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LA LETTERA SUL NAGORNO KARABAKH

L'Ambasciata dell'Azerbaigian replica al nostro articolo sulla Arslan. Noi rispondiamo con un po' di storia

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L'ambasciata dell'Azerbaigian in Italia replica al nostro articolo di presentazione della scrittrice Antonia Arslan, ospite della Giornata della Bussola, in merito alla questione del Nagorno Karabakh. Un punto di vista azero. A cui replichiamo con alcune doverose precisazioni. 

Esteri 18_09_2026
La partenza degli ultimi armeni dal Nagorno Karabakh (AP)

Spett.le Redazione,

scriviamo la presente, di cui chiediamo gentile pubblicazione, a replica dell'articolo "Antonia Arslan, la voce italiana della memoria armena", a firma di Stefano Magni.

Offrire la nostra opinione risulta di particolare importanza in quanto l'articolo viene presentato come un'anteprima dell'intervento che la Arslan farà alla Giornata della Bussola del 19 settembre, che presenta l'obiettivo lodevole di "imparare cos'è la vera pace". In un momento in cui il mio Paese, l'Azerbaigian, costruisce quotidianamente una pace durevole e diffusa per tutta la Regione del Caucaso, è fondamentale che non vengano trasmessi messaggi contraddittori e unilaterali. "Imparare la pace" crediamo voglia dire anche imparare a gestire la verità.

Senza entrare nel merito di altre parti dell'articolo, mi preme sottolineare che, come non è mai esistita una realtà definita Artsakh, oggi non esiste più, in Azerbaigian, una regione denominata Nagorno Karabakh, bensì esiste la regione economica del Karabakh.

Contrariamente a quanto riportato nell'articolo, il Karabakh non è "ora nelle mani dell'esercito e delle autorità dell'Azerbaigian": nel 2020 e nel 2023 l'Azerbaigian non si è "preso" il Karabakh, bensì ha liberato i suoi territori, restati sotto occupazione per quasi tre decenni. Trenta anni in cui le nostre terre, i nostri monumenti e le nostre case sono state rase al suolo, bruciate e depredate. Siamo stati uccisi, o costretti a fuggire: circa 1 milione di azerbaigiani, tra profughi e rifugiati, non hanno potuto per decenni fare ritorno alle proprie case, neppure per visitare le tombe dei familiari. Si è trattato di anni di dolore indicibile per il mio popolo. I nostri territori sono stati cosparsi di mine, e uno dei nostri impegni attuali è lavorare ad uno sminamento complesso e articolato, di cui c'è ampia testimonianza internazionale.

Quello che è avvenuto a seguito della Guerra Patriottica di 44 giorni dell'autunno del 2020, e dell'operazione anti terrorismo del 19 settembre 2023, è stato in linea con numerosi documenti internazionali, tra cui 4 risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 1993, che avevano richiesto il ritiro delle truppe militari dell'Armenia dai nostri territori. Nessun residente armeno è stato costretto ad abbandonare le proprie case, bensì è stato offerto loro di restare, avviando una pacifica convivenza. Come registrato dalla missione dell'ONU effettuata in Karabakh e testimoniato dal Rappresentante dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati in Armenia "non sono stati registrati casi di maltrattamenti" e "nessuno ha denunciato casi di molestie" tra i residenti del Karabakh di origine armena, durante le misure di anti-terrorismo intraprese il 19 settembre 2023 dall'Azerbaigian e durate meno di 24 ore. Accuse di attacchi contro i civili residenti armeni in Karabakh risultano infondate. Nessuna violenza contro la popolazione civile e nessun danno alle infrastrutture pubbliche civili, inclusi ospedali, scuole e alloggi o strutture culturali e religiose sono state testimoniate.

Non dobbiamo perdere di vista che oggi l'intera regione sta vivendo la storica opportunità di voltare pagina e lasciare che sia la pace a dettare le regole di una nuova era di dialogo e conciliazione. A conferma di questa nuova fase avviata, l'Azerbaigian e l'Armenia hanno avviato relazioni commerciali e di transito diretto per la prima volta dopo decenni. A dicembre 2025, l'Azerbaigian ha iniziato a fornire prodotti petroliferi all'Armenia via ferrovia attraverso la Georgia. Ha inoltre facilitato il transito di merci di paesi terzi, come il grano da Kazakistan e Russia, verso l'Armenia. A giugno 2026, AzerTelecom e Telecom Armenia hanno firmato uno storico accordo di transito internet. L'accordo consente al traffico internet internazionale di passare attraverso le reti azerbaigiane verso l'Armenia. E' necessario che anche chi si approccia al racconto di una fase storica come quella dell'ex conflitto tra Armenia ed Azerbaigian lo faccia con la sensibilità di comprendere quanta sofferenza abbia portato in primo luogo al popolo azerbaigiano, con un'analisi che non può prescindere dal diritto internazionale e che dovrebbe dare ampia risonanza all'impegno che si sta destinando al superamento della ferita subita.

