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ACCORDI SUL CLIMA

La Cina va sempre più a carbone, altro che Parigi

Contrariamente a quanto promesso a Parigi, la Cina non sta facendo nulla per fermare l'espansione dell'uso del carbone, anzi sta sviluppando nuove centrali sia in casa sia all'estero. Solo mons. Sanchez Sorondo non se ne è accorto.

Svipop 05_10_2018
Cina, impianti a carbone

La Cina è di gran lunga il Paese che emette più CO2 da consumo di combustibili fossili (vedi qui): circa 9,1 miliardi di tonnellate, ossia il 28% delle emissioni mondiali del settore (con una crescita impetuosa negli ultimi 25 anni: dal 10% del 1990 al 14% del 2000 e al 20% del 2005). Si consideri che secondi in graduatoria sono gli USA, staccatissimi, al 15%, e che la Russia è al 5% (vedi qui).

Le emissioni cinesi da combustibili fossili sono aumentatesi stima - dell'1,4% nel 2017, dopo tre anni di sostanziale stagnazione. Per ridurle bisogna ovviamente porre un freno all'uso di tali combustibili. Anzi, diciamo pure all'uso di carbone: infatti è il carbone a coprire ancora circa il 60% del consumo energetico totale ed a essere responsabile del 78% di emissioni da combustibili fossili (vedi qui). E l'impegno dichiarato dalle autorità cinesi è in effetti proprio quello di porre un freno drastico all'uso di carbone. Impegno che, agli occhi dei paladini degli accordi di Parigi, ha accreditato la Cina - dopo lo smarcamento degli USA - come nuova potenza leader di uno sviluppo ecosostenibile, alla guida di un poderoso sforzo globale di decarbonizzazione dell'economia.

Ma l'impegno sarà mantenuto? Le notizie più recenti non solo non autorizzano euforia, ma nemmeno cauto ottimismo. È stato da poco pubblicato un rapporto dell'organizzazione ambientalista CoalSwarm, nel quale il fatto essenziale documentato è questo: in Cina le centrali elettriche a carbone avevano alla fine del 2017 una capacità complessiva (vedi qui) di circa 980 gigawatt (GW), nel piano quinquennale 2016-2020 è contenuta la promessa di non superare i 1100 GW, ma le immagini satellitari del 2018 (alcune visibili qui) mostrano indubitabilmente che numerosi impianti, la cui costruzione si riteneva fosse stata annullata o almeno differita, sono invece in fase avanzata di costruzione.

Prendendo in esame impianto per impianto, il rapporto giunge alla conclusione che sono già attive o in via di attivazione nuove centrali per ulteriori 259 GW, che sommati a 980 fanno oltre 1200 GW. Insomma: non è credibile che le autorità cinesi tengano fede all'impegno di non sfondare il tetto dei 1100 GW fino al 2020. E se anche lo sfondamento slittasse di qualche tempo, la sostanza non cambierebbe, visto che una capacità energetica da carbone così elevata seguiterebbe a comportare che le emissioni di CO2 non possano incominciare a calare considerevolmente e che il Paese continui a surclassare gli altri quale principale emettitore. Altro che potenza trainante della decarbonizzazione globale...

A suscitare fondate perplessità sul rispetto degli impegni assunti da Pechino sarebbe bastato invero tener presente che dal 2000 al 2017 la Cina ha installato ben il 70% della nuova capacità mondiale di produzione energetica da carbone (vedi il rapporto a pag. 5, figura 1), e che solo dal 2006 al 2015 si sono aggiunti 618 GW di nuova capacità, ossia più del doppio dell'intera capacità energetica da carbone degli USA (che ammonta a circa 270 GW: vedi qui).

