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Il carbone è vita, la transizione energetica può attendere

Il G20 dei ministri dell'Ambiente è fallito nel tentativo di bandire il carbone entro il 2025. Il motivo è semplice: il carbone è la fonte principale di elettricità per i paesi in via di sviluppo (e lo sarà per molto tempo ancora) e senza elettricità non c'è crescita economica. 

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Il ministro Cingolani al G20 Ambiente

La transizione energetica può attendere. Con tutta l’attenzione dell’opinione pubblica concentrata su Green pass e Covid, è passato inosservato il sostanziale fallimento dell’incontro dei ministri dell’Ambiente del G20, tenutosi a Napoli questa settimana sotto la presidenza di turno italiana. L’ideologia cioè ha dovuto ancora una volta fare i conti con la realtà.

Malgrado il ministro Roberto Cingolani abbia voluto mascherare la sconfitta affermando che è stato trovato l’accordo su 58 punti del programma su 60, e che si è stabilito finalmente che c’è un rapporto tra clima ed energia, il problema è che i due punti mancanti erano considerati fondamentali in vista della prossima COP26 che si terrà a Glasgow in novembre (e dovrebbe parteciparvi anche papa Francesco). La COP26 (letteralmente Conferenza delle Parti) è la Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici che si incontra ogni anno per negoziare nuove misure per contrastare i cambiamenti climatici e il G20 dei ministri dell’Ambiente era una tappa fondamentale visto che i paesi presenti in questo forum rappresentano l’80% del Pil mondiale.

Le questioni cruciali su cui non c’è accordo sono il rafforzamento dell’impegno a frenare il presunto aumento delle temperature globali a +1.5°C entro 10 anni (rispetto agli Accordi di Parigi del 2015 che consentivano di arrivare anche a +2°C) e il bando al carbone entro il 2025. Soprattutto quest’ultimo punto è importante perché il carbone da una parte è diventato il simbolo della lotta ai combustibili fossili, ma dall’altra – piaccia o meno - sull’uso del carbone si giocano le prospettive di sviluppo dei paesi emergenti. Non a caso lo scoglio insuperabile per l’accordo è rappresentato da Cina e India.

Due rapporti pubblicati nelle scorse settimaneStatistical Review of World Energy a cura della BP e il Rapporto sulla domanda globale di elettricità a cura dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) – fanno capire perché ci troviamo davanti a uno scoglio insuperabile. Prima questione da avere presente è che seppure si voglia dimostrare teoricamente che il clima dipende dall’uso di energia (sottintendendo che bisogna ridurre drasticamente questo consumo) la realtà è che tutta l’economia dipende dall’elettricità, la più importante forma di energia.

Tanto che malgrado nel 2020 a causa dei lockdown il Pil mondiale sia sceso del 3,5%, l’uso di elettricità ha avuto un calo di appena lo 0,9%. In particolare la domanda di elettricità è in rapida crescita nei paesi in via di sviluppo, e qui dobbiamo tenere presente che oltre tre miliardi di persone nel mondo vivono in luoghi dove l’uso di elettricità annuale è inferiore a quanto consuma mediamente un singolo frigofero negli Stati Uniti, ovvero mille kilowattora l’anno. La mappa della povertà nel mondo, in effetti, è perfettamente sovrapponibile alla mappa della mancanza di elettricità. Detto semplicemente: no elettricità, no sviluppo. La IEA prevede perciò un aumento della domanda di elettricità del 5% per quest’anno e di un ulteriore 4% nel 2022.

Secondo passaggio: globalmente il carbone rappresenta il 37% delle fonti di elettricità, percentuale che sale però alle stelle per quel che riguarda i paesi in via di sviluppo. Per avere un’idea dell’importanza del carbone nel processo di crescita economica, bisogna aver presente che i paesi in via di sviluppo contano per il 61% della domanda globale di energia e che gli stessi paesi rappresentano l’82% del consumo di carbone, consumo quasi totalmente concentrato in Asia.

Terza questione: la Cina da sola consuma più della metà del carbone a livello mondiale e la domanda continua a crescere. Nel 2020 mentre negli Stati Uniti la produzione di elettricità da carbone è calata del 20%, in Cina è aumentata di un ulteriore 1%. E questo malgrado – grazie anche agli incentivi internazionali – l’elettricità da solare ed eolico in Cina stia conoscendo un boom. Attualmente il carbone in Cina produce sette volte la quantità di elettricità garantita dalle rinnovabili. Pensare che nel giro di quattro anni la Cina smetta di consumare carbone è semplicemente ridicolo.

Tutto questo fa capire che per quanto si incrementi la produzione di energia da fonti rinnovabili, a livello globale queste continueranno a costituire una parte marginale perché sono enormemente più costose e meno affidabili. Il fatto che in Europa possiamo permetterci il costo di pannelli solari per l’elettricità di tutti i nuovi condomini non può essere considerato un parametro per capire le necessità a livello mondiale. I paesi fanno quanto è possibile per produrre l’energia di cui hanno bisogno a costi accessibili. E da questo punto di vista il carbone è la risorsa principale per i paesi in via di sviluppo e lo sarà ancora per molto tempo, tanto che la IEA prevede per il 2022 un ulteriore aumento del consumo di carbone al livello massimo mai raggiunto.

Questa è la realtà: i vari Green deal e amenità del genere sono chiacchiere da intellettuali e ideologi, che infatti stanno distruggendo l’economia dell’Occidente in nome di una emergenza climatica che non esiste e di un nesso causa effetto tra consumo di energia e catastrofi climatiche che nessuno ha mai provato.
Pensare che Cina, India e tutti i paesi emergenti rinuncino allo sviluppo economico per far contenti i vari Cingolani e simili che comandano negli Stati Uniti e in Europa fa parte delle follie ideologiche di questo tempo.

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