In Ungheria non c'è un "cambio di regime", ma democrazia
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La vittoria elettorale dell'opposizione dimostra che in Ungheria non c'era un "regime" di Viktor Orban. Smontato un quindicennio di narrazione allarmista. E il nuovo premier Magyar potrebbe non essere troppo diverso da Orban.
«Assieme, abbiamo rovesciato un regime», ha dichiarato Peter Magyar, leader del partito Tisza, vincitore delle elezioni ungheresi. Ma a prescindere dalla retorica del vincitore, non c’è stato alcun “cambio di regime”.
Alle 21, quando era ormai chiaro chi avrebbe vinto alle urne, il premier uscente Viktor Orban ha ammesso la sconfitta e si è complimentato con l’ex collega di partito Magyar. In una sola giornata di voto è stata smontata una narrazione durata un quindicennio che dipingeva l’Ungheria come una “democratura”, come la Bielorussia o la Russia, dove il parlamento diventa una mera camera di risonanza del capo di governo e dove il voto è un plebiscito per confermarlo. Prima di queste elezioni c’era una dittatura, oggi è tornata la democrazia? Secondo una delle tesi più diffuse dell’opposizione, ripresa dai media europei, il sistema elettorale, come le aziende di Stato e i media, erano ormai strutturalmente manipolati da Orban, così da rendere impossibile un’alternativa democratica. Le elezioni di domenica hanno dimostrato che un’alternativa fosse invece possibile: l’affluenza è stata a livelli record (oltre il 78%) e il risultato è quello di una chiara alternanza, con il partito di opposizione che prende più della metà dei voti. Orban ha trionfato nelle elezioni dal 2010 al 2022, fino a perderle clamorosamente in questo 2026. E non sta cercando di tenere o riconquistare il potere con la magistratura, o con la forza. Non si registrano disordini, né tentativi di cancellare l’esito del voto. L’Ungheria è una democrazia, insomma, e lo era anche prima che Orban perdesse.
Benché le sinistre europee siano in festa per la sconfitta di Orban, il vincitore non è di sinistra, ma viene da Fidesz a sua volta. Entrato in politica nel partito, quando era all’opposizione e la sinistra socialista al governo, Magyar ha fatto una carriera da funzionario ed europarlamentare. È stato funzionario al Ministero degli Esteri e rappresentante dell’Ungheria presso l’Ue. Sua moglie, Judit Varga, era ministro della Giustizia nel governo Orban. Magyar è entrato nell'arena elettorale nel 2024, quando la moglie è stata travolta dallo scandalo Konya: Endre Konya, ex vicedirettore dell’istituto per l’infanzia Kossuth, condannato per aver coperto un caso di pedofilia venne graziato dall’allora presidente Katalin Novak e la grazia venne controfirmata, come da prassi, dal ministro della Giustizia. Peter Magyar aveva negato di voler scendere in politica, ma appena due mesi dopo, a seguito del successo dei suoi comizi contro la corruzione del governo, aveva fondato Tisza (Sì), con un successo immediato nelle elezioni europee di quell’anno. Certo, non era un inizio edificante della “resistenza”, nata da uno scandalo orrendo. E sullo stesso personaggio Magyar restano non poche ombre, ma si è presentato evidentemente come una novità appetibile per un elettorato ungherese in cerca di cambiamento nella classe dirigente, pur rimanendo saldo nelle idee conservatrici e nazionali.
Il nuovo premier promette di far piazza pulita delle influenze russe, economiche e politiche, anche se ora a Mosca si nega ufficialmente (per bocca del portavoce del Cremlino Dmitri Peskov) che l’Ungheria di Orban sia mai stata alleata. Magyar vuole un “reset” nelle relazioni con la Nato, per riallineare pienamente l’Ungheria al blocco occidentale. Sempre finché non siano gli Usa a uscire dall’Alleanza. Tuttavia si mantiene molto cauto sull’Ucraina e ha già detto di essere contrario all’adesione del paese in guerra nell’Ue.
A questo proposito, così come su altri temi europei di primaria importanza, Tisza non si è dimostrato un partito troppo differente da Fidesz. Secondo l’analisi di Eulytix, sulla serie storica dei voti, Tisza, inserito nell’eurogruppo dei Popolari (come Orban, fino alla scorsa legislatura europea) ha votato in conformità con la linea del Ppe nell’84% dei casi, ma in molte significative scelte si è affiancato a Fidesz. Sono voti che riguardano soprattutto l’opposizione a un’ulteriore centralizzazione dell’Ue in tema di Stato di diritto e riforme istituzionali, immigrazione e diritto di asilo, Ogm e biotecnologie, Quadro Finanziario Pluriennale e bilancio europeo, sicurezza, difesa e guerra in Ucraina. Su questi e altri temi, insomma, il nuovo partito di governo si è astenuto (in più della metà dei casi) o ha votato con Fidesz. Le astensioni sono un segnale di prudenza, un modo per non perdere il favore dell’eurogruppo, ma nemmeno dell’elettorato ungherese. Sull’immigrazione e sugli aiuti economici all’Ucraina, infatti, Magyar avrebbe potuto giocarsi la maggioranza: gli ungheresi non hanno cambiato idea.
Ungheria, con Magyar vincono anche le lobby di sinistra
Il partito Tisza ha ottenuto una vittoria schiacciante in tutto il Paese e va verso una probabile maggioranza di due terzi in parlamento. Orbán ha riconosciuto la sconfitta. Il controllo “democratico” europeo ha vinto anche in Ungheria, come in Romania e Polonia.

