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caso maduro

Venezuela, il diritto internazionale è già in crisi da secoli

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Non c'era bisogno di attendere l’intervento della Delta Force a Caracas per allarmarsi, bastava leggere Hobbes e quei filosofi che al diritto naturale hanno sostituito la convenzione e la forza. Ben prima degli americani sono arrivati i teorici della modernità politica a erodere le basi delle relazioni internazionali.

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Attualità 08_01_2026 English
LaPresse - AP Photo/Bruna Prado

L’intervento americano in Venezuela, con il rapimento del presidente Nicolás Maduro, è stato generalmente valutato come uno spregio del diritto internazionale. Un quadro di norme si sarebbe incrinato e si sarebbe imposta una prospettiva basata sulla sola forza. Simili valutazioni suggeriscono di approfondire la questione del diritto internazionale. Sembra quasi che esso, fino all’intervento della “Delta Force” a Caracas, sia stato in perfetta salute, generalmente seguito e, soprattutto, che fosse a tutti chiaro cosa esso comportasse. Il buon senso ci dice che invece così non era e che la corrosione del diritto nelle relazioni internazionali non solo era già stata prodotta da tempo nella pratica, ma era anche stata teorizzata. La crisi del diritto internazionale è di vecchia data. Ne aveva parlato Carl Schmitt nel suo Il nomos della terra (1950), che riguardava appunto le trasformazioni del diritto internazionale e la dissoluzione dello «jus publicum europaeum».

Thomas Hobbes nel XVII secolo scriveva che le relazioni tra gli Stati sono come una guerra di tutti contro tutti, che ripropone la medesima relazione esistente tra gli uomini nella loro fase pre-sociale dello stato di natura. Legge e ordine, secondo lui, nascono solo quando c’è qualcuno in grado di punire il trasgressore. Questo qualcuno è il Leviatano, il potere politico assoluto che nasce quando gli uomini sottoscrivono il pactum societatis fondandolo sul pactum subiectionis. Ma un simile ordine e una simile legge sono possibili solo dentro ogni singolo Stato, cessano di esistere in una dimensione sovrastatale, quando gli Stati tornano a comportarsi tra loro come altrettanti individui in un contesto di pura forza. Se nello stato di natura un uomo, avendone la forza, si impossessa di un bene o della stessa vita di un altro, esercita nientemeno che un suo diritto perché, come diceva Spinoza: tanto di diritto quanto di forza.  Lo stesso avviene tra gli Stati.

La visione di Hobbes rende impossibile il diritto internazionale perché fonda il potere sulla convenzione (del patto) e sulla forza (del potere). Convenzione e forza hanno sì effettualità, ma non hanno verità e giustizia. Un simile modo di pensare, però, non è solo di Hobbes ma dell’intera modernità politica, la quale semmai vi ha aggiunto l’elemento della rappresentanza convenzionale fondata sul principio liberale della maggioranza. Ora per diritto internazionale si intende un qualche accordo di principio tra Stati espresso a maggioranza, il che non può essere vero diritto perché non si fonda sulla giustizia ma su una sua interpretazione. Un intervento lesivo della legittima sovranità di uno Stato non diventerebbe giusto nel caso avesse un certo qual consenso internazionale. Questo consenso, tra l’altro, può essere raggiunto in modi poco convenienti. Spesso si fa riferimento all’ONU come autorità mondiale capace di esprimere il diritto internazionale. La guerra contro la Libia di Gheddafi iniziata nel 2011 aveva avuto il via libera del Consiglio permanente delle Nazioni Unite, ma questo non era sufficiente a giustificarla in base al diritto internazionale.

Il diritto internazionale classico aveva un fondamento etico e politico oggettivo e non si reggeva né sul potere né sul consenso intesi in senso moderno, pur non escludendo né l’uno né l’altro. Esso si fondava sullo jus gentium, su un ordine naturale che considerava i popoli e le nazioni come governati da una logica interna di tipo naturale, come degli organismi viventi ai quali non poteva essere imposta una logica diversa, anche se fondata sul potere o su qualche consenso convenzionale. Si fondava sulla consuetudine e non sulla prassi. Il consenso dei sovrani era necessario, ma non era fondativo del diritto internazionale. Spesso i sovrani ne infrangevano le regole, ma non erano in grado di distruggerlo, proprio perché non dipendeva dal loro consenso, ma era quest’ultimo a dipendere da esso.

Quella forma di diritto internazionale espressione del diritto naturale resse, pur nelle inevitabili eccezioni concrete, finché durò nella sua efficacia la società cristiana. Il suo carattere etico-politico naturale ed oggettivo era garantito, fortificato e diffuso nelle menti e nelle leggi dalla religione cristiana e dalla Chiesa cattolica. Con Francisco de Vitoria ci fu il tentativo di trasportarlo anche nella modernità, ma l’ordine da esso stabilito fu travolto dalla nascita e dallo sviluppo degli Stati moderni e cessò definitivamente di esistere dopo la pace di Westfalia del 1648 e dalle teorie di Bodin e di Hobbes.

Il lungo periodo successivo fino ad oggi ha manifestato un progressivo aumento del convenzionalismo delle regole e della centralizzazione del potere come fondamento della vita politica internazionale. Dopo i fatti di Caracas tutti parlano di diritto internazionale, ma molti con ciò si riferiscono a quello convenzionale moderno, una foglia di fico sull’anarchia hobbesiana, mentre bisognerebbe riferirsi a quello fondato sul diritto naturale. Su queste basi la Chiesa cattolica può tornare a svolgere nuovamente un compito di sistemazione dottrinale delle problematiche etiche e giuridiche del diritto internazionale, riscoprendo a fondo le basi della sua Dottrina sociale.



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