La nuova Giuditta – Il testo del video
Tra le figure dell’Antico Testamento anticipatrici di Maria Santissima ci sono la profetessa e giudice Debora e l’eroina Giuditta, che salverà il suo popolo tagliando la testa a Oloferne, avendo un elemento fondamentale alla base del suo piano: la preghiera.
Oggi vediamo come la figura di Maria Santissima viene anticipata nell’Antico Testamento da alcune donne. Fin qui, come donna anticipatrice di Maria, abbiamo visto Eva; come uomo, abbiamo visto Abramo; poi abbiamo visto degli oggetti, pensiamo all’Arca dell’Alleanza (vedi qui e qui). Ma nell’Antico Testamento ci sono moltissime donne, ognuna delle quali riesce in qualche modo a tratteggiare un aspetto di Maria Santissima e della sua chiamata, della sua missione a cooperare all’opera della Redenzione; qualche volta anche per contrasto, come avremo modo di vedere.
Oggi mi voglio soffermare su quelle donne che anticipano quel “tratto battagliero”, guerriero di Maria Santissima, praticamente quelle donne che sottolineano, attraverso le loro vicende, la famosa profezia di Genesi 3, in particolare la missione affidata alla donna di schiacciare la testa al serpente, di riportare la vittoria sul maligno, che ritroviamo non casualmente nel primo libro della Bibbia, ma anche nell’ultimo, nel libro dell’Apocalisse, in questo scontro tra la donna e il drago. È come se la Rivelazione, le Sacre Scritture fossero all’interno di questi confini di una donna che schiaccia la testa del serpente, lotta contro il drago e ottiene vittoria: è una donna che non è mai sola in questa sua lotta, ma è sempre la donna con la sua stirpe, la donna con il bambino, come l’iconografia tradizionale la rappresenta. Sono piuttosto rare le rappresentazioni di Maria Santissima senza il Figlio.
Una prima breve figura mariana di questo tipo, una donna battagliera, guerriera, che anticipa questa missione di Maria, è senza dubbio Debora, figura che troviamo nel libro dei Giudici. Abbiamo presentato il libro dei Giudici la scorsa volta, quando abbiamo parlato del vello di Gedeone. Inquadriamo il contesto narrato nei capitoli 4 e 5 e che riguarda la profetessa, il giudice Debora. Come avevamo accennato la scorsa volta, anche in questo frangente siamo in un contesto di tradimento, di idolatria da parte del popolo di Dio. Molto sinteticamente, l’inizio del cap. 4 ci dice: «Eud era morto e gli Israeliti tornarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore. Il Signore li mise nelle mani di Iabin re di Canaan» (Gdc 4, 1-2).
Troviamo questo impianto sostanziale nell’AT e non solo nell’AT: Israele compie ciò che è male agli occhi del Signore, e il Signore permette che Israele sperimenti la mano pesante di questa sua scelta di volgere le spalle al suo unico Sposo, al suo Re, al suo Dio. Stavolta troviamo i Cananei che mettono a rischio l’esistenza stessa del popolo di Israele. E in questo contesto di oppressione, Israele è guidato da una guida incapace, Samgar, e da un generale, Barak, piuttosto pavido. In questo contesto, dove il nemico aumenta la sua virulenza, il suo odio, la sua voglia di annientare Israele, mentre dall’altra parte c’è una incapacità di difendersi, Dio, Jahvè, che è fedele al suo patto, interviene in un modo particolare, suscitando una donna, una figura che sorprende perché non è la donna ad essere chiamata solitamente a guidare un esercito in battaglia.
Come dice il cap. 5, con il cantico di Debora: «Ai giorni di Samgar, figlio di Anat, ai giorni di Giaele, erano deserte le strade e i viandanti deviavano su sentieri tortuosi. Era cessata ogni autorità di governo, era cessata in Israele, fin quando sorsi io, Debora, fin quando sorsi come madre in Israele. Si preferivano divinità straniere e allora la guerra fu alle porte, ma scudo non si vedeva né lancia né quarantamila in Israele» (Gdc 5, 6-8). È un contesto di idolatria e di guerra alle porte, e qui sorge Debora «come madre in Israele», che si fa carico delle sorti del suo popolo. Nel cap. 4 troviamo descritta succintamente la storia, vi leggiamo un dialogo tra Barak e Debora. Barak dice: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò». Risponde Debora: «Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini; ma il Signore metterà Sisara nelle mani di una donna». Il concetto chiave, su cui si basa il parallelo tra Debora e la Madonna, è il fatto che Dio mette Sisara, il capo delle forze nemiche, dei Cananei, nelle mani di una donna: non sarà di Barak la gloria, ma egli stesso dovrà riconoscere che è attraverso una donna che Dio ha decretato di sconfiggere il male, il nemico, rappresentato in questo caso dai Cananei, cosa che poi effettivamente avviene.