Che dire delle misure restrittive annunciate negli ultimi tre anni, sbandierate entusiasticamente da molti media (uno per tutti; il New York Times)? Facciamo un po' di cronistoria. Nel settembre 2014 la facoltà di approvare la costruzione di impianti a carbone fu trasferita da Pechino alle singole province. Ne derivò, nel 2014-15, un'impennata nelle autorizzazioni per nuove centrali e per il potenziamento delle esistenti (vedi pag. 7 del rapporto). Nel 2016 e 2017 l'autorità centrale ha emanato misure restrittive che avrebbero dovuto rintuzzare il boom. Senza illustrare nel dettaglio le singole misure (per le quali si può consultare il report), basti evidenziare che i provvedimenti avrebbero dovuto porre sotto embargo oltre 500 GW di nuova capacità energetica da carbone. Ma oltre 200 nuovi GW sono sfuggiti, chissà come, a limitazioni e divieti, e se ne sono pure aggiunti 51 non interessati dalle restrizioni. Risultato: tra impianti in pre-costruzione, in avanzata fase di costruzione e già attivi, si calcola – come detto – che nuovi 259 GW (pari quasi all'intera capacità USA del settore) sono in rampa di lancio, pronti a sforare ogni tetto, ingrossando in pochi anni del 25% la capacità complessiva odierna cinese, già da primato (e che da sola rappresenta quasi la metà, sui poco più di 2000 GW, di quella mondiale: vedi qui).

Ma per chi ha a cuore gli accordi di Parigi e crede nel riscaldamento globale antropogenico le cattive notizie non finiscono qui. L'IEA (International Energy Agency) ha stimato che c'è un 50% di probabilità di trattenere l'aumento della temperatura globale sotto i 2 °C rispetto al livello pre-industriale (è l'obiettivo di Parigi) se la Cina cesserà di produrre energia da tutte le sue centrali a carbone entro il 2040, chiudendole definitivamente entro il 2045. Se si tengono presente i numeri che abbiamo fornito, si è facili profeti nel pronosticare come non sia neppure lontanamente possibile che il regime di Pechino decida di adottare non solo una misura tanto draconiana, ma nemmeno una che pallidamente le assomigli.

Vale a dire: se l'IEA ha ragione, gli impianti a carbone cinesi operativi oggi stanno già determinando inesorabilmente il fallimento degli obiettivi fissati a Parigi. Volendo corredare lo scenario prospettato con qualche altro numero, si consideri (vedi la figura 5 del rapporto, a pag. 13) che se le centrali cinesi a carbone oggi in funzione smettessero l'attività dopo 40 anni di vita (come avviene in media), nel 2045 nondimeno residuerebbero circa 750 GW di capacità energetica, ai quali vanno aggiunti i 259 GW di cui s'è detto; ossia, nel 2045 non si avrebbero zero GW da carbone, ma circa 1000 GW (più di quelli odierni). Con buona pace degli accordi di Parigi.

Sorprende che un fervente araldo di questi accordi nonché intransigente seguace dell'ideologia del riscaldamento globale antropogenico come mons. Sanchez Sorondo non si sia ancora accorto che il carbone cinese è minaccia mortale per gli obiettivi di Parigi, e che le autorità cinesi non stanno facendo alcunché di concreto per disinnescarla. Sorondo anzi ha plaudito allo sforzo cinese per centrare gli obiettivi di Parigi: sotto questo aspetto – ha affermato – Pechino «sta assumendo una leadership morale che altri hanno abbandonato». Ma Sorondo è anche un ammiratore non meno fervente del modello sociale cinese; ammirazione esternata a febbraio – tra lo sconcerto dei cattolici e non solo -, e ribadita pochi giorni fa: secondo il cancelliere della Pontificia accademia delle scienze, la Cina «rispetta il bene comune e ha dato prova della propria efficienza in grandi missioni, come combattere contro la povertà e l'inquinamento». E probabilmente tanto, troppo fervore fa velo alla lucidità di giudizio del presule argentino.

A proposito: è stato da poco reso noto (vedi il Financial Times) che quest'inverno Pechino non rinnoverà i tagli all'uso del carbone per il riscaldamento domestico, volti a migliorare la cattiva qualità dell'aria. Si aggiunga che, come recentemente evidenziato dall'associazione ambientalista Urgewald, tra le compagnie che in tutto il mondo investono nella costruzione di centrali a carbone le prime due sono cinesi, e nel complesso le compagnie cinesi stanno installando all'estero, in 17 Paesi, oltre 59 GW di nuova capacità energetica da carbone. Stante che – come s'è sottolineato - in patria la nuova capacità energetica da carbone è di 259 GW, la Cina sta pertanto concentrando all'estero ben il 19% del suo sforzo espansivo nel settore.

No, decisamente non sembra proprio che il regime cinese abbia dichiarato guerra al carbone, né a casa propria né fuori dai propri confini. (Alessandro Martinetti)