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Inquinamento urbano, il solito falso allarme

Studio dell'Oms dipinge a tinte fosche la realtà del Bacino Padano. Ma la vita media nel Nord Italia è più alta che in Norvegia.

smog milano
“È come se un piccolo Comune, ogni anno, scomparisse dalla Pianura Padana: cancellato dagli effetti dell'inquinamento”. Questo il sobrio incipit dell’articolo apparso sul Corriere della Sera dello scorso 25 febbraio nel quale vengono presentati i risultati dell’ennesimo studio della Organizzazione Mondiale della Sanità in merito agli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico. Sarebbero infatti settemila i morti e nove i mesi di vita persi in media da ogni abitante del nord Italia. Numeri che, più o meno amplificati, sentiamo ormai ripetere da molti anni, di solito a gennaio o febbraio, quando, complici le più avverse condizioni atmosferiche, si registrano le più elevate concentrazioni di inquinanti in atmosfera.

Ma è davvero questa la realtà? L’effetto della cattiva qualità dell’aria nelle nostre città è paragonabile a quello di un bombardamento che, ogni anno, radesse al suolo una piccola cittadina nel circondario del milanese? Possiamo affermare con certezza che le cose non stanno così.

Nessuno, nemmeno nelle giornate che presentano i più elevati livelli di inquinamento, esce di casa al mattino in buone condizioni di salute e non vi fa più ritorno alla sera perché ucciso dallo smog. Non vi è un solo decesso che possa essere ricondotto con una concatenazione di causa-effetto alle emissioni atmosferiche di auto, industrie e centrali elettriche. Nel breve periodo, lo smog può essere concausa dell’aggravamento di una patologia già in essere e, nel lungo, può teoricamente avere un impatto statistico sulla speranza di vita media.

Peraltro, tale valutazione risulta oggi essere particolarmente complessa. Infatti, come scritto in uno studio di qualche anno fa a cura dell’Accademia francese delle scienze: “Vi sono numerose incertezze in merito alla rilevanza degli effetti dell’inquinamento. Tali incertezze sono legate alla piccolezza del rischio (corsivo nostro). È relativamente facile misurare un rischio relativo superiore a 5, come accadeva trent’anni fa. Negli anni Ottanta dello scorso secolo ci si è occupati di rischi dell’ordine di grandezza da 1,5 a 2 e già questo risultava molto più difficile poiché i fattori di confusione introducono rilevanti elementi di imprecisione. Ma, oggi, i rischi relativi sono compresi fra 1,02 e 1,05; ci si viene quindi a trovare in una situazione assai complessa in quanto i risultati sono largamente influenzati dal tipo di metodologia utilizzata: la correzione dei fattori di confusione, i modelli  matematici che sono indispensabili per l’analisi determinano infatti livelli di incertezza assai rilevanti”.

In sostanza, ci dice l’Accademia francese, a seconda di quali ipotesi vengano inserite nei modelli si potranno avere risultati assai diversi tra loro. E’ peraltro possibile verificare empiricamente se, laddove l’inquinamento è relativamente più alto (tutte le città europee presentano oggi valori assoluti di concentrazioni di inquinanti di gran lunga inferiori a quelle di trenta o quaranta anni fa), la speranza di vita è più breve. Ebbene, se si confronta la vita media nell’Italia settentrionale con quella della Norvegia, paese che presenta i più bassi livelli di concentrazione di polveri sottili in Europa, si può verificare come nel nostro Paese si viva in  media sei mesi di più.

Oppure, per restare in ambito italiano, paragonando la speranza di vita delle Province piemontesi, si scopre che la vita media è molto più elevata a Torino pur in presenza di un maggiore inquinamento. Tali elementi non consentono di escludere che esista un qualche impatto dell’inquinamento sulla salute ma suggeriscono che si tratta di fattori che hanno, oggi, un peso molto limitato. Di conseguenza, ogni azione volta a migliorare ulteriormente la qualità dell’aria dovrebbe essere preventivamente sottoposta ad una rigorosa analisi dei costi e dei benefici. E non si dovrebbe dimenticare che l’obiettivo da porsi non può essere quello dell’inquinamento “zero”.

Quando spolveriamo la nostra casa non pretendiamo di eliminare anche l’ultima particella di polvere ma ci fermiamo quando riteniamo che lo sforzo aggiuntivo per ridurre lo sporco non valga la pena di essere compiuto. Analogo buon senso dovremmo applicare nell’ambito delle politiche per la protezione dell’ambiente. Spesso, purtroppo, così non accade.


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