La cooperazione della Beata Vergine Maria nella redenzione
Per gentile concessione degli organizzatori pubblichiamo l'intervento svolto giovedì 8 ottobre dal cardinale Gerhard L. Müller al convegno internazionale De Maria numquam satis tenuto a Roma, presso l'Istituto Patristico Augustinianum.
1. La differenza fondamentale fra il concetto cattolico ed protestante della grazia divina e cooperazione umana
Uno dei più grandi teologi del XIX secolo e capofila della scuola cattolica di Tubinga fu Johann Adam Möhler (1796-1838). Nella sua opera principale, la «Symbolik» (1832), egli attribuì le numerose differenze dottrinali tra cattolici e protestanti all’antropologia cristiana. Si fa riferimento alla dottrina dell’immagine di Dio naturale e soprannaturale, al peccato originale, che corrompe totalmente la natura dell’uomo o la ferisce soltanto, e alla giustificazione del peccatore attraverso la grazia di Cristo, il Redentore (Symbolik, Introduzione 18). L’unità della cristianità occidentale si è frantumata sulla questione della giustificazione soggettiva del peccatore e del suo rapporto con l’opera oggettiva di redenzione di Gesù Cristo. La grande domanda è: il peccato di Adamo non ha forse causato oltre alla perdita della grazia soprannaturale per l’intero genere umano, anche la totale corruzione della natura umana, creata a immagine e somiglianza di Dio?
Alla prima parte della domanda cattolici e protestanti rispondono concordemente di sì. Abbiamo perso in Adamo la grazia soprannaturale, che ci rendeva simili a Dio interiormente nello spirito e nella volontà, e possiamo riacquistarla solo nella grazia di Cristo, unico Salvatore del mondo. Alla seconda parte della domanda i protestanti rispondono, secondo i loro testi confessionali, che nella natura umana non è rimasto nulla di buono e gradito a Dio. Nella sua natura totalmente corrotta, il peccatore non sarebbe nemmeno in grado di osservare i comandamenti della legge morale naturale (Rm 2, 15) né di riconoscere l’esistenza di Dio, almeno con la ragione, di ringraziarlo e di amarlo (Rm 1, 20). A causa del peccato di Adamo, la nostra volontà sarebbe totalmente malvagia e odierebbe Dio. E secondo la dottrina protestante, nemmeno la grazia redentrice è in grado di ripristinare, sanare ed elevare la naturale immagine di Dio nella creatura, se sulla base dell’unità divino-umana di Cristo si realizza nell’uomo un’unione nuziale tra natura e grazia. Secondo le affermazioni dei protestanti, solo confidando in Cristo sono giustificato nella fede. Cristo non mi tira fuori – per così dire – dalla fossa dei leoni, dove il peccato, il diavolo e la morte mi minacciano mortalmente, ma allontana semplicemente, di volta in volta, i leoni che mi attaccano. Finché vivo sulla terra, sono in costante lotta contro la mia natura contraria a Dio e ottengo certezza solo confidando costantemente, nell’atto di fede, esclusivamente in Cristo, affinché mi tenga lontano dal peccato, dal diavolo e dalla morte (simul iustus et peccator).
Il cattolico, invece, crede che la grazia della redenzione e della giustificazione non solo operi la divinizzazione soprannaturale, ma ripristini anche la natura dell’uomo con le sue facoltà spirituali e morali nella loro bontà originaria rendendo possibile l’amore per Dio sopra ogni cosa e l’amore per il prossimo come per sé stessi. L’inclinazione al peccato, che si oppone a Dio e al bene, la concupiscenza, non è più di per sé un peccato, ma solo la debolezza residua di una natura pienamente e completamente sanata. Il giustificato non pecca affatto, specialmente quando compie il bene (DH 1481). Il battezzato pecca solo, come afferma la fede cattolica, quando acconsente liberamente alla tentazione. Infatti, la tentazione non è assolutamente un peccato nell’uomo giustificato e rigenerato in Cristo. La propensione al peccato ci è stata lasciata affinché la combattiamo con l’aiuto della grazia e affinché, attraverso la preghiera, il digiuno, gli esercizi spirituali e le opere di carità, cresciamo nell’amore verso Dio e verso il prossimo, edifichiamo il Regno di Dio e così, per i nostri meriti nel compiere il bene in base alla volontà salvifica universale di Dio, siamo ricompensati con la vita eterna.
