Libano, quanta ingenuità nel raccontare in Senato il Paese dei Cedri
La conferenza stampa Per un Libano democratico e sovrano tenutasi a Palazzo Madama, su iniziativa della senatrice Stefania Craxi, presenta una visione molto parziale di un paese ostaggio di Hezbollah e perennemente sotto la minaccia di Israele.
Lunedì 23 febbraio presso la Sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama si è tenuta la conferenza stampa Per un Libano democratico e sovrano su iniziativa dalla senatrice Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato.
L'evento ha avuto l'indubbio merito di gettare una luce sulle vicende del Libano attuale, che com'è noto si dibatte tra gravi difficoltà; eppure gli illustri relatori, tra cui Craxi stessa, il vicepresidente di Italia Viva Enrico Borghi e il direttore dell'agenzia giornalistica Nova Fabio Squillante hanno dato un'idea molto discutibile del Paese e delle sue criticità.
Quale Libano conoscono i relatori? Si è parlato delle «diciotto diverse confessioni religiose» presenti in territorio libanese che costituirebbero un grave ostacolo alla transizione verso la «laicità dello Stato», e non un esempio, probabilmente unico al mondo, di coesistenza pacifica, un «Paese messaggio di convivenza, fratellanza e dialogo tra le diverse comunità», per dirla con le notissime e abusate parole di Papa Giovanni Paolo II.
Dal tavolo, dopo gli elogi di rito alle istituzioni libanesi, segnatamente al Presidente della Repubblica Joseph Aoun e al Primo Ministro Nawaf Salam, è stata rimarcata la necessità di disarmare Hezbollah, soprattutto «nell'area di confine in cui si attestano le postazioni israeliane rimaste», dimenticando però che anche lo Stato ebraico non sta ottemperando agli accordi del 27 novembre 2024, secondo cui avrebbe dovuto ritirarsi dal Libano e smantellare tali postazioni più di un anno fa.
In realtà le cose sono più complesse e articolate di come le hanno descritte a Palazzo Madama gli illustri relatori. Il Libano vive sotto la costante minaccia di un'invasione israeliana; è ostaggio della milizia di Hezbollah e intanto paga ogni giorno un tributo di sangue alle ambizioni del premier israeliano Netanyahu, che non ha mai nascosto i suoi appetiti almeno su una parte del piccolo, ma strategico, vicino del nord.
Mentre si svolgeva la conferenza stampa, l'ambasciata americana a Beirut ha provveduto ad evacuare il proprio personale «non essenziale» - circa quaranta persone - in vista di un eventuale attacco degli Stati Uniti all'Iran, in cui il Libano sarebbe inevitabilmente coinvolto. Il timore che negli ultimi mesi agita il Paese dei Cedri è che un attacco Usa a Teheran legittimerebbe un attacco gemello di Israele sul territorio libanese, già devastato e allo stremo. Non per niente il governo libanese ha chiesto a Hezbollah di non reagire in caso l'attacco americano si verificasse, onde non contribuire ad attirare il fuoco israeliano sul Paese.
Frattanto, dalle postazioni di IDF nel sud del Libano partono quotidianamente attacchi diretti ufficialmente contro uomini e mezzi di Hezbollah e Hamas, ma che fanno strage di civili. Gli ultimi attacchi del 20 febbraio nel sud del Paese e nella valle della Bekaa hanno provocato almeno dodici vittime, tra cui una famiglia intera a Bednayel, nel distretto di Baalbek-Hermel, e più di trenta feriti; da notare che tra Baalbek e il confine con Israele passano quasi duecento chilometri.
Giorni prima aveva fatto scalpore la morte del piccolo Ali, 3 anni, ucciso nel villaggio di Yanouh assieme al padre poliziotto e ad un membro di Hezbollah da un drone israeliano destinato a quest'ultimo.
Altrettanto scalpore ha destato a livello internazionale l’operazione dell’esercito israeliano che a inizio febbraio ha devastato otto chilometri quadrati di coltivazioni, foreste, aree verdi e terreni a pascolo nel sud del Paese, lungo il confine con Israele: aerei dell‘Idf hanno spruzzato sull'area un potente diserbante, il glifosato, che da alcune parti è considerato avere effetti cancerogeni. Lo scopo dell'attacco, secondo il ministro libanese dell'agricoltura Nizar Hani, è eliminare totalmente la vegetazione creando una zona desertica a protezione della regione della Galilea.
Occorre chiedersi, prima di lanciare appelli per un «Libano democratico e sovrano», quale sovranità può vantare un Paese inerme, aggredito dall'interno del proprio terrritorio e costantemente minacciato. Le istituzioni, rappresentate alla conferenza stampa in Senato dall'ambasciatrice del Libano in Italia, Carla Jazzar, sono deboli, in balia degli interessi dei Paesi stranieri, in primis gli Stati Uniti, e profondamente corrotte. L'esercito, per quanto addestrato e supportato dalla missione italiana bilaterale Mibil - come è stato ricordato in Senato - è male equipaggiato, continuamente bersagliato da Idf ed incapace di reagire in caso di aggressione su vasta scala.
Anche il Corpo di interposizione Onu di Unifil, presente sul confine con Israele dal 1978, lascerà il Paese a fine 2026: sovente oggetto del fuoco sia di Idf che di Hezbollah, per mandato non può intervenire ed è dimostrato che la sua presenza sul campo è inutile.
Per quanto riguarda la popolazione libanese, dal crack finanziario del 2019 l'ottanta percento vive sotto o vicina alla linea di povertà e la classe media è praticamente scomparsa dal Paese.
Secondo stime riportate dal media Ici Beyrouth, tra il 2012 e la fine di settembre 2025 quasi ottocentomila persone hanno lasciato il Libano per emigrare all'estero.

