Guerra e morale, perché il Papa ne parla e Vance non l'ha capito
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Le dichiarazioni di Vance sul Papa e la morale mostrano che il vicepresidente Usa non capisce, o a fa finta di non capire, che nelle questioni morali è compreso anche il tema della guerra.
Dopo le critiche di Donald Trump a Leone XIV in merito alla guerra in Iran (clicca qui e qui) è sceso in campo lunedì scorso il suo vice, il cattolico J.D. Vance, per dar man forte al suo capo. Lo ha fatto durante il programma Special Report With Bret Baier di Fox News. Ecco cosa ha detto Vance al riguardo: «Credo fermamente che, in alcuni casi, sarebbe meglio per il Vaticano attenersi alle questioni morali. Che si occupi di ciò che accade all'interno della Chiesa cattolica e lasci che il presidente degli Stati Uniti definisca le politiche pubbliche americane».
Pare quindi che la guerra non sia tema che interessi le questioni morali. Le cose non stanno così. Infatti la morale è un giudizio valoriale sulle azioni umane. Dunque la morale è un giudizio che riguarda la bontà o la malvagità delle azioni. Nessuna azione è esclusa dalla morale, da qui l’affermazione: non si può uscire dalla morale (così come non si può uscire dal pensiero). Tutti gli atti possono essere sottoposti a giudizio morale perché ogni atto volontario si propone un fine e laddove un fine c’è sempre un bene perseguito (bene autentico o un bene apparente). Perciò, quando si compie un’azione, necessariamente si entra nel campo della morale.
Alla luce di quanto sin qui scritto, anche la guerra interessa la morale e la interessa in modo preminente per più motivi. In primis perché per guerra si intendono una sommatoria di azioni tra loro coordinate per giungere ad una lotta armata tra Stati, coalizioni, popoli. In secondo luogo perché la guerra provoca danni di diverso genere e su larga scala: danni fisici e psicologici alle persone – uccisioni, ferimenti, disturbi psicologici, etc. – alle cose – distruzioni di case, infrastrutture, etc. – all’economia di uno o più Paesi. In terzo luogo, ma questo aspetto è implicito nei precedenti due punti, la guerra, come ogni azione, tende ad un fine e quindi ad un bene oggettivo o apparente: può essere la difesa (giusta) del proprio o altrui Paese oppure l’offesa (ingiusta) ad uno o più Paesi.
La Chiesa per mandato divino si occupa della salvezza di tutti gli uomini e quindi la sua competenza riguarda il piano soprannaturale e quello naturale. Quest’ultimo è appunto il piano della morale naturale. Dunque ha fatto bene Vance a ricordare che, non tanto il Vaticano, bensì la Chiesa Cattolica si occupa (anche) delle questioni morali. Ha fatto invece male a non capire, o a far finta di non capire, che nelle questioni morali è compreso anche il tema della guerra.
Chiarito quindi che la guerra è una questione morale su cui la Chiesa ha competenza per esprimersi, vediamo ora quali sono i confini di questa competenza.
La Chiesa deve indicare i principi morali a cui attenersi e, più a monte, i beni, i fini morali a cui tendere, ma le modalità per declinare questi principi nel concreto spettano al singolo. Con un distinguo importante che faremo dopo, questo vale anche quando i principi morali attengono al bene comune, campo d’azione dei governanti e quindi della politica. Quindi la Chiesa potrà ricordare che la dignità della persona, la pace sociale, la convivenza tra gli uomini devono essere difesi, sia all’interno di una nazione che tra le nazioni, ma le modalità, i mezzi per soddisfare questi fini spettano soprattutto alla prudentia regnativa del governante.
La prudenza è proprio quella virtù che permette di individuare lo strumento migliore per soddisfare il fine morale individuato nel concreto dalla coscienza («spetta alla prudenza deliberare, giudicare e comandare rettamente i mezzi che servono per raggiungere il debito fine»: Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 47, a. 10 c.). Sta quindi soprattutto a chi governa trovare il modo migliore per tutelare la vita umana, la pace, la convivenza, etc. in vista del bene comune. Ciò detto, in linea molto teorica, l’insegnamento della Chiesa in merito alla morale che attiene al bene comune potrebbe essere anche superfluo per il governante, perché costui, al pari di tutti gli uomini, è dotato di ragione e quindi è dotato di quello strumento per comprendere da sé i principi di legge naturale che dovrà seguire per tutelare e avvalorare il bene comune. Ma anche se così accadesse, ciò non toglierebbe che la Chiesa ha comunque il diritto e dovere di ricordare il proprio insegnamento in campo morale.
Quindi la Chiesa può e deve giudicare le scelte politiche per verificare se sono consone o in antitesi con la morale naturale. Ad esempio può e in molti casi deve criticare pubblicamente una norma che legittima l’aborto, l’eutanasia, le “nozze” gay perché contraddicono la legge naturale. In modo analogo può e in molti casi deve criticare pubblicamente una guerra quando è ingiusta. E può e in alcuni casi deve ricordare anche alcune modalità assai generali per ripristinare l’ordine morale perché tutti, in gradi differenti, devono contribuire anche ad individuare gli strumenti per tutelare il bene comune, nazionale e internazionale, sebbene tale competenza spetti in modo prioritario al governante.
Questo ultimo compito diventa più pressante quando ci si accorge che la politica non fa il suo dovere non solo sul piano dell’accettazione dei principi morali, ma anche su quello dei mezzi per attuarli. E dunque la Chiesa può chiedere che vengano abrogate le leggi ingiuste e che per costruire la pace tra nazioni in guerra si perseguano le vie diplomatiche, il confronto, il dialogo, il perdono, etc. Quindi, in sintesi, alla Chiesa spetta l’indicazione dei principi morali, ai governanti le modalità di attuazione. La Chiesa può spingersi anche ad individuare in modo generale gli strumenti per declinare nel concreto i principi morali soprattutto quando il governante latita su questo fronte.
Dunque tornando a Trump, il Papa, Vance e la guerra in Iran, dobbiamo concludere che è nelle prerogative del Pontefice quella di poter criticare questa guerra e di indicare la via del dialogo e della diplomazia dato che queste vengono disattese dai potenti. Può e deve farlo perché siamo nell’ambito della morale naturale. E sta al Presidente degli Stati Uniti seguire la sua recta ratio al fine di cessare le ostilità, in accordo ai principi di legge naturale, e di trovare le modalità per soddisfare questo fine, così come ha giustamente ricordato Vance quando ha affermato che sta al presidente degli Stati Uniti definire le politiche pubbliche americane.
Quindi il Papa quando chiede di cessare la guerra in Iran non fa politica perché si limita a ricordare i divieti della lex naturalis e non indica mezzi specifici perché ciò avvenga. Infatti, come ricorda l’Aquinate, «la prudenza in rapporto al bene comune si chiama politica» (Ib. ad 1) e la prudenza, come già accennato, è la virtù che permette di individuare il giusto strumento per soddisfare i fini morali. E questo compito di individuazione in merito al bene comune spetta soprattutto al governante.
Che dunque ognuno faccia il suo: il Papa può e deve chiedere di porre fine a guerre ingiuste. Trump deve cessare le ostilità perché, prima che lo chieda il Papa, lo esige la legge naturale; inoltre Trump, perché sua competenza primaria ma non esclusiva, deve trovare il mezzo più idoneo per ottenere questo obiettivo. Per fare ciò può anche ascoltare i consigli del Papa perché, sebbene in subordine, anch’egli è competente nell’individuare le soluzioni migliori, seppur generali, per restaurare la pace.