Potete leggere il resto del cap. 4 e il Cantico, molto bello, di Debora; troverete moltissime luci e intuizioni che permettono di cogliere meglio non solo il ruolo di Maria Santissima, ma anche questa decisione di Dio di mettere il capo dei nemici nelle mani di una donna, rovesciando così l’ordine umano ed entrando in quella logica che san Paolo (1Cor 1, 25) descrive quando parla della “stoltezza” di Dio che è più sapiente della sapienza degli uomini. Cioè, la “stoltezza” di Dio si rivela precisamente nello scegliere lo strumento che agli occhi umani appare più debole: eppure il capo dei nemici viene messo nelle sue mani, a indicare questo rovesciamento che Debora compie e canta nel suo cantico, come Maria Santissima compie e canta nel suo cantico, che è il Magnificat, che è per eccellenza il cantico del rovesciamento delle sorti dell’umile che viene esaltato e del grande potente che viene umiliato.
La storia di Debora ci ricorda anche una vicenda storica molto simile che è capitata in tempi più vicini a noi, in epoca cristiana: pensiamo a santa Giovanna d’Arco. Qui abbiamo anche una giovane donna a capo di un esercito. Ma non è necessario essere a capo di un esercito materiale, perché Maria Santissima è in realtà a capo delle schiere celesti: la sua immensa santità, la sua divina maternità, la sua totale dedizione a Cristo e all’opera della Redenzione hanno fatto sì che Dio le mettesse in mano il suo nemico, così che la vittoria venisse per mano di donna.
Vediamo adesso invece il contesto del libro di Giuditta, di quest’altra maestosa figura e anticipazione della Madonna. Andiamo direttamente al cap. 5, dove nell’accampamento di Oloferne, che è il comandante dell’esercito assiro, si decide lo sterminio di Israele. E per prendere informazioni sul nemico viene chiamato un certo Achior, condottiero degli Ammoniti, il quale racconta qual è il punto di forza di Israele e qual è il punto debole. È curioso quello che dice, perché egli ricorda le imprese che Dio ha compiuto per Israele e dà questo principio: «Se vi è qualche aberrazione in questo popolo perché ha peccato contro il suo Dio, se cioè ci accorgiamo che c'è in mezzo a loro questo inciampo, avanziamo e diamo loro battaglia. Se invece non c'è alcuna trasgressione nella loro gente, il mio signore passi oltre, perché il Signore, che è il loro Dio, non si faccia loro scudo e noi diveniamo oggetto di scherno davanti a tutta la terra» (Gdt 5, 20-21). Cioè, Achior rivela qual è la forza di Israele e quale il suo punto debole: nella misura in cui Israele è fedele al suo Dio, Israele è invincibile perché Dio combatte per lui. Nel momento in cui c’è un inciampo, cioè un’infedeltà, il peccato contro Dio, invece, dice Achior, va mossa guerra a Israele perché in quel caso è vulnerabile. Un principio straordinario di vita cristiana, di vita personale, ma anche per la vita dei popoli, per la vita della Chiesa: quando c’è fedeltà a Dio, l’anima è una cittadella protetta da Dio stesso; e così è per la Chiesa e per una nazione. Quando questo non avviene, allora si diventa vulnerabili.
A queste parole di Achior, gli ufficiali dell’esercito e lo stesso Oloferne reagiscono facendosi beffe di lui e gli dicono in sostanza: di che cosa ci stai parlando? Tu stai mettendo questo Dio di Israele al di sopra della nostra forza, dei nostri eserciti, ma non c’è una forza superiore alla nostra, non c’è un Dio che possa sconfiggere la nostra potenza. E questo è il delirio sistematico che in ogni epoca della storia udiamo e vediamo in atto, quando gli uomini pensano di essere loro ad avere in mano le vicende del mondo e non tengono conto del criterio elementare che Achior, pur senza essere “pro Israele”, ha saputo raccontare sulla base della storia di Israele, cioè quello che egli ha imparato a conoscere della ancora breve storia di Israele.
