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L’avventura di un miope: i veri occhiali sono l’amore

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Abbiamo bisogno di essere amati: solo nell’esperienza di essere amati poi possiamo davvero amare e capire la nostra vocazione. Amilcare, protagonista de “L’avventura di un miope”, ha bisogno di essere chiamato, pro-vocato.

Cultura 13_11_2023

Il delirio di autonomia dell’uomo contemporaneo impedisce alla radice la possibilità di conoscere davvero la realtà e l’uomo stesso. Quando si è amati e si ama, invece, tutto diventa esperienza in quell’ambito (Romano Guardini). «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», ma per addomesticare occorre tempo (A. de Saint Exupery, Il piccolo principe).

Amilcare Carruga, protagonista de L’avventura di un miope (da Gli amori difficili), sta perdendo gradualmente gusto per la vita, malgrado non gli manchi nulla. Ha le risorse economiche e ha dinanzi a sé ancora gran parte della vita: eppure non gli interessa più guardare le donne, visitare città nuove, andare al cinema. Che cosa gli è accaduto? Non lo comprende subito. Ad un certo punto capisce: la colpa non è della realtà, ma è sua, perché è diventato miope.

Quando inizia a portare gli occhiali prescritti dall’oculista recupera immediatamente l’interesse per la realtà. «Guardare» diventa «un divertimento, uno spettacolo; non il guardare una cosa o l’altra: guardare». Amilcare vede così tanti particolari e dettagli che ha l’impressione quasi di possedere le cose e le persone. La notte diviene il momento più interessante della giornata, perché è un’oscurità in cui lui non è mai stanco di scavare. Le stesse luci delle stelle gli appaiono ora come «trafitture acutissime di luce che aprivano attorno a sé infinite lontananze». Con l’uso degli occhiali non è solo la realtà che cambia ai suoi occhi, ma il suo stesso modo di essere: ora si sente «uno con gli occhiali», una delle prime definizioni che le persone che non ti conoscono ti attribuiscono per identificarti. Amilcare diviene un po’ filosofo, proprio come Vitangelo Moscarda del pirandelliano Uno, nessuno e centomila che è messo in discussione in tutte le sue certezze dalle considerazioni della moglie relative al suo naso che pende da una parte. Allo stesso modo Amilcare inizia a sospettare che non cambierebbe nulla nel mondo se lui non ci fosse.

Si accorge che non è felice. Quegli occhiali lo fanno sembrare «uno con gli occhiali». Amilcare inizia ad odiarli fin quando non gli cascano e si rompono. Ne compra un paio del tutto differente, dalla montatura nera e così appariscente da nascondergli gran parte dei lineamenti del viso. Amilcare è preso da una sorta di disamore per tutto. La sua città natale, V., ora gli appare di nuovo con gli occhi di quando era ragazzo: gli appaiono un’infinità di dettagli in una città che è molto aumentata di popolazione.

Un giorno incontra Corrado Strazza, suo compagno di scuola, che non lo riconosce. Neppure il professor Cavanna lo riconosce. Perfino Isa Maria Bietti, la ragazza che amava un tempo, non lo riconosce. Ben presto Amilcare comprende che nessuno l’avrebbe riconosciuto. Quegli stessi occhiali, che gli permettono di vedere il resto del mondo, lo rendono invisibile. Amilcare, però, se n’è andato da V. per Isa Maria Bietti e ora sta facendo ritorno alla città natale solo per lei. Ma lei non l’ha riconosciuto, mentre lui, incontrandola, preso da una forte emozione, non ha notato nulla di lei (se sia ingrassata, cambiata), se non che è Isa Maria Bietti.

Amilcare si toglie quegli occhiali neri: il mondo torna ad essere una nuvola insapore e Amilcare non riconosce più nessuno. I passanti ora sì lo riconoscono e lo salutano. Si ricordano di lui. Amilcare volge in giro gli occhi per rintracciare l’amata. Se quella donna l’ha salutato e lui ha risposto con distacco, allora tutti quegli anni sono stati inutili.

