Le ossa di Francesco proclamano che Dio ha redento la carne
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C'è un filo rosso che unisce le contese attorno al corpo del Poverello e i nostri contemporanei che in questi giorni ad Assisi ne venerano i resti mortali. Il cristianesimo non è spiritualismo: il Verbo si lascia vedere e toccare anche nelle tracce materiali lasciate da una vita santa.
«Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienzia, tu non se’ nobile; onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?»: alla domanda fin troppo schietta di frate Masseo da Marignano san Francesco d’Assisi rispose che Dio «non ha trovato più vile creatura sopra la terra, e perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch'ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura». Nel botta e risposta tramandato dai Fioretti insieme all’umiltà del santo emerge il contrasto fra il fascino che Francesco esercitava e continua a esercitare e l’apparenza che almeno al primo impatto non doveva fare una buona impressione. «La persona era spregevole, la faccia senza bellezza», è il ritratto impietoso che ne traccia Tommaso da Spalato, e le altre fonti concordano. Però frate Masseo glielo disse proprio in faccia.
«Tu non se’ bello uomo del corpo....» saremmo tentati di ripetere ancora otto secoli dopo davanti a ciò che di quel corpo è rimasto, e a giudicare dal boom di prenotazioni si direbbe che «tutto il mondo venga dietro» ai resti mortali di Francesco, esposti alla venerazione nella Basilica inferiore di Assisi per la prima ostensione pubblica – aperta domenica 22 febbraio per concludersi il 22 marzo – nell’anno che celebra l'VIII centenario della morte. «E tutto ciò, direbbe qualcuno, solo per vedere un mucchietto d’ossa. Vero! Ma è altrettanto vero che quel mucchietto d’ossa ci rimanda a un’esperienza di vita cristiana che da otto secoli non cessa d’affascinare uomini e donne d’ogni condizione e latitudine geografica», commenta su Vatican News mons. Felice Accrocca, vescovo eletto di Assisi (prenderà possesso della diocesi umbra il 25 marzo), ma anche, dato non secondario, storico e docente, autore di numerosi studi sul francescanesimo.
Perennemente malandato, vuoi per natura, vuoi per la prigionia giovanile durante la guerra tra Perugia e Assisi, vuoi in seguito per l’intreccio di malattie e penitenze, Francesco negli ultimi tempi dovette chiedere perdono a “frate corpo” cui non aveva risparmiato nulla (nemmeno “frate focu” per un doloroso quanto inutile intervento di cauterizzazione). Nemmeno il Signore, com’è noto, gli aveva risparmiato alcunché, imprimendogli fisicamente le sue stesse piaghe. Francesco è il primo stigmatizzato della storia e insieme alle ferite ricevette anche i chiodi, «le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta», scrive Tommaso da Celano nella Vita prima, menzionando altresì l’«ampia cicatrice» sul fianco destro «trafitto come da un colpo di lancia», che «spesso sanguinava bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande».
Eppure quel fisico mediocre, se non proprio brutto e pure trascurato, era reliquia sin da vivo. Ancora prima di morire il suo era già Un corpo conteso: è l’eloquente titolo del saggio di mons. Accrocca (Un corpo conteso. Gli ultimi giorni di Francesco d’Assisi, Ed. Porziuncola, Assisi 2025), che ripercorre il dispiegamento di forze, anche militari, degli assisani per assicurarsi che Francesco morisse in città affinché non fossero altri ad accaparrarsene le spoglie mortali – men che meno gli eterni nemici perugini! Così negli ultimi sei mesi, quando il malato aveva rischiato di lasciare questo mondo a Siena o a Bagnara, il ritorno ad Assisi suscitò corale esultanza «poiché tutto il popolo sperava che il santo di Dio finisse i suoi giorni tra le mura della sua città», racconta Tommaso da Celano. Ma neanche lì lo lasciarono tranquillo, scortato nel palazzo vescovile e diffidando pure dei frati finché non fu condotto a morire alla Porziuncola. E una sola persona avrebbe potuto prendere quest'ultima decisione, osserva mons. Accrocca, ovvero Francesco stesso, che anche da moribondo sapeva farsi rispettare.
La seconda parte della storia di quel «corpo conteso» inizia la sera del 3 ottobre 1226, dal momento in cui Francesco si addormentò nel Signore. Non lo seppellirono alla Porziuncola, troppo esposta al rischio di trafugamento da parte – neanche a dirlo – dei perugini «a motivo dei prodigi che per mezzo di lui, (...) Iddio si era degnato di operare», ci informa Giordano da Giano, bensì «presso le mura di Assisi, nella chiesa di S.Giorgio» (dove ora sorge la basilica dedicata a santa Chiara). Sepoltura provvisoria e non in cattedrale, dove sarebbe rimasto un patrono “qualsiasi”: per quel sacro corpo ci voleva un apposito reliquiario, la grande basilica avviata nel 1228, anno della canonizzazione “lampo” del Poverello, che vi fu deposto nel 1230. Quella sepoltura definitiva avvenne in gran segreto, allontanando i frati e persino i legati papali, affinché nessuno conoscesse il punto esatto, rimasto ignoto fino agli scavi condotti nel 1818 sotto il generalato di padre Giuseppe De Bonis. Quasi sei secoli di inaccessibilità che alimentarono leggende sullo stato di conservazione del corpo, che alcuni avrebbero visto incorrotto e bello, dormiente o in piedi, e secondo altri addirittura risorto.
Una vicenda singolare persino in quel Medioevo “famelico” di reliquie, ma che sarebbe riduttivo liquidare come pura superstizione o profano orgoglio cittadino. Al netto degli eccessi e persino dei furti, la sostanza è un filo rosso che lega l’ansia degli assisani del Duecento perché Francesco restasse in città anche (soprattutto!) da morto e il pellegrinaggio che in questi giorni conduce i credenti del XXI secolo a venerarne le ossa. Ed è il filo rosso dell’incarnazione, senza la quale si rischia di travisare il francescanesimo e il cristianesimo stesso. Se Dio ha creato e persino assunto la nostra carne, i resti mortali di un santo hanno veicolato i mirabilia Dei, per loro mezzo Dio «ha compiuto meraviglie» (Sal 98,1). Non mero involucro di “pure” anime, dunque, ma carne e ossa “contaminati” dalla santità e destinati anch’essi alla risurrezione, alla fine dei tempi.
Al Creatore non ripugna la materia che lui stesso ha creato e santificato. Quei segni e gesti risultano semmai sgraditi a una spiritualità disincarnata, e in fin dei conti componibile a piacimento, che riduce il Vangelo a florilegio di buoni sentimenti o a manuale di riforme sociali. L’emorroissa desiderava la guarigione – e la ottenne! – toccando un lembo del mantello di Cristo, in maniera non dissimile a chi nei secoli si è accostato alle reliquie dei santi, scorgendovi, più o meno consapevolmente, un “lembo” non solo del mantello ma di Cristo stesso. Il cristianesimo è anche, si passi l’espressione, fede visiva e tattile, che annuncia «quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (1Gv 1,1), che si fa addirittura cibo nel Sacramento dell’Eucaristia e si lascia vedere e toccare anche nelle tracce materiali lasciate da una vita santa.

