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Intervista

“Il Libano, la guerra e una certezza: solo Dio dà senso al dolore”

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Assieme ai suoi confratelli salesiani, don Dany Kerio assiste uomini, donne e bambini, in massima parte sciiti: sfollati che hanno bisogno di tutto. «In mezzo a tutto questo, resta un'ancora, una sola: la fede nella presenza di Dio». L’intervista della Bussola.

Attualità 26_03_2026
Macerie dopo un attacco israeliano vicino a Sidone

Don Dany Kerio, sacerdote siriano della Società salesiana di San Giovanni  Bosco, a lungo direttore della Casa salesiana di Damasco e attualmente residente in Libano, ha appena pubblicato un libro dal titolo decisamente condivisibile e singolarmente intonato alle vicende che in questi giorni stanno sconvolgendo il Medio Oriente. Il volume, Signore, perché questo dolore?, è stato presentato a Roma pochi giorni prima che, il 28 febbraio, USA e Israele dessero il via a quella che si sta rivelando un'imponente danse macabre, già costata la vita a migliaia di persone a tre settimane dal suo inizio.

La presenza salesiana in Libano si attesta nell’area cristiana a nord di Beirut, nel distretto di Jbeil – altrimenti detta Biblos – e comprende il centro Don Bosco a El Houssoun, sulle montagne sopra la città, e la casa di al-Fidar, sulla costa. Le due strutture ospitano abitualmente attività scolastiche e oratoriali che servono centinaia di bambini e ragazzi, cristiani e musulmani; al momento sono state trasformate in centri di accoglienza per gli sfollati del sud del Libano in fuga dalle bombe israeliane. Secondo le ultime stime del governo libanese, gli sfollati interni che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni – o che le hanno perse nei bombardamenti – ammontano attualmente a più di un milione, pari al 25% della popolazione. Di essi, 133.000–134.000 persone hanno trovato alloggio nei 630 centri di accoglienza allestiti dal governo, mentre la maggior parte delle famiglie sfollate soggiornano presso parenti, o in abitazioni in affitto, o dormono in macchina o all'aperto.

Assieme ai suoi confratelli, don Kerio assiste nelle due case salesiane uomini, donne e bambini, in massima parte sciiti, che hanno lasciato indietro tutto, e di tutto, dunque, hanno bisogno. Nonostante i suoi impegni il religioso ha trovato il tempo di rispondere ad alcune domande de La Nuova Bussola Quotidiana in merito al suo libro e alla situazione attuale in Libano.

Davanti alla popolazione libanese, a quella della Terra Santa, della Siria, del Sudan e di tanti altri luoghi nel mondo che da decenni sperimentano una sofferenza collettiva apparentemente senza fine a causa della guerra e di gravi ingiustizie e sperequazioni sociali, la domanda del suo libro diventa pressante. Don Kerio, è davvero possibile trovare un senso al dolore?
Si possono tenere molte omelie sul dolore, anche profonde e commoventi. Parole che toccano il cuore, che fanno piangere, che accendono per un attimo una luce. Ma poi, quando tutto finisce e la persona ritorna a sé stessa, scopre che il dolore è ancora lì, identico. Nulla è cambiato. Torna alla sua solitudine, a quella amarezza che non si può spiegare, e continua a bere il calice della sofferenza. Soprattutto quando il dolore è ingiustizia, tradimento, o qualcosa di più grande di noi, fuori dal nostro controllo, come un terremoto, una catastrofe, una guerra. In quei momenti, le parole non bastano. Nemmeno i gesti più affettuosi riescono a colmare il vuoto. Il dolore resta dolore. E allora nasce una domanda che brucia dentro: che senso ha tutto questo? Noi qui abbiamo accolto 116 persone sciite, provenienti da Nabatiye, nel sud del Libano, tra cui bambini, anziani, neonati, partorienti, e altre due famiglie cristiane di Beirut fuggite per la paura.

Qui, i discorsi umani sul dolore non bastano. Le parole solenni e le promesse altisonanti non nutrono, non riscaldano, non salvano. Noi offriamo alloggio, tre pasti al giorno, riscaldamento, docce con acqua calda; organizziamo tre momenti settimanali di oratorio per i bambini (giochi, attività, racconti…) e altri tre incontri di accompagnamento per gli adulti (post-trauma, sostegno psicologico, pedagogico e sociale). Eppure, tutto il nostro impegno, tutti i nostri gesti – pur forti, educativi e pieni di affetto – fanno ciò che possono… ma la domanda esistenziale rimane: perché tutto questo? Come spiegare la morte dei bambini? Come accettare la perdita di persone semplici, che ogni giorno lottano per il pane quotidiano? Come dare un nome alla fatica di anni? Conosco una famiglia che ha risparmiato a lungo per comprare una lavatrice, un’altra che ha provato la gioia semplice di poter installare un pannello solare per avere qualche ora di luce in più – e poi all’improvviso un missile, arrivato non si sa da dove, distrugge tutto, ma proprio tutto. La casa diventa cenere, i sogni si dissolvono, e quelle stesse famiglie si ritrovano sfollate, a chiedere aiuto, a mendicare quattro mura che le proteggano dal freddo della notte.

Dunque, il dolore è destinato a rimanere incomprensibile?
No. In mezzo a tutto questo, resta un'ancora, una sola: la fede nella presenza di Dio. Perché Dio, nel cuore del dolore, dona tre cose: la presenza, l’aiuto e il senso. In arabo suona molto bene: maeie, maoune, maana. Innanzitutto, so di non essere solo nella tempesta. Anche quando il mare è agitato e le onde sembrano sommergermi, Dio è con me nella barca. Non mi abbandona, non si ritira, non resta a guardare da lontano. La sua presenza non è un’idea astratta, ma una realtà viva che consola: Egli è qui, nel mezzo del caos. In secondo luogo, Dio non si limita a essere presente, ma dona una forza interiore, nascosta e reale. È una grazia che opera nel profondo, che cambia il modo di vedere le cose: il dolore non scompare, ma non schiaccia più come prima. Si apre uno spazio interiore nuovo, uno sguardo diverso. È l’opera silenziosa dello Spirito Santo, che sostiene il cuore e dona stabilità anche quando tutto vacilla. Infine, Dio dona il senso, ed è questo il dono più grande: il dolore non è destinato a rimanere assurdo. Non finirà nel vuoto. Un giorno, tutto sarà tessuto in una storia che, nelle mani di Dio, può diventare sorprendentemente bella. Il senso non si vede nell’istante della sofferenza, ma nel compimento del cammino. È Dio che porta a termine la storia, trasformando le ferite in passaggi di grazia, e le cadute in inizi di vita nuova. In un Libano ferito, dove il dolore non è teoria ma esperienza quotidiana, questa fede non è un lusso spirituale, ma una necessità vitale. Non spiega tutto, ma sostiene tutto. Non elimina la croce, ma impedisce che sia l’ultima parola. Perché, alla fine, non è il dolore ad avere l’ultima parola. È l’amore.