Ed è proprio in questo punto che si decide la verità della fede cattolica e si manifesta la sua peculiarità, che dobbiamo riconoscere, difendere e annunciare. Tra Dio e l’uomo non esiste alcun rapporto di rivalità. Già Ireneo di Lione lo affermò contro gli gnostici del suo tempo e di tutti i tempi: Dio non guadagna né perde nulla quando fa partecipare le creature personali al suo Essere infinito, al suo Spirito e alla sua bontà inesauribile. La grazia di Dio non diventa più grande quanto meno pensiamo dell’uomo. La sua Maestà non ci schiaccia nella polvere. Al contrario: il Figlio, nella consustanzialità con il Padre, assume la nostra bassezza e si fa simile a noi uomini fino alla morte sulla croce, per esaltarci nella sua persona a gloria di Dio Padre. La sua perfezione si manifesta nel fatto che egli ci crea senza di noi e ci redime dal peccato originale e dai peccati personali per pura grazia.
2. Il concetto cattolico della Collaborazione con la grazia
Dio non ci esclude dall’opera di redenzione, ma ci include, consentendoci di partecipare e di collaborare all’opera di redenzione e di perfezionamento dell’umanità nella comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito. La cooperazione dell’uomo con Dio costituisce, quindi, la più alta dignità che Dio possa comunicare all’uomo, poiché la natura creata e benedetta da Dio si realizza negli atti spirituali della conoscenza di Dio e si perfeziona nell’agire morale in libera causalità. Tommaso d’Aquino sintetizza questo concetto. Egli distingue il livello in cui Dio, per sua natura, agisce da solo e il modo in cui, sul piano della creazione, conferisce all’uomo la grazia della cooperazione, cosicché anche gli uomini possano essere con-causa della redenzione e della giustificazione dei peccatori, fungendo da seconde cause e mezzi della causa prima. Secondo la citazione da 1 Cor 3, 9: «Noi siamo collaboratori di Dio». Il Doctor angelicus afferma: «Ciò non deriva da una mancanza di potenza divina, ma dal fatto che Dio si avvale di cause medie per preservare la bellezza dell’ordine nelle cose e anche per comunicare alle creature la dignità della causalità — ut etiam creaturis dignitatem causalitatis communicet.» (S.th. I q. 23 a. 8 ad 2).
Dobbiamo comprendere che la cooperazione della creatura al piano salvifico di Dio è il culmine della nostra dignità umana. Ed è qui che risiede la differenza fondamentale tra la fede cattolica e il protestantesimo. San Tommaso scrive: «Neque hoc est propter defectum divinae virtutis: sed quia utitur causis mediis, ut ordinis pulchritudo servetur in rebus, et ut etiam creaturis dignitatem causalitatis communicet.» (S.th. I q. 23 a. 8 ad 3). - Ciò non è dovuto a una carenza di potere divino, ma al fatto che Egli si serve di cause intermedie affinché la bellezza dell’ordine sia preservata nelle cose e affinché Egli possa anche conferire alle creature la dignità della causalità.
3. La Mariologia come criterio della ortodossia cattolica
Proprio per questo la mariologia è il culmine dell’antropologia cattolica e il criterio dell’ortodossia cattolica, poiché l’intera redenzione dipende dal fatto che Dio abbia comunicato a Maria la dignitas causalitatis nell’attuazione della sua volontà salvifica universale. L’atto dell’Incarnazione è opera esclusiva di Dio, poiché il Figlio eterno del Padre ha assunto da Maria la natura umana e la fa sussistere nella sua persona divina. Infatti, la natura umana della Madre del Dio-Uomo non è un astratto filosofico, né un semplice organo di una mera generazione biologica, e nemmeno uno strumento passivo, bensì la natura spirituale di una persona libera. E per questo il suo «Fiat» non è solo l’obbediente esecuzione dell’ordine del superiore, come avviene nell’ambito militare. Piuttosto, Dio rivela la grandezza della sua grazia in un amore che non sopraffà, ma opera la salvezza, subordinandosi al libero consenso, al «consensus», della creatura. Dio ha condizionato l’attuazione della sua volontà salvifica nell’Incarnazione, nella Croce e nella Resurrezione di suo Figlio al libero consenso di una sola donna, affidandole così la salvezza di tutta l’umanità nel suo cuore verginale e materno. Se lei avesse negato il suo «Fiat», saremmo rimasti tutti perduti in eterno. Ma Dio non ha giocato d’azzardo, bensì ha scelto Maria dall’eternità affinché diventasse la Madre di suo Figlio. E per questo, fin dal primo istante del suo concepimento, è stata preservata anche dal peccato originale in vista della redenzione del mondo attraverso suo Figlio. Per questo il suo libero «sì» non è stato una scelta arbitraria tra due possibilità equivalenti, ma il compimento del suo amore purissimo, che la unisce in alleanza sponsale allo Spirito Santo, appunto come sposa.
