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Medio Oriente

Intervista al cardinale Sako

I cristiani in Iraq continuano a vivere nella precarietà e nell’insicurezza, vittime di una mentalità settaria che li esclude. A dirlo è il card. Sako in un'intervista ad AsiaNews

 

In Iraq il sangue dei cristiani continua a scorrere impunito fra attentati, incidenti e persecuzioni etnico-confessionali. A dirlo è il cardinale Louis Raphael Sako, patriarca della Chiesa caldea, che l’agenzia di stampa AsiaNews ha incontrato a Roma il 31 ottobre, giorno in cui ricorre il 13° anniversario della strage alla cattedrale siro cattolica di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad. Quel giorno del 2010, una domenica, un gruppo di terroristi appartenenti a una cellula irachena di al Qaeda ha fatto irruzione nella chiesa gremita di fedeli intenti ad assistere alla messa. Hanno preso molti ostaggi e all’arrivo della polizia hanno aperto il fuoco uccidendone 58, tra cui i due sacerdoti che stavano celebrando la messa, e ferendone 75. L’Isis, che a partire dal 2014 ha costretto all’esodo centinaia di migliaia di cristiani, è stato sconfitto nel 2017, ma a distanza di anni, spiega il patriarca caldeo, i cristiani iracheni continuano a vivere in una situazione persistente di fragilità e precarietà. I cristiani rimasti e quelli ritornati dall’esilio, “vanno alla ricerca di un futuro per i loro figli che non può essere caratterizzato da violenze e insicurezza. Serve un luogo dove possano studiare, frequentare scuole e università, trovare un lavoro ma in Iraq questo non è ancora possibile perché tutto è settario: sunniti, sciiti, curdi riservano posti e ruoli di potere ai membri della loro comunità e i cristiani finiscono per essere esclusi. Alla mentalità settaria, il patriarca caldeo risponde con una prospettiva di appartenenza comunitaria all’Iraq: “Io non ho mai pensato di essere il capo dei caldei, ma rappresento tutti, anche i musulmani e tanti ne abbiamo aiutati in questi anni”. Ad agosto il cardinale Sako ha trasferito temporaneamene la sede patriarcale dalla capitale Baghdad a Erbil per protesta contro un decreto presidenziale che ha revocato il riconoscimento ufficiale del suo ruolo e della sua autorità. “A Baghdad – ha detto ad AsiaNews – farò ritorno solo quando verrà ritirato il decreto. La nostra Chiesa molto ha dato all’Iraq, dalla visita del papa agli aiuti umanitari ai musulmani ai tempi dell’Isis, anche maggiori rispetto a quelli riservati ai cristiani. Oggi, il ringraziamento delle istituzioni è quello di punire il patriarca e un’intera comunità”.