Venezuelani in esilio, la speranza per un futuro democratico
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Incontriamo un piccolo pezzo di diaspora venezuelana a Milano. Parliamo con Mariela Magallanes, deputata esule, esponente dell'opposizione e con Massimiliano Tognini, coordinatore della Piattaforma unitaria democratica venezuelana
Non una conclusione, ma l’inizio di un percorso. Ma tanto, tantissimo ottimismo da parte dei venezuelani esuli, alle prese con le inaspettate e insperate notizie dell’arresto americano del dittatore Nicolas Maduro. Li incontriamo a Milano, nel giorno dell’Epifania, in un bel pomeriggio di sole sotto le mura del Castello Sforzesco. Mobilitati da associazioni “Insieme per il Venezuela” e dalla Piattaforma Unitaria Democratica, assieme ad esponenti politici italiani, i loro discorsi sono pieni di ottimismo. Cantano, sorridono, accolgono altre bandiere di paesi in attesa di liberazione, come Cuba e l’Iran. La battaglia è appena incominciata, appunto, la dittatura, pur avendo letteralmente perso la testa, è ancora in piedi.
Il Segretario di Stato Marco Rubio, il 7 gennaio, ha annunciato un piano in tre fasi per il futuro del paese senza Maduro. Il Venezuela viene trattato come un paziente in codice rosso appena giunto in un pronto soccorso. Il primo passo è la stabilizzazione, tramite la vendita del petrolio, dai 30 ai 50 milioni di barili, sul mercato e a prezzi di mercato. La seconda fase prevede la ricostruzione, anche tramite l’accesso consentito ad aziende statunitensi e di altri paesi loro alleati. Solo nella terza fase si parla di transizione politica. Nel frattempo le sanzioni restano, contro quel che resta del regime. Il sequestro, da parte degli Usa, di ben due petroliere in un solo giorno, la “Marinera” e la “Sophia”, dimostra che l’amministrazione Trump non ha affatto mollato la presa.
E se la transizione verso la democrazia non partisse più? Sentiamo Mariela Magallanes, esponente dell’opposizione democratica a Maduro. Eletta deputata nel suo Paese, è stata costretta a lasciare il Venezuela a causa delle minacce del regime. Da sei anni vive in esilio in Italia. Ci spiega che: «Il 3 gennaio è stata effettuata un’operazione militare con un unico obiettivo: la cattura di Nicolas Maduro. Prima del blitz erano state tentate tutte le vie, politiche e democratiche, per far sì che i venezuelani tornassero a vivere in democrazia. La cattura di Maduro non significa che sia iniziato un processo di transizione, ma è comunque un passo importante. Non c’è più Maduro, non c’è più il dominio del Cartello dei Soli, ma resta chi controlla le armi, restano i paramilitari e i terroristi che operano in Venezuela. Quel che abbiamo dopo il 3 gennaio è la garanzia da parte degli Stati Uniti per la sicurezza dei cittadini che vivono in Venezuela e dei prigionieri politici. Questa non è la conclusione, ma l’inizio di un percorso che ci deve riportare alla democrazia. L’importante è che non ci siano altre aggressioni ai cittadini da parte del regime. E di dare una possibilità alla nostra leadership, cioè Maria Corina Machado ed Edmundo Gonzalez Urrutia, di tornare a fare politica in patria”.
Ma la vicepresidente Rodriguez, attuale presidente ad interim, proclamando uno “stato di commozione esterna” (di fatto, uno stato di emergenza nazionale) non sta dando inizio a una nuova fase repressiva? «È la prova di una violazione dei diritti dei cittadini, un provvedimento firmato il 3 gennaio stesso. Un’azione che deve essere cancellata, assieme alla liberazione di tutti i prigionieri, fra cui Alberto Trentini e gli altri prigionieri italo-venezuelani. In questo momento noi siamo preoccupati per la loro sorte». Possiamo sperare maggiormente, ora, in una prossima liberazione? «Dobbiamo alzare la voce per ottenerla, per tutti i prigionieri politici, non solo venezuelani ma anche tanti altri cittadini stranieri».
Massimiliano Tognini, italo-venezuelano, coordinatore della Piattaforma unitaria democratica venezuelana in Italia, confida nell’opera dell’esecutivo italiano: «Il governo Meloni, con il lavoro del ministro Tajani, sta facendo tutti i passaggi necessari. Bisogna ricordare che il regime di Maduro è cruento. Usa i prigionieri come
merce di scambio. Ma bisogna essere molto fermi nel richiedere il rilascio degli ostaggi. Credo che il governo italiano stia lavorando bene, con discrezione, in silenzio. Molto di quel che viene fatto non può essere comunicato in pubblico per evitare conseguenze sui prigionieri».
Ma cosa pensa dei media italiani e del loro modo di raccontare le vicende venezuelane? «Sono triste: si vuole dare un altro senso a quel che è successo in Venezuela, si vuole attaccare l’amministrazione Trump usando il Venezuela. Ma siamo chiari, una volta per tutte: non c’è stato un golpe perché Maduro non era il presidente legittimo, era un dittatore. Il presidente legittimo è Edmundo Gonzalez Urrutia, esule in Spagna. Non c’è stata un’invasione, ma un’apertura a una transizione democratica. Possibile che, in Italia, la gente non riesca a comprendere i 27 anni di sofferenza dei venezuelani, sotto la dittatura di Chavez prima e di Maduro poi?» Violato il diritto internazionale, l’opposizione è molto agguerrita… «Non solo l’opposizione, ma tutti, prima, devono farsi due domande. Siete mai stati in Venezuela in questi ultimi 27 anni? Avete qualche parente, amico o conoscente che ha vissuto sotto dittatura, in carcere, torturato? A proposito di diritto alla sovranità, voglio ricordare che da oltre dieci anni le forze armate venezuelane stesse sono infiltrate da Russia, Cuba e Iran. Se vogliamo veramente parlare di sovranità…».


