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Il beato Alfredo Schuster, l'asceta instancabile nell'azione

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Dalla vita monastica alla cattedra ambrosiana l'arcivescovo di Milano beatificato nel 1996 ha testimoniato il ruolo dell'ascesi nella storia. Il suo episcopato vissuto negli anni difficili del fascismo e poi del crollo del regime resta un modello per tempi travagliati, inclusi i nostri.

Ecclesia 29_08_2026

Proclamato beato da san Giovanni Paolo II nel 1996, Alfredo Ildefonso Schuster, del quale domani (30 agosto) ricorre la memoria liturgica, ha dimostrato come l’ascesi monastica, il silenzio della preghiera, possano entrare e determinare la storia. Carità quotidiana e preghiera incessante vivono in questa figura che meriterebbe di essere sempre più approfondita, se non riscoperta. Se si guarda alla sua biografia si comprende bene come la figura del beato Schuster rappresenti non solo un tassello importante della storia della Chiesa (e in particolar modo di quella lombarda), ma quanto il suo operato possa divenire esempio per coloro che sono impegnati nell’episcopato, soprattutto in un mondo travagliato come quello che stiamo vivendo oggi.

Nato a Roma il 18 gennaio 1880, Ildefonso Schuster fu battezzato il 20 gennaio dello stesso anno. Orfano di padre in tenera età, entrò giovanissimo nello studentato della basilica romana di  San Paolo fuori le Mura, retta dall’ordine dei benedettini. Questo fu il suo primo incontro con la formazione e una vita di preghiera intensa, costante. Ed è proprio in questo luogo che fece due incontri che segneranno la sua vita e, in particolar modo la sua formazione ecclesiale: ebbe come maestri il monaco benedettino Placido Riccardi, successivamente beatificato da papa Pio XII nel 1954, e don Bonifacio Oslander. Due nomi, due maestri che lo educarono alla vita della preghiera, alla completa ascesi e a una straordinaria dedizione alla vita quotidiana comunitaria.

In un testo dello Schuster, Un pensiero quotidiano sulla Regola di San Benedetto, ricorda un episodio di quegli anni: «Rammento ancora la lezione che mi diede un giorno l’abate Bonifacio di san Paolo, quando io ero appena chierico. Dovevamo accompagnarlo dall’appartamento in Chiesa, per l’ora di adorazione durante le SS. Quarantore. Alle sedici in punto io ero sulle soglie delle stanze abbaziali, dove egli già parato ci attendeva. Appena arrivati, mi disse: “Voi giungete all’ora degli impiccati, che arrivano sempre all’ultimo momento!”». Commenta lo Schuster: «Non per nulla san Benedetto scriveva: “Tali sollicito fratri iniungat hanc curam”. Chi è sollecito ha il fuoco sotto le scarpe».

E la sollecitudine pastorale fu uno dei caratteri principali della sua missione a Milano, quando papa Pio XII lo nominò arcivescovo del capoluogo lombardo il 26 giugno del 1929. Schuster si presentava al popolo fedele lombardo, con un bagaglio intellettuale e formativo sorprendente vista la sua età. Chiamato alla cattedra meneghina a soli 40 anni: ciò non desta scalpore più di tanto, visto che ne aveva solo 28 quando fu chiamato a insegnare ai novizi dell’ordine.

E quando si pensa a Milano, subito un nome ricorre alla mente: san Carlo Borromeo che divenne per lui modello, un esempio da seguire. E, in una certa misura, fra i due vi erano molte affinità non solo spirituali, ma anche intellettive. Basterebbe solo pensare al loro rigore e definirei “passione” per la liturgia in generale e allo stesso anno liturgico, «un poema al quale veramente hanno posto mano e cielo e terra», così lo definiva lo stesso cardinale Schuster. E proprio alla liturgia, il beato dedicò un’opera monumentale, uno dei testi più belli e studiati da sempre, il Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale romano (1932).

Così scrive il beato nelle pagine del libro: «Non ho voluto scrivere un’opera esclusivamente pei dotti, né un libro di sola pietà. Tutta la teologia è condensata nelle venerande ed arcaiche formule romane del Divin Sacrificio, e la fede inoltre mi ricorda, che il Divin Salvatore ha costituito la Chiesa erede della mistica scienza della preghiera, e dell’arte d’aprire e serrare, mediante  gl’ineffabili gemiti del Paraclito, il cuore di Dio». E in merito all’intento della stesura delle pagine, scrive: «Illustrare con tocchi rapidi e precisi, con energiche sintesi questo libro dal lato storico e archeologico, farne rilevare nei luoghi più importanti l’autorità teologica, porne in evidenza l’arte e la bellezza del contenuto mistico, ecco lo scopo che mi sono proposto».

Divenuto arcivescovo di Milano, portò con sé nel capoluogo lombardo, tutto il suo background “romano”, di religioso dedito alla preghiera in ogni istante della giornata, tutto un modo di essere che si rifaceva alla condotta del monastero: digiuno rigoroso e povertà personale assoluta. Milano scoprì un arcivescovo che viveva come un antico anacoreta ma che, allo stesso tempo, si dimostrava instancabile nell’azione, nella viva presenza pastorale visitando anche le parrocchie più lontane dal centro. 

Gli anni del suo episcopato non furono facili, vista la situazione politica del tempo che vedeva protagonisti: prima l’apogeo del regime fascita, dopo il suo crollo. Per conservare una certa diplomatica strada, all’inizio cercò di convivere con il regime, ma poi ecco le parole che pronunciò il 13 novembre 1938 dal pulpito del Duomo di Milano: «È nata all’estero e serpeggia un po’ dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della Chiesa cattolica, ma materializza nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria».

1938, in Italia erano state introdotte le leggi razziali. L’arcivescovo di Milano non poteva rinunciare a far sentire la sua voce. Gli anni che seguirono furono, forse, ancora più delicati. Soprattutto nel periodo del crollo del regime: Milano poteva divenire davvero uno scenario di sangue a seguito dei giorni concitati della Resistenza. Se non avvenne ciò lo si deve proprio a lui, a Schuster che riuscì a mediare fra i due poli opposti, tra gli antifascisti e il manipolo di sostenitori del regime fascista: un “miracolo” per intercessione del beato, così si potrebbe definire.

Schuster rimarrà nella storia della Chiesa, fondamentalmente, come uno dei più grandi arcivescovi di Milano. Una storia, la sua, che può rappresentare nel mondo contemporaneo la parabola del Buon Pastore che conosce bene le sue pecore e cammina davanti a loro: il suo servizio a Dio, su questa terra, finì il 30 agosto del 1954 nel seminario di Venegono dove si era ritirato.



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