I magistrati che sbagliano e non pagano, un'impunità da superare
Con 6.485 persone ingiustamente detenute, l'errore giudiziario non è l'eccezione ma la regola. E l'impunità è quasi totale: solo 9 magistrati sanzionati e 1 trasferito di sede. Tutti i numeri di un sistema insostenibile.
Di fronte ai numeri che emergono con sempre maggiore chiarezza sulla giustizia penale italiana, continuare a raccontare che il sistema funzioni e che gli errori siano semplici deviazioni fisiologiche appare ormai poco credibile. Le statistiche non descrivono un’eccezione, ma una tendenza consolidata: migliaia di procedimenti avviati senza basi solide, cittadini privati della libertà personale per poi essere riconosciuti innocenti e un costo economico gigantesco che grava sull’intera collettività, mentre le conseguenze per chi sbaglia restano rare e quasi simboliche.
Dal 2017 a ottobre 2025, secondo i numeri diffusi dal deputato di Forza Italia Enrico Costa, vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera, sono state 6.485 le persone risarcite per ingiusta detenzione, per un esborso complessivo di 278,6 milioni di euro. Una cifra enorme, che racconta meglio di qualunque slogan quanto il sistema penale italiano sia capace di produrre danni profondi e duraturi.
Dietro queste cifre non ci sono fredde statistiche, ma storie di persone arrestate da innocenti, famiglie travolte, attività economiche distrutte, anni di vita consumati tra celle, tribunali e spese legali. Spesso tutto questo per arrivare, dopo un lungo calvario, a un’assoluzione che certifica ciò che si sarebbe potuto e dovuto comprendere molto prima, se solo le accuse fossero state vagliate con maggiore rigore nella fase iniziale. È qui che emerge uno dei nodi centrali del problema: l’assenza di un filtro realmente efficace sulle richieste delle Procure.
La relazione trasmessa al Parlamento dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e l’analisi incrociata dei dati confermano che il meccanismo della giustizia penale si comporta troppo spesso come un ingranaggio che procede per inerzia, investendo anche chi non dovrebbe mai entrarvi. Particolarmente critico appare il rapporto tra pubblici ministeri e giudici per le indagini preliminari, che dovrebbero rappresentare una barriera a tutela dei cittadini ma che, in molti casi, finiscono per allinearsi alle tesi dell’accusa. Chi nega l’esistenza di una sudditanza culturale richiama l’alto numero di assoluzioni, ma ignora il punto decisivo: l’assoluzione arriva quasi sempre dopo anni di processo e, non di rado, dopo la carcerazione, quando il danno umano, sociale ed economico è già irreversibile.
I numeri sui risarcimenti lo dimostrano in modo inequivocabile. Nel 2025 sono state accolte integralmente 625 istanze e parzialmente 142, per un totale di 4,4 milioni di euro destinati a chi non è finito in carcere, con un tetto massimo di 10mila euro a persona che copre a malapena le spese sostenute. A questi si aggiungono quasi 24 milioni di euro per gli innocenti arrestati, cifra ancora provvisoria perché aggiornata solo a ottobre. Eppure, a fronte di un simile impatto economico e umano, il sistema disciplinare nei confronti dei magistrati appare di una indulgenza sconcertante.
Sempre secondo i dati diffusi da Costa, nello stesso arco temporale dal 2017 al 2025 sono state avviate 93 azioni disciplinari nei confronti di magistrati per l’emissione di provvedimenti restrittivi della libertà personale fuori dai casi consentiti dalla legge, determinati da negligenza grave ed inescusabile. Di queste, 75 sono state promosse dal ministro della Giustizia e 18 dal Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli esiti fotografano un sistema che tende a proteggere se stesso: 49 procedimenti archiviati con un non doversi procedere, 29 conclusi con un’assoluzione, cinque ancora in corso e soltanto dieci sanzioni disciplinari effettivamente irrogate.
Dieci sanzioni a fronte di 6.485 persone ingiustamente detenute. Nove censure e un solo trasferimento di sede. Tradotto in percentuale, come sottolinea lo stesso Costa, significa lo 0,015 per cento. Una sproporzione che alimenta una percezione diffusa di impunità e che mina alla base la fiducia dei cittadini nella giustizia, dando l’idea di un potere enorme esercitato senza un reale contrappeso di responsabilità.
Parlare di un sistema che non funziona non significa accusare indistintamente ogni magistrato, ma denunciare una cultura che in troppi casi tollera errori gravi e decisioni superficiali, spesso giustificate come “errori senza colpa”. Una mentalità che finisce per mettere al riparo giudici inadeguati o scelte sbagliate, sacrificando i diritti fondamentali delle persone sull’altare degli equilibri interni e della difesa corporativa.
Finché questa impostazione non verrà messa seriamente in discussione, gli errori continueranno a ripetersi e i cittadini continueranno a pagare due volte: prima con la propria libertà e poi con le proprie tasse. L’impunità non è una garanzia di indipendenza, ma una ferita aperta allo Stato di diritto. È in questo contesto che si colloca l’impegno del Comitato contro la Malagiustizia, che da anni denuncia abusi e storture in ambito civile e penale e che proprio per questo viene spesso percepito come un avversario da chi preferirebbe mantenere tutto immutato.
I dati di oggi sembrano dunque rafforzare le ragioni di chi sostiene il sì al referendum come strumento per riequilibrare il rapporto tra magistratura e cittadini, rendere effettiva la responsabilità di chi esercita un potere enorme sulla vita delle persone e ricordare che la giustizia non può essere autoreferenziale. Senza equità, rigore e responsabilità, non è più giustizia, ma una macchina che produce ingiustizia sistemica.

