Libano: crescono le vittime, Israele promette più attacchi
Sono oltre 1300 le virttime registrate in Libano, colpita (senza conseguenze per i militari) anche una postazione italiana Unifil. Aumentano anche i libanesi e i siriani che cercano di riparare all'estero, Francia e Qatar chiudono le porte.
Quest'anno in Libano Cristo risorgerà in un Paese straziato. Ad un mese dall'inizio dell'aggressione israeliana - ufficialmente volta a spezzare in via definitiva le reni ai miliziani sciiti di Hezbollah, nei fatti portatrice di morte e distruzione soprattutto per la popolazione civile - le vittime sono 1345 di cui 91 donne, 125 bambini, 53 medici e paramedici. Sotto il fuoco israeliano sono anche caduti almeno undici soldati dell'esercito libanese e tre peacekeepers del contingente indonesiano di Unifil; la base del contingente italiano a Shama è stata invece colpita da un razzo, ed ha riportato lievi danni.

Quanto a Hezbollah, Israele sostiene di aver ucciso almeno ottocento effettivi dal 2 marzo; quella dello Stato Ebraico è l'unica fonte, poiché non è abitudine della milizia sciita rendere noto il numero dei propri caduti.
Nel sud del Paese si combatte una dura battaglia tra i soldati di IDF (l'esercito israeliano), che si stanno facendo strada verso il fiume Litani a colpi di mortaio, coperti dai raid della loro aviazione, e gli uomini del Partito di Dio, rientrati nell'area dopo esserne stati scacciati nell'ultimo anno e pronti a versare il proprio sangue pur di fermare l'avanzata israeliana. In un messaggio rivolto all'anziano leader di Hezbollah Naim Kassem, il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha dichiarato che la milizia sciita «pagherà un prezzo straordinariamente alto» per «aver disturbato la Pasqua Ebraica con lanci di razzi diretti ai cittadini israeliani» riuniti per la ricorrenza.
Le parole di Katz suonano sinistramente ironiche, se si pensa che l'aggressione dello Stato Ebraico al Libano ha guastato la celebrazione islamica del Ramadan a centinaia di migliaia di civili che nulla hanno a che vedere con Hezbollah, ed ora si appresta a fare lo stesso con la Pasqua di altrettanti fedeli cristiani. In un Paese che annovera tra 12 e 14 milioni di cittadini che vivono fuori dal suo territorio, ben di più della popolazione residente, la Pasqua è uno dei periodi dell'anno in cui chi è emigrato all'estero - negli Stati Uniti, in Francia, in Canada, in Australia - rientra per festeggiare con le famiglie di origine.
Il Libano, dissanguato dalla crisi finanziaria, conta sul denaro contante dei compaesani della diaspora, che almeno tre volte l'anno – Natale, Pasqua e stagione estiva – rimpingua i salvadanai delle famiglie e le casse degli esercizi commerciali.
Quest'anno, il flusso dei viaggiatori segue una rotta invertita: chi può permettersi il costo del visto e del viaggio con la compagnia di bandiera, Middle East Airlines, l'unica rimasta a volare (il biglietto più economico di sola andata da Beirut a Roma costa in questi giorni circa mille euro, da Beirut a Berlino più di seicento), cerca di lasciare il Paese, mentre si registrano ben pochi arrivi all'aeroporto della Capitale. Del resto, anche potendo contare su una buona disponibilità economica lasciare il Libano sta diventando più difficile. In ragione della guerra in Medio Oriente, il 24 marzo scorso la Corte francese per il diritto d'asilo ha sospeso le domande dei cittadini libanesi e iraniani «per evitare il rischio che siano rigettate»; il Qatar invece, è notizia di pochi giorni fa, ha annunciato la sospensione dei visti in ingresso ai cittadini libanesi, che d'ora innanzi dovranno pre-registrarsi su una piattaforma online ed attendere l'approvazione del governo di Doha.
Accanto a chi vorrebbe partire e non riesce, c'è chi si rifiuta di lasciare la propria casa, anche se minacciata di demolizione. Abbandonate dall'esercito libanese, che ha preferito ritirarsi per non incorrere in “incidenti” con l'esercito israeliano, quindici comunità cristiane di confine, tra cui Rmeish e Ain Ebel, si sono rivolte al Primo Ministro Nawaf Salam chiedendo aiuto e protezione. «Abbiamo scelto di restare nei nostri villaggi e non torneremo sulla nostra decisione», hanno dichiarato i Presidenti delle quindici municipalità, sollecitando l'apertura di corridoi umanitari per non restare tagliati fuori dal resto del Libano con l'avanzata di IDF. Salam ha lodato il coraggio delle comunità, auspicando di poter assicurare loro almeno i servizi essenziali.
C'è ancora sgomento per l'uccisione del sacerdote maronita Pierre Rahi, centrato nel villaggio di Qlayaa, sul confine, da un carrarmato di IDF mentre soccorreva un parrocchiano ferito in un precedente attacco; eppure la sua vicenda sembra incoraggiare i cristiani dell'area a restare, invece che andarsene.
Nemmeno in Siria questa Pasqua sarà serena. Tutte le Chiese presenti nel Paese, cattoliche e ortodosse, hanno deciso di rinunciare alle celebrazioni all'aperto in ragione dei recenti episodi di violenza islamista contro diverse comunità cristiane. In solidarietà con le vittime degli attacchi, e in segno di protesta contro le Forze dell'Ordine del regime di al Sharaa, indifferenti o meglio complici delle aggressioni, i vescovi delle principali confessioni hanno concordato di pregare all'interno degli edifici religiosi, senza alcuna manifestazione pubblica. Esemplare l'annuncio dell'Eparchia maronita: citando la Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi - «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui» - l'Eparca ha comunicato che tutte le Chiese della sua giurisdizione si asterranno dalla tradizionale Via Crucis del Venerdì Santo, limitandosi a celebrare la Messa di Pasqua.

