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RECORD DI ESECUZIONI

La pena di morte in Iran è un'altra priorità, dopo Hormuz e il nucleare

Nel silenzio delle carceri dell’Iran sono state condotte 657 esecuzioni capitali dall’inizio dell’anno. E tutto ciò avviene dopo l'annus horribilis della pena capitale in Iran. Il rapporto delle Ong IhrNgo ed Ecpm documenta 1639 esecuzioni capitali.

Esteri 15_04_2026
Protesta a Parigi contro la pena di morte in Iran (AP)

Le bombe fanno rumore e dunque fanno anche notizia, le impiccagioni no. Nel silenzio delle carceri dell’Iran sono state condotte 657 esecuzioni capitali dall’inizio dell’anno fino alla fine di marzo. Un record imbattuto, che rischia di superare addirittura le sentenza capitali eseguite nel corso del 2025, il peggior anno per la pena di morte in Iran dal 1989. Lo documenta e lo denuncia la coalizione di Ong iraniane in esilio, Iran Human Rights Ngo, IhrNgo, con sede in Norvegia, ed Ecpm (“Assieme contro la pena di morte”) che lunedì 13 aprile ha pubblicato il suo ultimo rapporto. È un appello alla diplomazia americana e internazionale perché non dimentichi il capitolo “diritti umani”, assieme alle priorità dello stretto di Hormuz e del programma nucleare.

Nel rapporto di IhrNgo sono specificate le sentenze capitali eseguite in Iran, classificate per vari parametri: sesso ed etnia del condannato, tipo di processo, sentenza, tipo di esecuzione e altro. In totale sono state eseguite 1639 condanne a morte, una crescita del 68% rispetto all’anno precedente. La maggioranza degli impiccati è stata giudicata colpevole di reati legati alla droga, il 48,5% dei casi. Il secondo reato più punito è l’omicidio: il 45,6% dei casi. Poi 37 impiccati per stupro. E infine 57 per condanne politiche: “nemici di Dio”, “corrotti sulla terra” e insorti. Fra questi figurano 13 condannati per spionaggio e gli altri erano prigionieri politici e di coscienza.

Le percentuali elevate delle condanne a morte per reati di spaccio e consumo di droga fanno pensare a un’operazione di pulizia morale del paese. Ma è qui che si cela una strategia del terrore. Raphaël Chenuil-Hazan, direttore di Ecpm, commenta: «La pena di morte in Iran è usata come strumento politico di oppressione e repressione, e le minoranze etniche e i gruppi emarginati sono sproporzionatamente rappresentati tra i condannati. Solo nel 2025, almeno 795 persone sono state giustiziate per reati legati alla droga, molte delle quali condannate dai Tribunali Rivoluzionari dopo processi gravemente ingiusti. Nonostante questo aumento senza precedenti, l'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine (Unodc) non ha mostrato una reazione forte. Esecuzioni su larga scala per reati legati alla droga possono costituire crimini contro l'umanità, e l'Unodc deve assicurarsi che la sua cooperazione non contribuisca a questi crimini e deve fare tutto il possibile per prevenirli».

Fra i condannati a morte vi sono anche 48 donne, un aumento di oltre il 50% rispetto al 2024 e il numero più alto da 20 anni a questa parte. Può essere letto come una chiara intimidazione, soprattutto dopo le proteste contro il velo islamico del 2022. Ci sono anche 88 cittadini stranieri fra gli impiccati, di cui 84 afgani, 3 iracheni e uno di nazionalità tuttora ignota.

Il rapporto lancia un allarme e un appello: «Il futuro della Repubblica Islamica rimane incerto. Non gode di legittimità presso la stragrande maggioranza della popolazione iraniana ed è più debole che mai nella sua storia. Se dovesse sopravvivere all'attuale crisi, sussiste il serio rischio che le esecuzioni vengano utilizzate in modo ancora più esteso come strumento di oppressione e repressione. La comunità internazionale deve pertanto fare dell'abolizione o della limitazione del loro utilizzo ai crimini più gravi una richiesta centrale in qualsiasi dialogo o negoziato con le autorità iraniane».

L’aumento delle sentenze capitali è già realtà. Appunto: 657 esecuzioni dall’inizio dell’anno. Fra questi spiccano alcuni casi politici eclatanti, come l’impiccagione del diciottenne Amir Hossein Hatami, arrestato durante le manifestazioni di gennaio. Hatami «è stato sottoposto a tortura e condannato sulla base di confessioni estorte in un processo gravemente iniquo dinanzi al Tribunale Rivoluzionario», ha dichiarato il direttore di IhrNgo, Mahmood Amiry-Moghaddam. Constatando che sono trascorsi solo 84 giorni tra il suo arresto e la sua esecuzione. Il 19 marzo, le autorità hanno giustiziato tre uomini accusati di aver ucciso agenti di polizia durante le proteste, tra cui il diciannovenne Saleh Mohammadi, un lottatore che aveva partecipato a competizioni internazionali. Nell’ultima settimana di marzo, sono stati impiccati altri quattro uomini condannati per ribellione a causa della loro appartenenza all'organizzazione fuorilegge dei Mojahedin del Popolo Iraniano.