Leone XIV in Camerun: fra dittatura, guerra civile e jihadismo
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Leone XIV arriva in Camerun che, dal 1984, è governato dal presidente/dittatore Paul Biya. Problemi grandi per un paese in guerra con la sua minoranza anglofona e con i vicini di casa jihadisti. Cristiani perseguitati dai terroristi e anche dal governo.
Il presidente del Camerun dal 1982 è Paul Biya. Ha 93 anni. Da quando ha assunto la carica, quattro Papi si sono succeduti e due hanno visitato il suo paese: Giovanni Paolo II nel 1985 e nel 1995, Benedetto XVI nel 2009. Al potere in seguito alle improvvise dimissioni del presidente Ahmadou Ahidjo, di cui era il vice, nel 1984 indisse le prime elezioni. Unico candidato, le vinse con il 99,98% dei voti. Da allora ha continuato a candidarsi e a vincere con largo margine, vittorie sempre contestate dalle opposizioni che ogni volta hanno denunciato irregolarità e brogli. Ottenuta nel 2008 l’abolizione del limite ai mandati presidenziali che un cittadino può svolgere, ha continuato a candidarsi e lo scorso ottobre ha vinto il suo ottavo mandato presidenziale. Il principale avversario, Tchiroma Bakary, ha rifiutato l’esito e con lui decine di migliaia di persone scese a protestare nelle vie della capitale Yaoundé. La polizia ha sparato sui manifestanti uccidendone decine. Bakary, temendo a ragione per la sua vita, è fuggito nel Gambia. «Un paese non può esistere al servizio di un solo uomo» aveva detto annunciando la propria candidatura. Ma per ora evidentemente il Camerun può.
Il 4 aprile Biya ha fatto approvare dal parlamento, dominato dal suo partito (il Rassemblement démocratique du Peuple Camerounais), un emendamento costituzionale che reintroduce la figura del vicepresidente, abolita nel 1984. L’emendamento prevede che sia il capo dello stato a scegliere il suo vice e che questi subentri in caso di morte, dimissioni o invalidità del presidente. Il 15 aprile Biya ha promulgato la legge e adesso non gli resta che annunciare il nome del suo successore.
Durante l’ultima campagna elettorale, ai suoi elettori aveva promesso: “il meglio deve ancora arrivare”.
Ma, oltre all’aggravarsi di problemi economici, due fattori preoccupano per il futuro del Camerun: la rivolta delle regioni anglofone del nord e sud ovest e, nell’estremo nord, gli attacchi dei jihadisti provenienti dalla vicina Nigeria.
In Camerun la maggioranza della popolazione parla francese. La minoranza anglofona – circa cinque milioni su un totale di 30 milioni – risiede nelle regioni dell’ex Camerun britannico che nel 1961 scelsero l’annessione al paese divenuto indipendente l’anno prima. Vittime di discriminazioni, emarginate, nel 2016 le regioni anglofone si sono rivoltate. Sono nati dei movimenti secessionisti che nel 2017 hanno dichiarato simbolicamente l’indipendenza. Alla reazione violenta del governo hanno risposto con la lotta armata. Le vittime civili del conflitto sono migliaia e sono quasi un milione gli sfollati. Esercito e indipendentisti sono accusati di accanirsi entrambi sulla popolazione. Si denunciano gravi e persistenti crimini di guerra: torture, sequestri a scopo di estorsione, stupri, esecuzioni extragiudiziarie.
Nel nord, al confine con la Nigeria, la popolazione vive ormai da anni sotto la minaccia di due gruppi jihadisti nigeriani: Boko Haram, affiliato ad al Qaeda, e Iswap, affiliato all’Isis, lo Stato Islamico, di cui costituisce una provincia. Come negli altri paesi della regione, anche in Camerun il governo lascia pressoché incustoditi estesi territori concentrando forze di sicurezza ed esercito nei grandi centri urbani e nei poli produttivi. I jiahdisti attaccano e distruggono insediamenti e villaggi, compiono attentati e sequestri, a scopo di estorsione e per reclutare combattenti. In certi periodi sono persino riusciti a creare delle basi in territorio camerunese. Infieriscono su tutta la popolazione, ma soprattutto sui cristiani.
È in gran parte a causa loro che da anni Open Doors include il Camerun nell’elenco dei 50 paesi in cui i cristiani sono più perseguitati. Nell’edizione 2026 il paese compare al 37° posto, sei posizioni più in alto rispetto all’edizione precedente che lo vedeva 43°.
Ma altri fattori concorrono a rendere difficile la vita dei cristiani. «Il controllo basato sui clan, la criminalità organizzata e la corruzione – riferisce Open Doors – acuiscono ulteriormente la vulnerabilità dei cristiani, soprattutto laddove l'autorità statale è assente o complice. In virtù delle leggi antiterrorismo, i cristiani che denunciano gli abusi di Stato rischiano controlli, intimidazioni o persino l'arresto. Centinaia di chiese che hanno criticato il regime sono state chiuse. Le contestazioni all'inazione del governo di fronte alle persecuzioni jihadiste e a quelle imputabili ai clan provocano spesso ritorsioni. Ciò ha alimentato un clima di paura e ha messo a tacere la leadership cristiana, indebolendo la resilienza della comunità e l'accesso alla giustizia».
Circa il 57% dei camerunesi sono cristiani. I cattolici costituiscono il 38,3% della popolazione. Jihad, guerra, repressione governativa incidono pesantemente sulla loro condizione, ma non ne hanno indebolito la volontà, e la speranza, di essere parte attiva nello sviluppo del paese.
Alla Chiesa cattolica si deve una rete scolastica diffusa anche nelle aree rurali, spesso carenti di servizi scolastici, che offre ai giovani concrete prospettive per il futuro: 646 scuole dell’infanzia, 953 scuole primarie, 273 scuole secondarie, cinque istituti di formazione e 17 tra università e istituti di istruzione superiore. Gli allievi sono quasi 468mila, seguiti da oltre 20mila insegnanti. Oltre a un'istruzione di eccellenza, gli istituti scolatici cattolici forniscono formazione morale e spirituale. «La scuola cattolica deve essere forza di trasformazione, un laboratorio di speranza e uno strumento di sviluppo umano integrale» sostiene padre Aurélien Lehoun Mbea, segretario nazionale per l’istruzione cattolica.
L’altro settore che vede impegnata la Chiesa cattolica è quello sanitario nel quale svolge un ruolo fondamentale. Gestisce 100 ospedali, 492 centri sanitari, 88 unità per la cura dell’Hiv: in tutto quasi 600 strutture che ogni anno assistono più di due milioni di persone, soprattutto nelle aree rurali trascurate dal sistema sanitario governativo. Vi operano 297 medici di base, 149 medici specialisti e personale paramedico per un totale di oltre 5.500 unità. Anche in questo ambito all’elevata qualità dell’assistenza fornita si accompagnano una dimensione spirituale e la priorità data alle persone rispetto al profitto.


