L'Ecce Homo al Meeting: non solo un capolavoro ma uno sguardo
Ascolta la versione audio dell'articolo
Grande emozione (e qualche polemica) per l'opera di Antonello da Messina, recentemente acquistata dal Ministero della Cultura ed esposta al Meeting di Rimini. La profonda devozione dell'anonimo committente riecheggia tra i visitatori in un faccia a faccia con «l'amor che move il sole e l'altre stelle».
Che senso ha una mostra per un solo dipinto? La domanda apparentemente scontata svanisce ben presto all’istante visitando Ecce Homo. Antonello da Messina, organizzata dal Ministero della Cultura, che ha portato al Meeting di Rimini la piccola e preziosissima opera del “fiammingo siciliano” del Quattrocento, prestata per l’occasione dal Museo Nazionale d’Abruzzo a L'Aquila, divenuto dal mese di giugno la sua sede abituale. Già potersi concentrare su un solo dipinto è una forma di guarigione da certo turismo artistico che spinge a percorrere vasti spazi museali in tempi ristretti, finendo per privilegiare gli scatti fugaci rispetto agli sguardi contemplativi. Qui invece il pur breve percorso espositivo, include una sorta di anticamera che prepara lo spettatore al faccia a faccia con la piccola e preziosissima tavola, approfondendo anche le fasi dell’acquisizione e del restauro. In precedenza l’opera era parte di una collezione privata neworkese, fino allo scorso febbraio quando il Ministero della Cultura l’ha acquistata all’asta da Sotheby’s per 14,9 milioni di dollari. Ad attribuirne la paternità nel 1981 era stato lo storico dell’arte Federico Zeri. La sede aquilana è stata individuata come segno di rilancio dopo il ritorno del Museo Nazionale d’Abruzzo nel Forte spagnolo del capoluogo abruzzese, danneggiato dal terremoto del 2009: collocazione abituale ma non esclusiva, prevedendo un itinerario espositivo nei principali musei italiani. Un tour che però ha visto la sua prima tappa non in un museo bensì al Meeting: scelta inedita ma tutt’altro che anomala, come vedremo.
L’atteso faccia a faccia col dipinto si trasfigura nello sguardo reciproco con il Cristo dolente e coronato di spine che vi è raffigurato così come viene mostrato da Pilato alla folla: «Ecco l’uomo», «Ecce Homo». Tema ricorrente nella successiva produzione di Antonello da Messina, che annovera almeno sei esemplari (includendo anche quello perduto della collezione Ostrowsky, in Polonia)e vi intreccia il momento immediatamente precedente, quello della flagellazione. Risalente al 1460-1465, questo dipinto è il capostipite della serie. Vi è persino un’anticipazione della croce nella scritta “INRI” presente sul parapetto da cui si affaccia il Cristo, col busto che protende la spalla destra verso lo spettatore, il naso ingrossato dai colpi ricevuti, il gemito quasi infantile che affiora dagli occhi e dalla bocca, implorando pietà dal suo stesso popolo che non può non muoversi a compassione contemplando questa viva immagine dell’«agnello condotto al macello» descritto dal profeta Isaia (53,7). Citando il tema del Meeting, quel volto dolente è il volto dell’«amor che move il sole e l’altre stelle» e che, come scrive san Paolo, «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma (...) umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte» (2Fil 6-8).
Chissà con quali sentimenti doveva accostarsi a quest’opera l’anonimo committente. Certo erano sentimenti molto intimi: non era un dipinto da appendere e sfoggiare ma destinato all’orazione privata, una sorta di libro di preghiere a colori, da portare sempre con sé in una custodia di stoffa o di cuoio come attestano le piccole dimensioni (all’incirca 15x20 cm) e il fatto che la tavola sia opistografa, ovvero dipinta su due facce. Sul recto l’Ecce Homo e sul verso san Girolamo penitente nel deserto (un deserto che man mano si addolcisce procedendo verso il fondo), con libri e calamaio che alludono alla sua traduzione della Vulgata. Verosimilmente questa scena è legata a una specifica devozione del nostro anonimo (che si chiamasse Girolamo anche lui?), ma una devozione così intensa da esprimersi con ripetuti baci sul volto del santo reso praticamente irriconoscibile. Pratica che, insieme alle dimensioni ridotte e alla portabilità dell’opera, la colloca nel contesto della devotio moderna, movimento spirituale diffuso appunto nel XV secolo che privilegiava la meditazione silenziosa del Cristo e le intime espressioni della pietà e la cui più celebre espressione è L’imitazione di Cristo, libro attribuito al monaco tedesco Tommaso da Kempis, pressoché contemporaneo del pittore e del committente.
Meditazione di cui giunge un’eco ai numerosi visitatori presenti al Meeting, che non sembrano mossi da consumistica curiosità a giudicare dallo stupore e dalle numerose domande alle guide, formulate però sottovoce, con sacrale rispetto, al cospetto all’opera del maestro messinese. «Le persone si mettono in fila a migliaia per vederlo perché sentono il potere del sacro, indipendentemente dal fatto che sia in un museo, ma perché si tratta di un’opera che mantiene la forza originaria di un icona nata perché il popolo lo vedesse perfino senza la mediazione museale», ha spiegato Angelo Crespi, direttore della Grande Brera proprio durante il Meeting nel corso dell’incontro Quando l’arte crea sviluppo. L'esposizione riminese ha suscitato qualche polemica, in parte sulla sicurezza dopo il furto di alcune opere di Antonello da Messina avvenuto il 15 agosto proprio nella sua città natale. Sicurezza che in realtà è stata ed è garantita, come ha chiarito Federica Zalabra, direttrice del Museo Nazionale d’Abruzzo. Ma Crespi ha risposto anche a un altro genere di polemiche emerse in questi giorni sull’opportunità di questa tappa dell’Ecce Homo (in un contesto non museale e per di più legato a un movimento ecclesiale, facendo storcere il naso a qualcuno), definendo invece l’iniziativa «pertinente» per un motivo semplice eppure trascurato, che riporta all’origine di molti capolavori esposti nei musei: «perché si restituisce all’opera il valore d’icona sacra, oggetto di culto com’era originariamente e non di cultura». In quella preziosa tavola i visitatori del Meeting riconoscono, sì, un rilevante “capitolo” della storia dell’arte, ma anche molto di più: come quell’anonimo devoto di quasi sei secoli fa vi scorgono uno sguardo che trascende i secoli e una volta usciti resta ancora impresso, intessendo un mutuo colloquio con chi a sua volta lo guarda affinché lo porti con sé, non in una custodia di stoffa o di cuoio, ma nel segreto del cuore.

