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la proposta

L'abate di Solesmes sogna l'unità decapitando il rito antico

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L'ordo tridentino, sacrificando il resto, nel messale paolino. La "pace ingiusta" auspicata da dom Geoffrey Kemlin promette più tensioni che soluzioni ai conflitti liturgici che intende risolvere. L'unico risultato garantito sarebbe quello voluto da Traditionis custodes: cancellare la liturgia tradizionale, per di più col pretesto di salvarne un pezzo. 

Ecclesia 26_03_2026

Una nuova proposta di “pace liturgica” si alza dalla culla del Movimento liturgico del Novecento: l’abbazia benedettina di Saint-Pierre di Solesmes. Dom Geoffrey Kemlin, Abate e Presidente della Confederazione benedettina di Solesmes, ha rivelato, in una recente intervista, di aver scritto una lettera a papa Leone XIV, il 12 novembre 2025, per proporre al Santo Padre una via per il ristabilimento dell’unità liturgica.

Dom Kemlin esordisce esprimendo la sua sofferenza per la divisione liturgica e per le tensioni che questa spesso comporta, avvertita negli anni dopo la riforma liturgica anche all’interno della stessa Confederazione, soprattutto per la scelta dell’abbazia di Fontgombault, approvata dalla Santa Sede, di conservare i libri liturgici anteriori. L’Abate di Solesmes, che fu accolto nella vita monastica proprio a Fontgombault, per poi chiedere di essere trasferito dove ora è abate, non nasconde le iniziali tensioni all’interno della Confederazione; tensioni che però, con il tempo, si sono stemperate grazie al sincero sforzo reciproco di conoscere e rispettare le diverse tradizioni liturgiche.
Questo confronto fraterno ha potuto far maturare in dom Kemlin la convinzione che la maggior parte delle persone legate al rito antico non lo fanno con spirito polemico, ma perché trovano in questo rito un nutrimento che non trovano nel rito riformato: «Santissimo Padre, spesso si afferma che le persone legate al rito antico strumentalizzano la Messa, e se ne servono come uno stendardo identitario. Se tali comportamenti di fatto esistono, non appartengono alla maggioranza. In quanto ardente difensore del messale di Paolo VI, non posso far altro che testimoniare come la maggior parte delle persone legate al rito antico lo sono perché vivono un’esperienza spirituale forte e autentica, che non riescono a vivere con il nuovo messale».

Un riconoscimento onesto ed ammirevole, che ha il coraggio di prendere le distanze da tante caricature unilaterali – talvolta provenienti anche da chi ricopre ruoli di responsabilità nelle diocesi e nella Curia romana –, che ristabilisce la verità delle cose e che precede una seconda ammiissione non meno altrettanto importante: «In effetti, è incontestabile che i due Ordo (san Paolo VI e san Pio V) presentano notevoli differenze di “unzione” liturgica, del modo di entrare nella preghiera, e sottintendono due antropologie diverse. Per questo non credo che si potrà giungere a far aderire liberamente al Novus Ordo le persone legate al Vetus».

Quale strada percorrere, allora? È su questo aspetto che, ad avviso di chi scrive, iniziano i problemi della lettera di dom Kemlin. Egli suggerisce di inserire nel Missale Romanum l’antico Ordo Missæ, ossia la parte invariabile della Messa, senza apportare modifiche al nuovo, in modo da avere un unico messale con due Ordo. A quello antico si potrebbe apportare qualche modifica, così da permettere, a chi lo desidera, l’utilizzo della lingua vernacola e di quattro Preghiere eucaristiche, anziché del solo canone romano. «Ciò permetterà di ristabilire l’unità liturgica, poiché tutta la Chiesa latina utilizzerà l’unico Missale Romanum, con un unico calendario». L’Abate di Solesmes ritiene che questa soluzione potrebbe far contenti i fedeli legati al rito antico, li aprirebbe ai «contributi incontestati» della riforma (fondamentalmente, le nuove orazioni e i prefazi, le nuove preghiere eucaristiche, il nuovo Lezionario), mentre non vi sarebbero novità per i fedeli legati al rito nuovo.