Dunque, questo è il contesto: le truppe nemiche decidono di annientare Israele, pongono un assedio, il famoso assedio di Betulia, che troviamo descritto nel cap. 7. Qual è la strategia? Non di assalire la città, ma di occupare le sorgenti a cui la popolazione asserragliata all’interno della città si sarebbe potuta abbeverare, il che voleva dire sostanzialmente farli morire tutti di sete, senza neanche combattere una battaglia. In questo contesto noi troviamo il lamento di Israele. Il cap. 7 è il capitolo del lamento di Israele, che ormai si ritrova allo stremo delle forze, e se la prende con i suoi capi, implorandoli di arrendersi e consegnarli schiavi nelle mani di Oloferne. Questo tipo di reazione – la reazione di chi è stremato dalla prova e ha perso in qualche modo la sua fiducia in Dio – significa che noi rinunciamo alla nostra libertà di popolo scelto dal Signore, perché poi finire sotto Oloferne avrebbe significato perdere anche le proprie tradizioni, le tradizioni dei padri, avrebbe significato ritornare in qualche modo alla condizione in Egitto, sottomessi alla schiavitù da parte del faraone, senza la libertà di offrire il culto a Dio; ricordiamo che tutto l’Esodo parte precisamente per questo: Dio tramite Mosè e Aronne dice al faraone di far partire il suo popolo, perché lo serva nel deserto. Questo “servire nel deserto” è il termine che indica il servizio del culto.
E i capi di Israele cedono. Come dice Ozia nel cap. 7: «Coraggio, fratelli, resistiamo ancora cinque giorni e in questo tempo il Signore Dio nostro rivolgerà di nuovo la misericordia su di noi; non è possibile che egli ci abbandoni fino all'ultimo. Ma se proprio passeranno questi giorni e non ci arriverà alcun aiuto, farò secondo le vostre richieste». Dunque, c’è un tentativo di temporeggiare, con già però il segno di un cedimento. Ed è in questo contesto che Dio suscita Giuditta. Nel cap. 8 troviamo questa donna che rimbrotta gli anziani e i capi del popolo quando viene a sapere di questo loro discorso: «No, fratelli, non vogliate irritare il Signore nostro Dio. Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere da parte dei nostri nemici. E voi non pretendete di impegnare i piani del Signore Dio nostro, perché Dio non è come un uomo che gli si possan fare minacce e pressioni come ad uno degli uomini. Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido se a lui piacerà». C’è una reazione straordinaria di fede. La fede di Giuditta sorpassa quella del popolo e quella dei capi del popolo e degli anziani: a Dio non si mettono limiti, Dio non può essere piegato ai nostri piani, “se Dio fa così, bene, altrimenti noi faremo tutt’altro”.
Giuditta esorta quindi alla fiducia, alla fede e al rispetto della maestà divina, della sua infinita trascendenza: noi non possiamo imporre a Dio le nostre condizioni. Dunque, è una fiducia piena di umiltà, di adorazione verso l’unico e vero Dio. Questo è il contesto in cui si pone la vicenda di Giuditta. Ed è qui che Giuditta propone una soluzione, perché l’aiuto atteso non viene, il popolo soffre terribilmente la fame. E allora Giuditta dice: «Sentite, voglio compiere un'impresa che passerà di generazione in generazione ai figli del nostro popolo. Voi starete di guardia alla porta della città questa notte: io uscirò con la mia ancella ed entro quei giorni dopo i quali avete deciso di consegnare la città ai nostri nemici, il Signore per mia mano provvederà a Israele. Voi però non indagate sul mio piano: non vi dirò niente finché non sarà compiuto quel che voglio fare». Il piano è quello di entrare nel campo nemico come donna che in qualche modo si offre alle attenzioni di Oloferne e tagliargli il capo; cosa che poi avverrà. Questo dunque è il contesto nel quale ora andremo a vedere il piano di Giuditta e la sua realizzazione.
