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La beffa cinese al Consiglio dei Diritti Umani

Delusione, sconcerto, sorpresa e una Cina trionfante. Sono molte le reazioni che si stanno registrando nella comunità internazionale, dopo che, alla fine della settimana scorsa, il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha bocciato la proposta di aprire un dibattito formale sulla violazione dei diritti umani nello Xinjiang.

Libertà religiosa 12_10_2022
Uiguri

Delusione, sconcerto, sorpresa e una Cina trionfante. Sono molte le reazioni che si stanno registrando nella comunità internazionale, dopo che, alla fine della settimana scorsa, il 6 ottobre, il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha bocciato (con 19 voti contrari, 17 a favore e 11 astenuti) la proposta di aprire un dibattito formale sulla violazione dei diritti umani nello Xinjiang, da parte del regime di Pechino.

Alla base della proposta c’era il rapporto dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet. Dopo una discutibile visita in Cina, in cui la ex presidente cilena non aveva neppure incontrato Xi Jinping, ma pareva aver sposato la linea ufficiale negazionista del Partito, nei suoi ultimi giorni in carica la Bachelet aveva pubblicato il suo documento in cui ribaltava il suo giudizio. Parlava infatti di gravi sospetti (supportati da molte prove) di una violazione massiccia dei diritti umani nella regione autonoma occidentale, abitata dalla minoranza turcofona e musulmana degli uiguri. Dal 2019, grazie alle informazioni trapelate dalle stesse autorità cinesi, chiunque ha potuto verificare come le cosiddette “scuole di avviamento professionale” siano in realtà dei campi di rieducazione, dei moderni Laogai (i gulag cinesi). La deportazione nei campi di rieducazione, per ogni minimo sospetto di separatismo o radicalismo islamico (ma basta portare la barba o rispettare le festività religiose per finire nel mirino) mira a trasformare i cittadini dello Xinjiang in perfetti atei comunisti, fedeli al Partito e non alle tradizioni locali, con torture sia psicologiche sia fisiche.

La “rieducazione” non è che uno dei tanti aspetti della persecuzione e della sorveglianza nello Xinjiang. Nella lunga lista degli abusi rientrano anche le sterilizzazioni e gli aborti forzati (su base etnica) e il trasferimento coatto di lavoratori in altre regioni della Cina, la sorveglianza asfissiante tramite telecamere a riconoscimento facciale e il controllo di funzionari di partito inseriti addirittura all’interno delle famiglie.

Eppure all’Onu, al Consiglio dedicato alla protezione dei diritti umani, non se ne può discutere formalmente. Non si sarebbe trattato di una condanna automatica, ma per lo meno il regime di Pechino sarebbe stato obbligato a rispondere delle sue azioni. Potenzialmente si sarebbe arrivati ad una indagine formale, magari anche a sanzioni. Pechino ha però dimostrato di saper utilizzare al meglio il suo “soft power”, persuadendo ben 19 Paesi a votare a suo favore. E si tratta solo della seconda volta, in tutta la sua storia quasi ventennale, che il Consiglio per i Diritti Umani respinge una mozione (l’altra riguardava lo Yemen).

Nella sua argomentazione difensiva, la Cina si è presentata come paladina del mondo in via di sviluppo, contro la “arroganza” dei Paesi democratici occidentali. “Oggi è nel mirino la Cina – aveva detto il rappresentante di Pechino a Ginevra, Chen Xu – Un domani ogni altro Paese in via di sviluppo può essere preso di mira”, aggiungendo che il rapporto di denuncia sulla violazione dei diritti umani fosse “Un’interferenza occidentale negli affari interni della Cina, col pretesto di questioni che riguardano lo Xinjiang”. Alla precedente sessione dell’Assemblea Generale, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva premesso che non fosse legittimo “sfruttare le differenze sistemi politici” come pretesto per creare divisioni, né “tantomeno la democrazia e i diritti umani devono essere usati come strumenti per raggiungere obiettivi politici”. Parrebbero parole di saggezza e buon senso, se le si estrapolasse completamente dal loro contesto. Ma il significato, in pratica, è: la Cina vuole continuare impunemente a violare i diritti umani nella sua “regione autonoma” dello Xinjiang e non tollera che qualcuno vi metta becco.

Nella settimana successiva al voto, all’elaborazione del lutto è seguita l’analisi del voto. Per la Cina (contro la mozione) hanno votato governi alleati della Cina (Nepal), governi di sinistra dell’America latina: Bolivia, Cuba, Venezuela. Paesi africani in cui la Cina ha forti interessi: Camerun, Eritrea, Gabon, Costa d’Avorio, Namibia, Senegal. Ma anche (e questa è la sorpresa più brutta, per gli uiguri) Paesi musulmani: Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Mauritania, Pakistan, Qatar, Sudan. E persino Paesi turcofoni le cui popolazioni sono strettamente imparentate con gli uiguri: Kazakistan e Uzbekistan.

Gli astenuti sono invece Argentina, Armenia, Benin, Brasile, Gambia, India, Libia, Malawi, Malesia, Messico. E Ucraina. Quest’ultima è la sorpresa peggiore per i promotori occidentali dell’iniziativa. La sua astensione non era annunciata e non era prevista, considerando che, volente o nolente, non fosse altro che per gli aiuti che riceve, l’Ucraina è solitamente allineata con le democrazie occidentali. Questa scelta è ancora senza spiegazioni. Probabilmente perché l’Ucraina è parte della Nuova Via della Seta e gli interessi cinesi nel Paese, nonostante la guerra, sono ancora molto forti.