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REPORTAGE

Il fragile cessate il fuoco in Libano. Parla la Ong che aiuta gli sfollati

Il cessate il fuoco è entrato in vigore a partire dalla mezzanotte del 17 aprile, ma le violazioni sono tante. Parla un volontario di una Ong che aiuta gli sfollati, in maggioranza sciiti, in fuga dal sud del Libano. 

Esteri 18_04_2026
Poster di propaganda Hezbollah (foto di Elisa Gestri)

Alla mezzanotte di giovedì 16 aprile è scattato in Libano un Cessate il fuoco di dieci giorni con Israele “per permettere i negoziati di pace tra Beirut e Tel Aviv”, annunciato da Donald Trump  e preceduto da un “colloquio diretto” a Washington tra i rappresentanti dei due Paesi.

L'annuncio ha suscitato in Libano un'ondata di entusiasmo (tre le vittime e innumerevoli i feriti degli spari di esultanza in tutto il Paese), ma da subito si sono registrate violazioni della tregua da parte di Idf, confermate dall'esercito libanese.

D'altro canto lo Stato Ebraico ha specificato chiaramente che le operazioni militari dell'esercito israeliano nel sud del Libano continuano. Secondo le clausole dell'accordo, infatti, Israele “conserva il diritto all' autodifesa” che può esercitare “in ogni momento”, contro attacchi di Hezbollah “già programmati, in corso o imminenti.” Effettivamente, nonostante Donad Trump abbia “proibito” all'alleato israeliano di bombardare il Libano prefigurando un prossimo accordo di pace  e invitato Hezbollah a “comportarsi bene”, sembra che nessuno sia disposto a dargli retta.

Secondo il Ministero libanese della Salute Pubblica i decessi registrati a causa di attacchi israeliani il 17 aprile sono 2294, 98 in più rispetto al giorno prima – quando il Cessate il fuoco non era ancora entrato in vigore. È vero che nell'imminenza della tregua Idf ha concentrato le sue energie nel colpire, com'è suo costume, più bersagli possibile, ma anche dopo lo scoccare della mezzanotte e per tutto il giorno successivo i droni israeliani hanno mietuto vittime nel Sud.

Dal canto suo Hezbollah, dopo essersi intestato la “vittoria” del Cessate il fuoco, ha sottolineato che i suoi uomini “tengono il dito sul grilletto”, pronti a riprendere la battaglia. Il portavoce di Idf in lingua araba, Avichay Adraee ha ingiunto agli sfollati provenienti dalla regione a sud del fiume Litani di non rientrare nelle loro case fino a nuovo ordine - mentre continuano le demolizioni di interi isolati a Bint Jbeil, Beit Lif, Rchaf e negli altri villaggi, in tutto 55, compresi dentro la “zona cuscinetto” creata da Idf. In un altro comunicato Adraee ha aggiunto che “in caso di necessità” chi è rientrato nel sud sarà evacuato di nuovo.

Già poco dopo la mezzanotte, però, migliaia di rifugiati – su circa un milione e trecentomila totali, secondo le stime - si sono messi in marcia verso il sud, creando incolonnamenti lungo le autostrade. L'esercito libanese si è nuovamente dispiegato a sud del Litani e ha riaperto parzialmente le vie di comunicazione, per permettere a chi rientra nella regione di provare ad accedere ai villaggi. Altrettanti sfollati hanno invece preferito non muoversi, nel timore che la tregua non regga – o perché non hanno più un focolare a cui fare ritorno.

Perlustriamo le strade del nostro quartiere a Beirut est, zona cristiana della città: i centri di accoglienza che incontriamo sul nostro cammino sono apparentemente ancora al completo. Per avere un quadro più approfondito della situazione, cambiamo zona e visitiamo la sede di una Ong internazionale che nell'ultimo mese e mezzo di guerra ha seguito circa 150 famiglie di sfollati. Ci accoglie Omar (nome di fantasia), impiegato dell'associazione, che acconsente a rispondere in anonimato alle nostre domande.