Ma vi è più di un dubbio che questa soluzione porti ad una pacificazione. Perché il rito antico non è solo l’Ordo, ma quell’intreccio armonico, sebbene sempre perfettibile, di tutte le diverse dimensioni che compongono un rito liturgico. Per quanto riguarda la sola Messa, non si può non notare come antifone, letture e orazioni, soprattutto la colletta, si richiamano e si completano reciprocamente, creando l’habitat caratteristico di questo rito, che, seguendo la proposta dell’Abate, verrebbe inesorabilmente alterato e smembrato. Per non parlare del problema legato al calendario liturgico: il Proprio delle Quattro Tempora, il tempo di Settuagesima, l’Ottava di Pentecoste sparirebbero definitivamente. A ben vedere, la soluzione di dom Kemlin, seppur suscitata da nobile intento, finirebbe per produrre quell’effetto devastante che nemmeno Traditionis Custodes è riuscito a raggiungere, ossia la sparizione del rito antico. Perché l’Ordo non è il rito: è solo una piccola parte di esso; l’inserzione del semplice Ordo antico nell’unico Missale romanum, come soluzione finale del problema della divisione liturgica, comporterà necessariamente la sparizione di tutti gli altri aspetti del Proprio e del calendario liturgico che sono parte costitutiva del Messale di rito antico e che non si trovano nel Novus. L’unità si raggiungerebbe alla fine per estinzione del rito antico come rito; e nessun fedele legato a questo rito, a partire da chi scrive, è disposto a pagare questo prezzo.

Sorprende che questo approccio venga proprio dall’Abate che sta portando avanti la causa di beatificazione di dom Prosper Guèranger; perché egli dovrebbe essere il primo a sapere che la liturgia della Chiesa è qualcosa di vivente, che nel tempo cresce, si sviluppa, fa cadere alcune foglie e fa sbocciare nuovi fiori; ma questo avviene in modo lento, naturale, organico, come un organismo vivente, appunto; la proposta di dom Kemlin, al contrario, tratta la liturgia come un cadavere da dissezionare, dal quale prendere parti di organi e tessuti, e che lascia dietro di sé una carcassa di cui disfarsi. Se egli ha veramente compreso che cosa lega un fedele al proprio rito liturgico, allora non si capisce come possa pensare che si accetti il sacrificio di tutto il Proprio della Messa.
«Pur ammettendo che le forme non provengono immediatamente da Dio, tuttavia il lungo uso le ha rese divine per noi; poiché lo spirito della religione le ha talmente penetrate e animate che, per la stragrande maggioranza della gente, distruggerle significa sconvolgere e dissociare lo stesso principio religioso» (J. H. Newman, Sulle cerimonie della Chiesa). È un corpo vivo, animato dallo «spirito della religione» che si andrebbe a smembrare! «I riti e le ordinanze della Chiesa sono la forma esteriore con cui la religione da secoli viene presentata al mondo»; per questa ragione, questi riti «dopo un lungo uso non possono cadere in disuso senza detrimento per le nostre anime», conclude lo stesso Newman.

Bisogna resistere alla tentazione del pragmatismo, che non è meno pericoloso della tentazione di fare della liturgia il campo di applicazione di scoperte archeologiche… Qualsiasi tentativo di raggiungere una “pace liturgica” dev’essere rispettoso della natura della liturgia e delle anime che diventano in qualche modo un tutt’uno con quella specifica lex orandi.
Una buona soluzione potrebbe trovarsi allora nell’accogliere le richieste del cardinale Brandmüller da una parte (vedi qui) e quelle di p. de Blignières dall’altra (qui).

La prima, chiamando ad una tregua che permetta un sereno e attento studio di Sacrosanctum Concilium e dei dibattiti sulla liturgia durante l’assise conciliare, permetterà di ripartire da quello che effettivamente l’ultimo concilio ha inteso come “riforma liturgica”, distinguendolo eventualmente da alcune delle riforme successive, come dalle “vulgate” che continuano erroneamente a diffondersi e che costituiscono come il terreno fertile degli abusi liturgici. La seconda, con l’erezione di un ordinariato, permetterà al rito antico una presenza solida e più stabile nella Chiesa, ed ai fedeli legati a questo rito una maggiore agevolazione nel poter accedere all’intera vita sacramentale caratteristica di questo rito. La pacifica convivenza dei due riti e il sereno approfondimento degli effettivi intenti del Vaticano II, che in questo modo si potranno raggiungere, non apporteranno alcun intervento drastico, ma contribuiranno ad una ulteriore maturazione della liturgia, che, come ogni corpo vivo, saprà poi, a tempo opportuno, rigettare quanto non le è conforme e custodire quanto le è confacente.



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