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Ultimi tra gli ultimi

La Pasqua segreta dei cristiani Rohingya

Rifugiati in Bangladesh e in altri paesi asiatici, i cristiani Rohingya sono l’esigua minoranza di una etnia di fede islamica che male li tollera

 

Sono tanti nel mondo, anche quest’anno, i cristiani che per motivi di sicurezza dovranno celebrare la Pasqua di nascosto o almeno limitando cerimonie religiose e festeggiamenti. Il pensiero va ad esempio a quelli che vivono in Afghanistan, in Somalia, in Yemen, ormai ridotti a poche centinaia, e negli altri paesi in cui i livelli di persecuzione sono estremi. Uno di questi è il Myanmar dove essere cristiani è difficile non più soltanto perché nel paese a maggioranza buddista cristianesimo, islam e altre religioni sono percepite come straniere e come una minaccia all’unità nazionale. Nel 2021 i militari hanno preso il potere con un colpo di stato. Da allora si sono costituite delle milizie popolari antigovernative e nel combatterle la giunta militare non risparmia chiese, religiosi e fedeli. Molte chiese sono state bombardate, distrutte, date alle fiamme oppure occupate dalle truppe governative che vi si sono insediate costringendo i sacerdoti ad andarsene, a unirsi al crescente numero degli sfollati. Ancora più disperata è la situazione dei cristiani di etnia Rohingya. Sono più di un milione i Rohingya fuggiti nel vicino Bangladesh per sottrarsi alla persecuzione governativa. Per loro nel 2017 è stato allestito un campo profughi, Cox’s Bazar, il più grande del mondo, che ne ospita circa 900.000. I Rohingya sono musulmani, ad eccezione di una piccola minoranza convertita al cristianesimo. A Cox’s Bazar quelli cristiani sono solo circa 3.000, due terzi dei quali cercano di tenere nascosta la loro appartenenza religiosa per timore di subire abusi e violenze. I Rohingya musulmani infatti sono ostili nei loro confronti, nonostante la comune condizione di perseguitati e profughi. Tra i problemi che devono affrontare c’è persino la mancanza di un luogo per seppellire i morti perché i musulmani non permettono ai cristiani neanche di inumare i cadaveri nel loro cimitero. Sono vittime di discriminazioni, violenze, furti, atti vandalici, pressioni perché si convertano all’islam. Ultimi tra gli ultimi sono discriminati anche nell’accesso agli aiuti umanitari indispensabili per sopravvivere. Ma nonostante le minacce continuano a praticare la fede in segreto, in solitudine o in piccoli gruppi. I più fortunati possono contare sul conforto morale e materiale di alcuni pastori come Shorif David della Gate Church che da anni ne assiste poco più di 100. Sarebbe per loro un dono, in occasione delle principali festività cristiane, se si facessero pervenire loro dei messaggi di auguri e solidarietà per farli sentire meno soli.