Chi sono, da dove provengono e dove vivono attualmente le persone che state assistendo?
Anche se non chiediamo direttamente a nessuno informazioni personali, dai nostri contatti sappiamo che sono famiglie sciite provenienti dal sud del Paese. Qualcuno ha trovato alloggio nei centri di accoglienza allestiti nelle scuole, altri in case in affitto, qualcun altro dorme in strada.

Come li assistete?
Ad ogni visita (ogni due, tre giorni) consegniamo ad ogni famiglia un pacco alimentare, il cosiddetto family basket e, su richiesta, medicinali.

Vi risulta che i vostri assistiti abbiano lasciato la città dopo il Cessate il fuoco?
Qualcuno manca all'appello dalla visita precedente, ma è difficile dire se sia tornato nel sud, si sia spostato, o abbia trovato una casa altrove. Alcuni ci hanno contattato, avvertendoci che sono andati a controllare lo stato della loro casa. Ma sanno bene che, nonostante il Cessate il fuoco, non è sicuro tornare a vivere là.

Perché secondo lei, nonostante la tregua sia fragile e la situazione incerta, hanno deciso comunque di partire?
Rispetto all'aggressione israeliana dell'autunno 2024, stavolta le condizioni di vita delle famiglie sciite sfollate sono ancora più gravi. Due anni fa chi veniva in città dal sud si rifugiava nella dahyie, la periferia sud dove Hezbollah ha i suoi quartieri generali. Stavolta la dahyie è stata quasi completamente distrutta, e i bombardamenti hanno provocato la fuga di altre migliaia di persone; dunque gli sfollati hanno dovuto cercare rifugio in quartieri e villaggi estranei alla loro appartenenza religiosa, e l'impatto con i residenti ha aggravato una situazione già difficile. Per questo, credo, agognano con tutto sé stessi di tornare a casa loro, nel loro ambiente, nonostante il rischio.

Può fare qualche esempio di conflitto tra locali e nuovi arrivati?
Gli sfollati sono guardati con sospetto e diffidenza, se non con terrore. Un paio di settimane fa ho ordinato cibo a domicilio e il rider che l'ha consegnato aveva sullo scooter un ritratto di Hassan Nasrallah, il leader storico di Hezbollah. Immediatamente la vicina è venuta a chiedermi chi fosse, e se lo conoscessi. Qualche giorno dopo, una famiglia di nostri assistiti è venuta qui in sede a ritirare alcuni medicinali. La loro macchina ha la targa N, che significa distretto di Nabatyie, nel sud. Si è generato il panico nella strada, di nuovo i vicini sono venuti a chiederci chi fossero, se li conoscevamo, ci ha telefonato perfino la proprietaria dell'immobile che ci ospita. Non è uno scherzo: la gente non sopporta nemmeno la vista degli sfollati e anche noi dobbiamo stare attentissimi e prendere le nostre precauzioni, pur essendo un'organizzazione internazionale. Ancora peggio va nei piccoli villaggi: in diversi casi di nostra conoscenza Idf, che cerca di alimentare il clima di terrore reciproco, ha telefonato alle municipalità intimando di evacuare sul momento tutti gli sfollati presenti sul loro territorio. A quanto sappiamo nessuna municipalità ha rifiutato.

Quanto voi, personalmente e come associazione, siete stati toccati dalla guerra?
La cugina di una nostra infermiera, una giovane di poco più di vent'anni, è rimasta uccisa alla cassa del supermercato dove lavorava in un attacco israeliano su Jnaa, nella dahyie. Episodi come questi ci mettono davanti al fatto che ciascuno di noi può restare ucciso in qualunque momento. Per il resto, la nostra difficoltà più grande come team è mantenere la sanità mentale e accettare il fatto che non possiamo aiutare tutti: per questo riceviamo periodicamente sostegno psicologico attraverso sedute online. È anche difficile trattare con gli sfollati, che a volte sono persone semplici, con un modo di pensare molto arretrato. Ad esempio, chi ha bisogno di medicinali fa molta fatica a seguire la terapia; a volte sembra di avere a che fare con bambini, anziché con persone adulte. In ogni caso, pur comprendendo le loro difficoltà, mi auguro che queste famiglie non si mettano a rischio inutilmente tentando di rientrare nelle loro case, perché la situazione è ancora assolutamente caotica e imprevedibile.