All’annuncio dell’angelo, secondo cui sarebbe diventata la madre del Figlio di Dio, che sarebbe stato concepito nel suo grembo, in esso portato e da esso nato, ella rispose nella forza della grazia precedente e della sua libertà dalla colpa di Adamo: «Ecco, io sono la serva del Signore; si compia in me secondo la tua parola», (Lc 1, 38). Maria dichiara la propria disponibilità, nella libertà operata dalla grazia, a mettersi al servizio della volontà salvifica universale di Dio e a collaborare così alla sua realizzazione storica fino alla croce e alla risurrezione di Cristo. E lo stesso Spirito Santo, che ha operato l’incarnazione del Verbo nel suo corpo e nella sua volontà, e che nella sua effusione escatologica sui discepoli di Gesù fa di Maria la Vergine che riceve ogni grazia e la Madre dei credenti. Per questo Maria è in modo unico intrinsecamente e essenzialmente legata all’opera salvifica di Cristo. Attraverso la preservazione dal peccato originale in vista dei meriti del Mediatore tra Dio e gli uomini, che dal suo grembo e dal suo libero «sì» ha assunto la nostra natura umana, Maria rappresenta nella sua persona e in modo archetipico per tutta l’umanità redenta la nuova unità di grazia e natura. E la grazia non rimane estranea alla natura, ma la divinizza e ci mostra la bontà e la gloria dell’Uomo Nuovo in Cristo. Cristo, nella sua natura umana nata da Maria – che però è unita ipostaticamente alla sua divinità e rende quindi Maria Madre di Dio – è il Redentore e il Mediatore tra Dio e gli uomini. E per questo, in questo senso, anche Maria, attraverso la sua collaborazione costitutiva all’Incarnazione, è indissolubilmente e intimamente legata all’opera di redenzione. Se Maria, con il suo «Fiat mihi secundum verbum tuum», ha collaborato in modo costitutivo all’Incarnazione, ciò comprende anche - a nome dell’intera umanità - la sua collaborazione alla redenzione attraverso la croce di suo Figlio, accanto al quale ella stava e dove la sua anima fu trafitta da una spada. Infatti il corpo che era appeso alla croce e nel quale Cristo si è offerto al Padre per la salvezza del mondo è lo stesso corpo che è nato da lei per la salvezza del mondo.
4. La tipologia Eva-Maria
La salvezza messianica inizia con Cristo e con la fede e la disponibilità di Maria a permettere che l’incarnazione di Dio avvenga nel suo grembo. Ciò induce spontaneamente a contrapporre, sulla scia della tipologia paolina Adamo-Cristo, la disobbedienza (= mancanza volontaria di fede) di Eva all’obbedienza e alla fede di Maria (Lc 1,38; Gn 3; Rm 5,19). Eva, con la sua disobbedienza e mancanza di fede divenne la causa della morte, mentre Maria divenne la causa della vita. Maria è in senso vero «madre dei viventi» (Gv 3,20), perché come la morte è venuta attraverso entrambi i sessi, così la vita doveva venire attraverso Cristo, l’uomo, e attraverso Maria, la donna. Maria sta all’inizio della storia della fede della nuova umanità, cioè della Chiesa della nuova alleanza rinata nella fede. Con la sua fede ella è, in quanto vergine, il tipo della Chiesa che riceve la salvezza da Dio e, allo stesso tempo, la condensazione tipologica dell’essenza della Chiesa, che con la sua predicazione e il suo ministero salvifico genera continuamente, in virtù della fede e del battesimo, nuovi membri del corpo di Cristo che è la Chiesa. Nella prospettiva di una dottrina della redenzione elaborata alla luce dell’incarnazione, Maria appare come la compagna e l’aiutante di Cristo (socia Cristi) ed è di conseguenza, nei confronti della Chiesa e degli uomini, colei che intercede per loro e li aiuta (adiuvatrix).