Amilcare continua a camminare per una strada dove si estende l’altra parte della città nell’oscurità della notte. Continua a mettersi e a togliersi gli occhiali. Forse l’esaltazione che ha provato per quegli occhiali è stata l’ultima della sua vita. Ora è tutto finito. Si siede su una panchina in quella parte solitaria della città. Di cosa ha davvero bisogno Amilcare? Di essere riconosciuto nella sua unicità, di essere chiamato per nome lungo le strade della città (che rappresentano i sentieri della vita), di essere amato. Amilcare non può amare se non fa prima l’esperienza di essere amato. Se n’è andato dalla città proprio per quella ragione: la vita ha perso per lui nel tempo ogni colore, ogni fascino, perché è l’amore che dipinge ogni esperienza, che dà il colore ai disegni.

Crede di poter ridare colore alla vita con altri strumenti, con occhiali che risolvano la sua miopia, che gli permettano di vedere ogni particolare della realtà e di scoprire quello che prima non vedeva. Amilcare potrebbe persino rappresentare l’uomo che confida solo nella tecnologia, nella scienza, nello sforzo e nella volontà umana per conoscere e migliorare la propria prospettiva sulla vita. Ma «le magnifiche sorti e progressive» di leopardiana memoria non rispondono alle domande del cuore dell’uomo, al profondo bisogno di essere amato e di essere salvato, perché l’uomo non può darsi la felicità da solo (come direbbe Leopardi).

Abbiamo bisogno di essere amati: solo nell’esperienza di essere amati poi possiamo davvero amare. Prima dobbiamo riconoscere che siamo stati amati, dobbiamo sentire il debito di gratitudine, il nostro viso deve traboccare di letizia per la grazia che siamo amati e da questa gratitudine e letizia può nascere (solo allora) l’amore vero.

Amilcare ha bisogno di essere chiamato per nome, proprio come Dante nella Commedia ove compare il nome del poeta solo quando lui incontra Beatrice nell’Eden sulla sommità del Purgatorio e lei, solo lei in tutto il percorso nell’Aldilà, lo apostrofa con il suo nome: «Dante, perché Virgilio se ne vada,/ non pianger anco, non pianger ancora;/ ché pianger ti conven per altra spada». Solo nell’incontro con qualcuno che ci abbraccia così come siamo (nel caso di Amilcare senza gli occhiali che gli permettono di vedere, ma che lo rendono irriconoscibile), possiamo anche noi abbracciarci e così conoscerci.

Nel Perceval di Chretien de Troyes il nome del protagonista ci viene svelato tardi nel poema (al verso 3575), dopo che ha compreso la sua vocazione grazie all’incontro nel bosco con un cavaliere dall’armatura baluginante; in seguito, apprenderà il suo mestiere attraverso l’educazione di un maestro alla corte di Re Artù.

La vera conoscenza avviene solo in un rapporto affettivo. In una lettera, indirizzata al fratello Theo, Vincent van Gogh scrive che il legame affettivo libera dalla prigionia e dalla percezione di tetra oscurità in cui rinchiude la solitudine. La comunione dei sentimenti e la simpatia umana sono fattori liberanti.

Amilcare ha bisogno di essere chiamato, pro-vocato. La responsabilità è la risposta a qualcuno che ti chiama, ad un aspetto della realtà che ti sollecita, un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita dal proprio ego, l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Ogni uomo non deriva da sé, ma da qualcuno che l’ha voluto. La prima esperienza che fa l’uomo è quella di essere amato. Solo dall’esperienza di essere amato l’uomo può, a sua volta, imparare ad amare. La verifica della corrispondenza tra l’amore e la nostra letizia è indispensabile per comprendere la natura umana e la sua dinamicità. La legge fondamentale dell’animo è l’amore.



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