caso resta imprevedibile».

Cambiamo ancora quartiere ed entriamo nel minimarket di Ali (nome di fantasia), situato in una zona di grande passaggio, leggermente più animata. Cosa pensa delle trattative di Washington tra Libano e Isreale? gli chiediamo. «Penso tutto il male possibile. Il nostro governo è debole, e pur di tenersi in piedi ha acconsentito vigliaccamente a partecipare. Per non parlare del nostro esercito, che si è ritirato dal sud lasciando la popolazione da sola in balia dell'occupazione israeliana. Ora tutti accusano Hezbollah di essere la causa degli attacchi di Israele, ma la verità è che senza di loro che combattono nel sud a quest'ora l'Idf sarebbe già a Beirut».