La cooperazione di Maria non si riferisce, tuttavia, al fatto che ella sostenga l’opera di Cristo, il progenitore della nuova umanità. Ella si schiera piuttosto dalla parte della Chiesa che riceve la salvezza e coopera, mediante la grazia donatale e il proprio esempio, affinché la Chiesa e i suoi singoli membri si lascino unire, nella fede e nell’amore, a Cristo loro Capo, in corrispondenza al rapporto sussistente tra lo sposo e la sposa, in cui si esprime il rapporto personale di Cristo con la Chiesa e della Chiesa con Cristo (cfr. Ef 5,23).
La categoria teologica della disobbedienza di Eva, tipicamente contrapposta all’obbedienza e alla fede di Maria già attestata in Giustino Martire e Tertulliano, trova un’espressione convincente in Ireneo di Lione: «il Signore è venuto visibilmente nella sua proprietà; è stato portato dalla sua propria creazione che è portata da lui; grazie alla sua obbedienza sul legno ha fatto la ricapitolazione della disobbedienza che era stata compiuta per mezzo del legno, e la seduzione, di cui miseramente era stata vittima Eva, vergine soggetta al marito, è stata dissipata dalla verità che fu annunciata magnificamente dall'angelo a Maria, vergine già in potere del marito. Infatti, come quella fu sedotta dalla parola dell'angelo in modo da fuggire Dio trasgredendo la sua parola, così questa ricevette il lieto annunzio per mezzo della parola dell'angelo, in modo da portare Dio obbedendo alla sua parola; e come quella si lasciò sedurre in modo da disobbedire a Dio, così questa si lasciò persuadere in modo da obbedire a Dio, affinché la Vergine Maria divenisse avvocata della vergine Eva; e come il genere umano fu legato alla morte per mezzo di una vergine, così ne fu liberato per mezzo di una vergine, perché la disobbedienza di una vergine fu controbilanciata dall'obbedienza di una vergine. Dunque, il peccato del primo uomo fu riparato dalla retta condotta del Primogenito e la prudenza del serpente fu vinta dalla semplicità della colomba e sono stati spezzati i legami che ci tenevano uniti alla morte...»
Rimane quindi vero che «Maria divenne con la sua obbedienza la causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano». In virtù del fatto storico della sua obbedienza alla parola di Dio, che ha assunto la carne da lei per la salvezza di tutti gli uomini, Maria è anche il modello e il criterio dell’uomo perfettamente unito a Dio. Ella è la piena di grazia, la credente per eccellenza e quindi la pienamente redenta.
5. Lo Sviluppo del dogma mariologico
Qui si vede anche che i due termini fondamentali «grazia-fede», correlati tra loro come due punti focali, sono il principio della storia dei dogmi mariologici. Le future affermazioni di fede su Maria, che si cristallizzano a poco a poco nella coscienza di fede della Chiesa, non tradiscono perciò solo un interesse isolato per la persona di Maria. Nel corso della storia della fede sono piuttosto diventati visibili, nello specchio delle affermazioni mariologiche fondamentali, i lineamenti dell'immagine cristiana dell'uomo.
Quando, quindi, Maria viene chiamata «corredentrice» nella pietà e nella teologia cattolica, non si tratta di un’attribuzione fuorviante né di un’esagerazione entusiastica, ma di una verità oggettivamente contenuta nella rivelazione. Tale titolo non deve essere taciuto a causa del rifiuto da parte dei protestanti, i quali, in base alla loro dottrina della giustificazione, intendono la redenzione senza la libera partecipazione dell’uomo e quindi la ridimensionano, ma richiede una spiegazione nel contesto complessivo dell’opera di redenzione divino-umana di Cristo, del Figlio di Dio e di Maria.