Spesso si dimentica che il vero piano di Giuditta lo troviamo al cap. 9: è la sua preghiera, la preghiera che eleva a Dio. Ed è interessante quello che leggiamo al versetto 1: «Allora Giuditta cadde con la faccia a terra, sparse cenere sul capo, mise allo scoperto il cilicio di cui era rivestita e, nell'ora in cui nel tempio di Dio a Gerusalemme veniva offerto l'incenso della sera, supplicò a gran voce il Signore». E poi inizia la preghiera. Attenzione a questo dettaglio: «nell'ora in cui nel tempio di Dio a Gerusalemme veniva offerto l'incenso della sera». I sacerdoti che officiavano al tempio dovevano offrire l’incenso la mattina e la sera. Non per nulla, nella tradizione cristiana i due cardini dell’Ufficio divino sono le Lodi e i Vespri. Ora, i Vespri sono caratterizzati da un cantico, il Magnificat. La preghiera di Giuditta ha delle connotazioni che richiamano il Magnificat e viene offerta nella stessa ora in cui la Chiesa offre il suo incenso, il suo cantico, che è poi il cantico di Maria Santissima, a indicare la stretta relazione tra la figura, Giuditta, e Maria, tra la preghiera di Giuditta e quella di Maria, che diviene la preghiera della Chiesa.
E questa preghiera è rivolta al «Signore, Dio del padre mio Simeone». È una preghiera che riconosce umilmente il peccato di Israele e la giustizia con cui Dio l’ha messo in quella situazione. E ricorda a Dio che «gli Assiri si sono esaltati nella loro potenza, vanno in superbia per i loro cavalli e i cavalieri, si vantano della forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde, e non sanno che tu sei il Signore, che stronchi le guerre. Signore è il tuo nome. Abbatti la loro forza con la tua potenza e rovescia la loro violenza con la tua ira» (Gdt 9, 7-8). C’è questa tensione tra la superbia, l’arroganza del nemico che confida in sé e il Dio di Israele che abbatte i superbi; è il Dio che smorza la guerra come strumento del superbo. «La tua forza, infatti, non sta nel numero, né sui forti si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati» (Gdt 9, 11). Abbiamo tutte le note che troveremo riassunte in modo mirabile nel Magnificat: l’arroganza dei superbi e il Dio degli umili che abbatte e rovescia la forza dei superbi. Sapete come sono andati i fatti.
Ci sono altri punti importanti di questo parallelo tra Giuditta e Maria, ad esempio quando Giuditta, a missione compiuta, torna con la testa di Oloferne. Torna e invita il popolo a lodare Dio. «Lodate Dio, lodatelo; lodate Dio, perché non ha allontanato la sua misericordia dalla casa d'Israele, ma in questa notte per mano mia ha colpito i nostri nemici» (Gdt 13, 14). Quindi mostra la testa di Oloferne e dice: «Dio l’ha colpito per mano di donna». Di nuovo vediamo quasi letteralmente quello che abbiamo visto nel libro dei Giudici, «Dio ha posto il nemico nelle mani di donna»; e qui abbiamo un’espressione simile, a manifestare questa strategia del Signore, quando il pericolo cresce, Dio risolve le sorti di Israele ponendo il nemico in mani di donna. È interessante. Ed è significativo quest’altro passaggio: «Tutto il popolo si stupì profondamente e tutti si chinarono ad adorare Dio, esclamando in coro: "Benedetto sei tu, nostro Dio, che hai annientato in questo giorno i nemici del tuo popolo". Ozia a sua volta le disse: "Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra, e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici. Davvero il coraggio che ti ha sostenuto non sarà dimenticato dagli uomini, che ricorderanno per sempre la potenza di Dio». Qui c’è un parallelo marcato, interessante, con il cap. 1 del Vangelo di Luca, sia quando Elisabetta saluta Maria come «benedetta tra le donne», sia quando Maria stessa dice nel Magnificat «tutte le generazioni mi chiameranno beata». Sono due versetti che indicano la gloria imperitura di Maria per aver salvato il suo popolo: sono delle risonanze molto strette, molto affini, che un occhio attento a questi richiami tra i testi biblici non può ignorare, non può sminuire.
È interessante anche il riferimento che troviamo nel cantico, molto bello, di Giuditta al cap. 16. Vediamo alcuni passaggi: «Disse che avrebbe bruciato il mio paese, stroncato i miei giovani con la spada e schiacciato al suolo i miei lattanti, che avrebbe preso in ostaggio i miei fanciulli, e rapito le mie vergini. Il Signore onnipotente li ha respinti con la mano di una donna!» (Gdt 16, 4-5). Vedete questa espressione che torna insistente per marcare questa strategia divina e l’onnipotenza; c’è il principio di san Paolo, cioè che la potenza di Dio si manifesta perfettamente nella piccolezza degli strumenti di cui Egli si serve per ottenere il trionfo e la vittoria (cf. 2Cor 12, 9). «Ti sia sottomessa ogni tua creatura: perché tu hai detto e tutte le cose furono fatte, hai mandato il tuo spirito e furono costruite, nessuno resisterà alla tua voce. I monti sulle loro basi sussulteranno insieme con le acque, davanti a te le rocce si scioglieranno come cera; ma a coloro che ti temono tu sarai sempre propizio. Poca cosa è per te ogni sacrificio di soave odore, e meno ancora ogni grasso offerto a te in olocausto; ma chi teme il Signore è sempre grande. Guai alle genti che insorgono contro il mio popolo: il Signore onnipotente li punirà nel giorno del giudizio, metterà fuoco e vermi nelle loro carni, e piangeranno nel tormento per sempre». Questo testo è una tessitura intensissima di testi che troviamo nel libro dei Salmi, nel libro di Ester, e c’è di nuovo questa idea importante dell’esaltazione di Dio e dello sciogliersi dei superbi come i monti, le rocce che si struggono come la cera, a indicare per l’ennesima volta la logica del Magnificat.
Ultimo riferimento importantissimo lo troviamo al cap. 15, dove il sommo sacerdote Ioachim e gli anziani di Israele rivolgono queste parole a Giuditta: «Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d'Israele, tu splendido onore della nostra gente» (Gdt 15, 9). È un passo che noi ritroviamo letteralmente nel magnifico componimento del IV secolo che è l’inno Tota Pulchra, dove c’è un passaggio che a un certo punto dice: «Tu gloria Ierusalem. Tu lætitia Israel. Tu honorificentia populi nostri». Un passaggio preso esattamente da qui. E quindi vedete che la Chiesa, nella sua liturgia, applica proprio questo parallelo Giuditta-Maria.
Dunque, ancora una volta questo lavoro di passaggio tra l’Antico e il Nuovo Testamento, incentrato sulla figura di Maria, ci permette di cogliere tantissimi aspetti della persona e della missione di Maria, che, se ci fermassimo solo al Nuovo Testamento, non coglieremmo; non perché, attenzione, nel NT non ci siano, ma perché il NT condensa in poche parole o nasconde, vela in poche frasi tutto un mondo che troviamo nell’AT; se noi non conosciamo l’AT, il testo del NT non ci risuonerebbe, non ci richiamerebbe tutti questi riferimenti. Eppure questa è la modalità con cui i cristiani, i Padri, hanno letto la Bibbia per secoli.
Quindi il mistero di Maria si illumina proprio nella misura in cui riusciamo a cogliere questa corrispondenza tra il NT e l’AT e i tipi che hanno annunciato e preparato Maria. Oggi abbiamo visto appunto queste figure di donne straordinarie che indicano quel ruolo, già anticipato da Genesi 3, e compiuto, messo davanti ai nostri occhi nel libro dell’Apocalisse, al cap. 12, quella missione di Maria di schiacciare il capo al serpente. Dunque, un ruolo particolare nella Redenzione e nello svolgersi dell’opera della Redenzione in tutta la storia fino alla venuta di Cristo.
La nuova Giuditta
Tra le figure dell’Antico Testamento anticipatrici di Maria Santissima ci sono la profetessa e giudice Debora e l’eroina Giuditta, che salverà il suo popolo tagliando la testa a Oloferne, avendo un elemento fondamentale alla base del suo piano: la preghiera.
Il vello di Gedeone – Il testo del video
Il libro dei Giudici riferisce l’episodio del doppio segno legato al vello di Gedeone, in cui sia la tradizione latina che quella orientale hanno visto una prefigurazione di Maria Santissima. Scopriamo quest’altro splendido parallelo.
Il roveto incombusto – Il testo del video
Nello spettacolo contemplato da Mosè sul Sinai, cioè il roveto che arde senza consumarsi, la Tradizione ha visto il segno di Maria Santissima e in particolare della sua verginità: dunque una prefigurazione della maternità divina. La rivelazione del nome di Dio.