Cordialmente,

Vugar Hajiyev, Consigliere dell'Ambasciata dell'Azerbaigian

 

Spett. Vugar Hajiyev,

Vi ringraziamo per la lettura del nostro articolo e l’attenzione riservataci. La Vostra replica riflette sicuramente il punto di vista dell’Azerbaigian nel lungo conflitto del Nagorno-Karabakh e ne prendiamo atto.

Vorremmo però ribadire alcuni dati che smentiscono quanto da lei affermato. Il Nagorno Karabakh non è “inesistente”, né si tratta di una regione azera occupata illegalmente da armeni. Ciò è vero solo formalmente, considerando che non è mai stata riconosciuta internazionalmente la sua indipendenza. Ma sta di fatto che il Nagorno Karabakh è una regione abitata, da millenni, dagli armeni. Senza scendere in dettagli, vorremmo ricordare un po’ di storia generale: «Nell’antichità precristiana, quest’area (il cui antico nome armeno è Artsakh) ha fatto parte (in alcuni periodi che oggi è difficile individuare con precisione) dell’Albania caucasica e della Grande Armenia. Nel 95 a.C. la regione fu conquistata da Tigrane II d’Armenia, signore del Regno d’Armenia. Gli antichi albanesi e gli armeni si alternarono al dominio del territorio fino all'inizio del IV secolo d.C. Il cristianesimo fu introdotto nel Nagorno Karabakh per la prima volta già nel I secolo ad opera di sant’Eliseo» (fonte: Enciclopedia Treccani).

Nella Vostra missiva leggiamo che «Nessun residente armeno è stato costretto ad abbandonare le proprie case, bensì è stato offerto loro di restare, avviando una pacifica convivenza». Ma tre anni prima, durante la guerra del 2020, comunemente nota come Seconda Guerra del Nagorno Karabakh e da Voi chiamata “Guerra Patriottica”, sono stati commessi crimini che possono aver indotto molti armeni a fuggire, nel momento in cui hanno visto arrivare le forze azere. Citando la documentazione dell’ISHR della Columbia University, sulla base di fonti bipartisan, riguardo la guerra del 2020: «Oltre 3.400 combattenti e civili armeni sono morti dall'inizio delle operazioni azero/turche, con oltre 100.000 civili sfollati. Le chiese ortodosse armene sono state prese di mira, così come i civili. Ci sono numerosi casi verificati di soldati azeri che hanno commesso crimini quali: mutilazione di cadaveri, esecuzioni sommarie e decapitazioni, sia di combattenti che di civili e uso di armi vietate (ad esempio bombe a grappolo, gas fosforo bianco)».

Quella che definite “operazione anti-terrorismo” del 2023, con operazioni “durate meno di 24 ore” è stata preceduta da almeno otto mesi di blocco totale del Nagorno-Karabakh. Un embargo implementato, ufficialmente, da “manifestanti”, ma in un’area controllata da forze azere e dunque sotto la loro responsabilità (e anche grazie all’inazione delle forze di pace russe), che ha causato una seria crisi umanitaria alla popolazione locale, come documentato anche da autorevoli osservatori internazionali, come Amnesty International.

Leggiamo che: « Nessuna violenza contro la popolazione civile nessun danno alle infrastrutture pubbliche civili, inclusi ospedali, scuole e alloggi o strutture culturali religiose sono state testimoniate». Eppure è ormai una notizia, circolata nei media internazionali, la demolizione della cattedrale armena di Stepanakert, la chiesa della Santa Madre di Dio. Ci sono anche immagini satellitari che dimostrano che oggi vi sia solo uno spazio vuoto al suo posto. Vogliamo ricordare anche che la cattedrale del Santo Salvatore di Shusha, è stata gravemente danneggiata dall’aviazione azera, durante il conflitto del 2020. Sempre a Shusha è stata demolita, nell’inverno fra il 2023 e il 2024, anche la chiesa di San Giovanni Battista. Dunque: dopo la guerra e dopo la “operazione anti-terrorismo”. 

Per altro, sulla cancellazione del passato armeno, fa testo il precedente dell’exclave del Nakhichevan, dove gli armeni non vivono più e dove anche la loro importante eredità culturale, in particolare le celebri croci di pietra (khachkar) di Giulfa, ma anche le numerose chiese, è stato completamente distrutto dalle autorità azere negli ultimi decenni. Si veda in merito il volume Un genocidio culturale dei nostri giorni, a cura di Antonia Arslan e Aldo Ferrari.

Siamo lieti invece di apprendere che vi siano prospettive di pace fra Armenia e Azerbaigian e che i contatti siano sempre più intensi. Vi auguriamo sinceramente di portare a termine il processo di pace. Nella speranza, però, che la verità non venga sacrificata, assieme alla memoria delle vittime.

Stefano Magni