Anche i titoli cristologici vengono applicati per analogia a noi. Cristo è il Figlio di Dio consustanziale, ma anche noi siamo, per grazia dell’adozione, figli di Dio. La designazione come figli non mette in alcun modo in discussione l’unicità della filiazione divina di Cristo nella Santissima Trinità e nell’Incarnazione, ma ne esprime proprio l’effetto universale. Tommaso d’Aquino cita un altro esempio: il titolo soteriologico di Cristo come unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tim 2, 5) gli spetta in modo unico. Ma anche i sacerdoti (vescovi e presbiteri) possono essere definiti mediatori tra Dio e gli uomini, poiché sono servitori del Sumo Sacerdote e Mediatore della nuova alleanza, e, in quanto vicari di Cristo, amministrano agli uomini i sacramenti salvifici. Essi, tuttavia, non esercitano il ministero di sacerdote e mediatore in modo «primario e perfetto», ma solo in modo «servile e preparatorio» (S.th. III q. 26 a.1). E ogni battezzato è chiamato e tenuto a collaborare, nello spirito di Maria, affinché tutti gli uomini diventino partecipi della redenzione di Christo.
Chiunque conosca le regole della teologia cattolica, quindi, non può trovare motivo di scandalo nell’uso analogico dei titoli cristologici e soteriologici. Anche nel dialogo ecumenico non si tratta di un falso irenismo che comprometta la purezza della dottrina cattolica, bensì di una comprensione più profonda del senso originario e della sua corretta formulazione concettuale e linguistica. Anche per quanto riguarda la gerarchia delle verità, di cui parla il decreto del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo, non si tratta di una suddivisione meccanica tra dottrine importanti e meno importanti, bensì della loro analogia in relazione al fondamento della fede cristiana, ovvero la volontà di Dio che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità attraverso l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, Figlio di Maria, che attraverso l’Incarnazione e il suo «Fiat» è diventata la Madre di Dio.
Il principio «numquam satis de Maria» non ha nulla a che vedere con un massimalismo mariologico, che si dovrebbe bilanciare diplomaticamente e pedagogicamente con un minimalismo mariologico. Il principio non dice altro che la verità fondamentale della fede cattolica contro lo gnosticismo. Secondo la fede cattolica l’uomo diventa più grande nel pensiero e nell’agire quanto più si lascia sostenere dalla grazia e condurre alle altezze di Dio. In Maria, Madre del Figlio di Dio, della Chiesa di Cristo e di tutti i credenti, riconosciamo in modo tipologico ed esemplare ciò che vale per tutti: «gloria Dei est vivens homo, vita autem hominis visio Dei» (Ireneo di Lione, Adv. haer. IV, 20, 7).
6. La verità rivelata nel titolo Maria Corredemptrix
Non regge nemmeno l’obiezione secondo cui il titolo sarebbe comparso solo a partire dal tardo Medioevo. Infatti, il fatto che una verità di fede sia contenuta nella Rivelazione non deve essere confuso con la sua formulazione concettuale. Fin dall’inizio la cristianità ha creduto nell’incarnazione del Figlio di Dio, mentre solo molto più tardi il magistero ha espresso questo mistero con la formula dell’unità della natura divina e umana nella persona del Figlio di Dio, la unione ipostatica. Così, anche nella perenne verginità di Maria e nella sua maternità divina, chiaramente attestate dalla Bibbia, il loro inizio assoluto è contenuto nell’elezione di Dio, il loro concepimento senza la macchia del peccato originale e il loro compimento nell’assunzione del suo corpo e della sua anima in cielo.
Come tutti i misteri della fede cristiana sono intimamente collegati nell’analogia fidei e si interpretano reciprocamente, così anche la dottrina dogmatica su Maria non è una raccolta soggettiva di elementi eterogenei, ma la rappresentazione della sua origine nell’unico mistero della comunicazione di sé di Dio in Cristo, suo Figlio, come verità e vita di ogni uomo che, insieme alla Madre dei credenti, dice: «Ecco, io sono il servo del Signore.” Il Doctor angelicus domanda nel Expositio in Salutationem Angelicum, il Ave Maria: Poiché Maria è benedetta fra le donne e risponde: “Maria portò la benedizione e aprì la porta del cielo; e perciò il nome Maria, che si traduce ‘stella del mare’, le si addice; perché come i marinai sono guidati in porto della stella del mare, così i cristiani sono guidati alle gloria da Maria”.
*Cardinale, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede


